Salute 21 Marzo 2020

Dal remdesivir alla clorochina, la “mappa della speranza” contro il Covid19

Non c’è solo il tocilizumab: tanti i farmaci su cui si punta per contrastare l’infezione da coronavirus, in primis gli antivirali. Potrebbero essere autorizzati nel giro di qualche mese. Per i vaccini si punta sull’anticorpo 47D11 allo studio in Germania. Ne abbiamo parlato con la farmacologa e deputata M5S Angela Ianaro: «Sono stati individuati tutti i possibili target sia nell’ambito della replicazione virale che in quello dei meccanismo di entrata e di uscita del virus dalla cellula»

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Tocilizumab, remdesivir, clorochina, baricitinib, anticorpo 47D11. Sono nomi complessi, difficili da ricordare, eppure rappresentano la “mappa della speranza” delle principali cure che si stanno sperimentando per curare l’infezione da Covid-19 che sta imperversando in tutto il mondo, mietendo migliaia di vittime. Si tratta di una lotta contro il tempo: prima si arriverà ad individuare i farmaci utili, più vite si riusciranno a salvare. Ne abbiamo parlato con Angela Ianaro, deputata del Movimento Cinque Stelle e professore associato di Farmacologia presso il Dipartimento di Farmacia della Scuola di Medicina dell’Università di Napoli Federico II.

«Sono stati individuati tutti i possibili target sia nell’ambito della replicazione virale che in quello dei meccanismo di entrata e di uscita del virus dalla cellula» spiega a Sanità Informazione l’onorevole che nel suo curriculum vanta quasi duecento lavori scientifici e review pubblicati su riviste internazionali di alto impatto sul ruolo del processo infiammatorio e della risposta immunitaria in patologie cardiovascolari e nella cancerogenesi. «Individuare e utilizzare farmaci già presenti permetterebbe di ridurre rapidamente il tempo necessario». I tempi sono quelli di «uno studio clinico randomizzato serio multicentrico» spiega la deputata, quindi parliamo di «qualche mese». Sullo sfondo il rischio della carenza di questi farmaci lanciato dall’Aifa, se ogni Stato dovesse bloccare l’esportazione di questi farmaci: «In quel caso dovremmo aumentare la produzione», spiega Ianaro.

IL TOCILIZUMAB

Tutti i riflettori sono puntati in questo momento sulla sperimentazione del tocilizumab, partita in Italia (ma già avanti in Cina) grazie al lavoro dell’equipe dell’Istituto tumori Pascale e sperimentata, sembra con successo, su alcuni pazienti in terapia intensiva al Cotugno di Napoli: «Per questo farmaco è stato approvato lo studio clinico chiamato Tocivid19, su cui sono attualmente registrati 65 diversi centri clinici per un totale di circa 18 pazienti. Non è un farmaco antivirale, è un anticorpo monoclonale umanizzato diretto contro una specifica citochina che è l’interleuchina-6, in particolare agisce bloccando entrambi i recettori dell’interleuchina-6, quello solubile e quello di membrana, e l’interleuchina-6 è una delle principali, ma non l’unica, citochina coinvolta in quella che viene chiamato cytokine storms, questa tempesta di citochine, tra cui appunto l’interleuchina-6, ma anche altre, che provoca una grave infiammazione a livello polmonare ed è poi responsabile di quelle che sono le criticità principali».

L’ANTIEBOLA REMDESIVIR

Ma non c’è solo il tocilizumab. Come aveva anticipato a Sanità Informazione il virologo Guido Silvestri, la comunità scientifica punta forte anche su un antivirale, il Remdesivir, attualmente non ancora autorizzato, usato contro l’ebola: persino il presidente USA Donald Trump ne ha fatto cenno recentemente. «Sarà reso disponibile attraverso due studi clinici autorizzati il 9 marzo dall’Aifa – spiega Ianaro -. È un farmaco promettente, è un analogo dell’adenosina, praticamente si incorpora nell’RNA virale nascente e provoca sostanzialmente una terminazione prematura della replicazione. Sostanzialmente impedisce la replicazione virale: questo è il meccanismo d’azione. È molto promettente. È iniziato lo studio come farmaco anti-ebola e agisce con un meccanismo post-entry, dopo che il virus è entrato all’interno della cellula».

LEGGI ANCHE: CORONAVIRUS NEGLI USA, UN MEDICO ITALIANO IN ARIZONA: «POCHI TAMPONI, SI SOTTOVALUTA IL RISCHIO»

L’ANTIMALARICO CLOROCHINA

Infine, altro farmaco ‘attenzionato’ in questi giorni è la vecchia clorochina: secondo il virologo francese Didier Raoult, direttore dell’Istituto Mediterraneo per le infezioni di Marsiglia, potrebbe essere decisiva nel battere l’infezione da coronavirus. «Su questo c’è uno studio francese, su un numero piccolo di pazienti, 24. In realtà non è molto approfondito, è una indicazione – sottolinea la deputata Cinque Stelle – ma ci sono altri studi sulla capacità antivirale della clorochina che dimostrano che, a differenza del remdesivir che agisce solo dopo l’ingresso del virus nella cellula, la clorochina agisce sia prima dell’ingresso, in quella fase in cui c’è la fusione del virus con la cellula, che dopo l’ingresso. Poi ha anche una azione immunomodulante che potrebbe aiutare e viene utilizzato insieme ad altri farmaci antivirali come il lopinavir e il ritonavir».

I VACCINI

Se la ricerca farmacologica è in fermento, non meno attiva è quella che punta alla ricerca di un vaccino. Anche qui non mancano le incognite: i tempi sono inevitabilmente più lunghi (si parla della fine dell’estate) e c’è la grande incognita della possibilità di reinfettarsi anche una volta avuta l’infezione, eventualità che alcuni virologi non hanno escluso e che renderebbe inutile il vaccino.

«Nel mondo sono una quarantina gli studi attualmente per la ricerca del vaccino – spiega Ianaro – che ovviamente rappresenta la principale speranza, anche se devo dire che i tempi di un vaccino sono abbastanza lunghi per ovvi motivi di sicurezza. Da un punto di vista immunologico dobbiamo pensare che, per quanto noi in questo momento riusciamo a limitare questa epidemia circoscrivendola e applicando il principio del contenimento e dell’isolamento, ci sarà un inevitabile ritorno e quindi dobbiamo trovare una strada per bloccarlo definitivamente».

Gli occhi del mondo sono rivolti ora all’anticorpo 47D11 individuato da due professori olandesi: «L’anticorpo 47D11 è una grande speranza – continua Ianaro -. Nasce dalla collaborazione tra due esperti di anticorpi, il professor Frank Grosveld dell’Erasmus Medical Center e il professore Jan Bosch della Utrecht University che hanno messo a punto questo anticorpo partendo da esperienze precedenti come ebola e Sars1. Questo anticorpo sembrerebbe veramente efficace nel bloccare in maniera selettiva quella porzione comune tra Sars1 e Sars2 che poi è responsabile dell’ingresso dei virus nella cellula richiamando una immunità propria dell’individuo. Sembra essere in questo momento una delle altre grandi promesse».

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Infine, l’ultima speranza viene dall’intelligenza artificiale: «C’è una ricerca intensissima sui meccanismi di base su cui poter andare ad agire tramite l’intelligenza artificiale che è un altro dei tool a disposizione della scienza: cioè sulla base della individuazione di un determinato meccanismo poter aiutare nella ricerca di molecole già presenti e utilizzate per altre patologie: è il caso del baricitinib. Questo farmaco è utilizzato per l’artrite reumatoide. Ha un’azione endocitosica, impedisce l’ingresso del virus, e poi ha un’altra grandissima proprietà che è quella di avere una scarsa interferenza con altri farmaci. Penso a tutti quegli anziani che sono in politerapia: questo farmaco non creerebbe nessun problema».

IL RISCHIO CARENZA FARMACI

Tutti questi farmaci ora oggetto di sperimentazione nel mondo rischiano però a breve di diventare ‘merce rara’, complici i blocchi che stanno attuando anche altri paesi europei. L’Aifa ha lanciato il monito pochi giorni fa: ci potrebbe essere un rischio approvvigionamento per alcuni farmaci molto usati negli ospedali in virtù di questa emergenza. «Sta succedendo questo – spiega Ianaro -. Prendiamo l’antimalarico clorochina: è stato inserito dalla Francia tra i farmaci su cui monitorare l’esportazione. Stiamo assistendo a dei comportamenti discutibili. Come politico e come scienziata dico che l’azione da fare è di aumentare la produzione, non di limitare l’esportazione. Il monito dell’Aifa è giusto, ci deve essere un’allerta a livello europeo proprio per impedire comportamenti simili a quelli che abbiamo visto con le mascherine e con i dispositivi di protezione individuale». In caso di carenza, «dovremmo aumentare la produzione: siamo il fiore all’occhiello dell’industria farmaceutica mondiale, forse i secondi nel mondo».

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