Salute 28 Novembre 2019

#DestinazioneSanità | Lombardia, come tutelare un’eccellenza: istruzioni per l’uso

La nuova puntata del reportage #DestinazioneSanità, in collaborazione con il sindacato CIMO, è dedicata ad uno dei sistemi sanitari più qualificati d’Europa, quello lombardo. Abbiamo visitato gli ospedali, parlato con i medici e incontrato le istituzioni. Quello che ne è emerso è un quadro in chiaroscuro e un libretto di istruzioni dal titolo: come tutelare un’eccellenza

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«Milano è una corsia di un ospedale», canta Calcutta. E non sarà solo per la proprietà transitiva che gli ospedali lombardi – quantomeno quelli che abbiamo visitato per questa nuova puntata di #DestinazioneSanità, in collaborazione con il sindacato CIMO – rispecchino quelle peculiarità del capoluogo sempre sorprendenti, agli occhi di un forestiero: una città, e delle corsie di ospedale, frenetiche, tecnologiche, moderne, razionali. Frenetica anche la vita di chi ci lavora, in quelle strutture. Non sempre razionali, invece, a detta di molti, alcune scelte e decisioni che nel tempo hanno prodotto danni cui oggi si cerca di porre rimedio.

Quello lombardo è un sistema sanitario tra i più qualificati d’Europa, che rientra a pieno titolo tra le eccellenze del Paese. «È stato necessario un duro lavoro per arrivare a questi livelli – commenta l’assessore al Welfare di Regione Lombardia Giulio Gallera -. Tutto è partito nel 1997, quando abbiamo avuto l’intuizione di coinvolgere il privato, inserendolo tra gli erogatori del Servizio sanitario nazionale, e di dare gli strumenti al pubblico per creare una competizione virtuosa».

Risultati ottenuti puntando molto sull’innovazione, e ricordando sempre che «il valore del Ssn non risiede solamente nell’assistenza clinica», come specifica Sergio Barbieri, direttore dell’unità operativa di Neurofisiopatologia del Policlinico di Milano: «Va ricordato che il 10,7% del nostro Pil deriva dalla filiera della salute, unico settore che negli ultimi anni ha visto aumentare di circa il 14% il proprio valore». Ed il 45% del totale degli investimenti italiani per lo sviluppo e la ricerca in campo biomedico insistono nella Regione: «Paesi come gli Stati Uniti o l’Inghilterra ben dimostrano quanto sviluppo e trasferimento tecnologico in questo campo siano in grado di creare occupazione e risorse economiche», aggiunge il direttore scientifico della Fondazione IRCCS Ca’ Granda di Milano Silvano Bosari.

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Un quadro incoraggiante, che tuttavia spesso mal si sposa con le condizioni di lavoro di chi, ogni giorno, dà a quella filiera motivo di esistere: medici e professionisti sanitari. «I colleghi – spiega il presidente dell’Ordine dei Medici di Milano Roberto Carlo Rossi – lavorano negli ospedali sottorganico. Per dieci medici che vanno in pensione ne vengono assunti quattro, quindi sono molto affaticati e oberati da turni massacranti. E anche il territorio è in grosso affanno. Quindi il quadro, in un sistema sanitario ancora ottimo, è abbastanza negativo. Gli operatori hanno un carico di lavoro secondo me non più tollerabile».

Tra le cause del fenomeno, non specificamente lombardo ma nazionale, vanno annoverate l’errata programmazione del numero di posti nei corsi post-laurea e la fuga transgenerazionale dalla vita ospedaliera: i giovani si rifugiano all’estero, i meno giovani nel privato. «Il primo motivo di questo allontanamento sono le retribuzioni – elenca Giuseppe Ricciardi, segretario di CIMO Lombardia -. In 10 anni abbiamo subìto una svalutazione del 10% e il nuovo contratto, concluso proprio qualche giorno fa, ci ridà il 2%. Quindi abbiamo perso l’8% di potere di acquisto. Le carriere sono praticamente bloccate, c’è una burocratizzazione enorme e, oltretutto, ogni giorno veniamo aggrediti fisicamente. Ma perché un professionista allora dovrebbe scegliere di lavorare in ospedale?».

Chi non ha ancora la possibilità di scegliere dove lavorare perché sta frequentando una delle scuole di specializzazione in Lombardia, invece, presto avrà più autonomia rispetto ai colleghi di altre Regioni. È questa la ricetta dell’assessore Giulio Gallera per far fronte alla carenza di specialisti e ai turni massacranti in corsia: «Abbiamo provato a coinvolgere in modo strutturato gli specializzandi al quarto e al quinto anno all’interno delle strutture ospedaliere. Diventando gradualmente autonomi per lo svolgimento di alcune attività, aiutano a sopperire in parte alla carenza di specialisti».

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«Credo sia una delibera estremamente positiva ed importante – commenta Ezio Belleri, direttore generale della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano -. Da un lato dà fiducia allo specializzando, che di fatto già oggi affianca lo strutturato; dall’altro viene incontro ai nostri bisogni assistenziali. Ovviamente andrà poi definito un percorso che garantisca agli specializzandi assoluta copertura e assistenza sia dal punto di vista medico-legale che assicurativo».

Ma non è solo questo aspetto a preoccupare quegli specializzandi che non hanno accolto con entusiasmo la decisione della Regione: «Impiegare gli specializzandi in ruoli di manovalanza per tappare i buchi del Sistema sanitario è una risposta impropria alla carenza di personale – ritiene Annalisa Colombi, specializzanda in Neurologia presso l’Università degli Studi di Milano -. In questo modo si andrà a creare un circolo vizioso che porterà ad un numero minore di posti di lavoro fissi per dirigenti medico e si inasprirà il problema già esistente dell’equipollenza del titolo di specialità. Ci chiederanno di andare negli ospedali più piccoli, dove la carenza di personale è più grave, ma sappiamo bene che purtroppo questo potrebbe compromettere la nostra acquisizione di conoscenza medica».

«Io non la vedo così – commenta Belleri -. Svolgere parte della propria attività formativa in una struttura di minori dimensioni può forse offrire meno opportunità da una parte ma assicurarne di più dall’altra. Credo che in questo senso il ruolo fondamentale venga giocato dal direttore della scuola di specialità e dai tutor che gestiscono e pianificano le attività formative».

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«Secondo me il problema dovrebbe essere affrontato facilitando un’osmosi tra professionisti giovani e meno giovani – propone il segretario di CIMO Lombardia Ricciardi -. Gli specializzandi degli ultimi due anni dovrebbero essere immessi, a spese del Servizio sanitario nazionale, nei grandi ospedali, dove c’è veramente l’opportunità di imparare. Darebbero una mano concreta, sempre tutorati, ma poi dovrebbe essere loro garantito il concorso per l’assunzione. Al contempo chi è a fine carriera dovrebbe lasciare spazio ai giovani nelle grandi strutture e potrebbe dirigere o coordinare uno dei piccoli ospedali, magari riconvertendoli e destinandoli a quei settori specifici necessari sul territorio. E credo che sarebbe ben lieto di avvicinarsi alla pensione portando avanti uno stile di vita più tranquillo».

La Lombardia presta particolare attenzione a quel territorio citato da Ricciardi. Prova ne sono le ASST, azienda socio-sanitaria territoriale. Un unicum lombardo che abbiamo cercato di comprendere meglio visitando l’ASST di Lecco ed incontrandone il direttore generale Paolo Favini: «Si tratta di un percorso che unisce ospedale e territorio. Il medico di medicina generale è il clinical manager dei pazienti: li segue insieme ad un centro servizi che lavora con l’ospedale, ha libero accesso agli slot per la prenotazione degli esami necessari ed è aiutato dagli infermieri distribuiti sul territorio della provincia».

Un legame che potrebbe essere ulteriormente rafforzato dalla richiesta di autonomia differenziata avanzata dalla Regione: «Noi la pretendiamo per garantire la sostenibilità del nostro sistema e per fare in modo che il nostro modello all’avanguardia sia preso da esempio da altre Regioni», specifica l’assessore al Welfare Gallera. «In linea teorica è molto bella l’idea che ognuno amministri se stesso – dissente il presidente dell’Ordine dei Medici di Milano Rossi -. Ma in realtà la riforma del titolo V della Costituzione, ormai in vigore da diversi anni, non ha portato grossi miglioramenti nella vita dei professionisti. Le Regioni, per far quadrare i bilanci, hanno anzi stretto i cordoni della borsa. Per cui temo che un’ulteriore spinta all’autonomia possa peggiorare ulteriormente le cose».

«In realtà quello che dovrebbe essere assicurato a livello regionale è un’effettiva meritocrazia – specifica Ricciardi -. Dovrebbero rimpolpare gli organici e aumentare le assunzioni, migliorare le condizioni di lavoro dei colleghi ed evitare che i medici ogni anno regalino migliaia di ore di lavoro al sistema. Sono questi i fattori che fanno fuggire molti colleghi, e soprattutto colleghe, che sempre più rappresenteranno la stragrande maggioranza del personale medico. Non si può vivere in condizioni di questo genere. Altrimenti – conclude – anche l’eccellenza lombarda sarà presto a rischio».

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