Salute 7 marzo 2017

«Da figlio di medico e medico mancato, mi dedico agli altri». Flavio Insinna racconta come si cambia un pezzo di mondo…

«In un paese che taglia la sanità, mio padre era il medico degli ultimi e curava gli invisibili. L’ho visto con i miei occhi leggere, aggiornarsi, formarsi, fino all’ultimo sapendo che la sua era una missione» il conduttore di ‘Affari tuoi’ ci racconta la sua missione…

«Ho paura di un paese che si chiude in se stesso, mio padre mi ha insegnato un’altra storia mi ha insegnato un’altra vita» c’è la passione negli occhi di Flavio Insinna, il conduttore televisivo, che ci racconta il suo ‘dietro le quinte’ «spogliato da ‘paiette e lustrini televisivi’ – per dirla come dice lui – la mia vita è questa, seguire e sostenere chi, in questo mondo, molto spesso si sente invisibile».  «Ma non sono Ghandi – dice strizzando l’occhio – sono solo uno che crede nel coraggio e nella ribellione». Sono proprio così, coraggiosi e ribelli, come li descrive il loro primo sostenitore, iGiovani e Tenaci, della squadra giovanile della SS Lazio Basket in carrozzina. «Audaci, pieni di forza e coraggio» spiega Insinna che ha deciso di accompagnare questi paratleti, nel corso della loro avventura in campo. «Si mettono in gioco, cadono e si rialzano, e chi meglio di loro conosce bene la sensazione di perdere l’equilibrio, ma poi ci si rialza e si combatte». Insinna è l’accompagnatore e testimonial di questi giovanissimi che sulle loro carrozzine sfrecciano «lasciandoti a bocca aperta».

Il conduttore dei ‘pacchi’, la popolare trasmissione di Rai1, racconta che a farlo avvicinare al basket in carrozzina è stato il padre, medico della Fondazione Santa Lucia, scomparso anni fa: «Mio padre mi ha insegnato a fermarmi, a voltarmi e ad aspettare chi rimaneva indietro. Era il medico degli ultimi e in un paese come questo, che taglia la sanità, mio papà curava i disabili, i tossico-dipendenti, i malati di mente. L’ho visto con i mie occhi rivestirsi e uscire alle 10 di sera, non l’ho mai visto curare per telefono. Fino all’ultimo, anche lui malato, l’ho visto leggere, aggiornarsi, formarsi, assistere, dare consigli, fare le ricette, sapendo che era una missione la sua, sapendo che devi stare vicino a chi fa più fatica di te. Altrimenti non è vita. Si fa presto a dire ‘noi’ ma ‘noi’ non lo devi dire, lo devi fare».

«Non sono riuscito a fare il medico come mio papà – prosegue – allora, dove posso, tendo la mano agli altri, ci metto il faccione e la buona volontà, quello che serve che si può, e che si deve fare, trovo sia doveroso». Tecnicamente Insinna è «accompagnatore della squadra – racconta sorridente -. Mi hanno dato anche la giacca ‘Giovani e tenaci’ e sono lì con loro a sostenerli ed aiutarli a cambiare quel pezzettino di mondo per renderlo meglio di com’è».

Insinna confessa che dentro ‘Giovani e tenaci’ c’è un sogno ancora più grande «far arrivare altri ragazzi a giocare con noi, magari se non vogliono fare il campionato possono solo allenarsi, stare con noi e partecipare alle partite, stare in albergo tutti insieme, fermarsi all’autogrill, scherzare e parlare della partita. Poi capita di perdere, ma non è un problema, l’importante è mettersi in gioco».

Disabile, cosa vuol dire questa parola? Lo chiediamo a Flavio che ci racconta un episodio che vale più di qualsiasi definizione: «Mio padre aveva un fratello primario, cardiologo a Palermo che aveva un problema ad una gamba e zoppicava dalla nascita. Papà spesso diceva: ‘eh purtroppo zio Ciccio è zoppo’, ma zoppo che vuol dire? Non vuol dire niente, mio padre lo chiamava così e lo amava alla follia. Quando c’è l’amore non contano le parole, conta quello che fai e quello che hai nel cuore e nella testa».

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