Salute 29 Ottobre 2020

Covid-19 e ictus cerebrale: esiste una correlazione?

Il neurologo: «L’ictus cerebrale è stato diagnosticato in circa il 6% dei pazienti con infezione da SARS-CoV-2 in atto, ma è ancora presto per stabilire con assoluta certezza che ci sia un legame specifico. Ma un dato interessante c’è: la maggior parte dei pazienti Covid che hanno avuto un ictus cerebrale sono giovani e privi di fattori di rischio associati»

di Isabella Faggiano

«I pazienti affetti da Covid-19 potrebbero avere una maggiore predisposizione a sviluppare l’ictus cerebrale». A rivelare i risultati di un recente studio sugli effetti che il virus ha sul nostro cervello, in occasione della Giornata mondiale contro l’ictus cerebrale, è Mauro Silvestrini, direttore della Clinica Neurologica degli Ospedali Riuniti di Ancona, vice presidente Italian Stroke Organization e presidente di Alice Marche.

«L’ictus cerebrale è stato diagnosticato in circa il 6% dei pazienti con infezione da SARS-CoV-2 in atto – sottolinea il neurologo -. È ancora presto per stabilire con assoluta certezza che ci sia una correlazione specifica tra ictus e Covid o che, al contrario, questi casi siano frutto di una coincidenza. Ma un dato interessante c’è: la maggior parte dei pazienti Covid che hanno avuto un ictus cerebrale presentano un profilo diverso rispetto al paziente normalmente colpito da ictus. Si tratta, infatti, di persone giovani e prive di fattori di rischio associati».

GIORNATA MONDIALE CONTRO L’ICTUS CEREBRALE

Ma anche chi non ha contratto il virus non deve abbassare la guardia e modificare il proprio stile di vita, puntando sulla prevenzione. «Alcuni fattori di rischio – aggiunge Silvestrini – non sono correggibili, come ad esempio l’età avanzata. Ma altri (come l’ipertensione, l’accumulo di grassi e zucchero nel sangue, l’obesità, il vizio del fumo) possono essere adeguatamente gestiti, sia attraverso le terapie farmacologiche, che seguendo stili di vita corretti. Tra le buone abitudini da non trascurare: la dieta mediterranea, riducendo sale e grassi di origine animale come i derivati del latte, carni grasse, salumi – e l’attività fisica regolare. Intervenendo sui fattori di rischio è possibile evitare l’80% dei casi di ictus».

Tutte regole ribadite a gran voce in occasione della Giornata Mondiale contro l’Ictus Cerebrale che, come ogni anno, si celebra il 29 ottobre. Per il 2020, la World Stroke Organization, infatti, ha voluto accendere i riflettori proprio sul tema della prevenzione, lanciando l’hashtag #DontBeTheOne: “1 persona su 4 verrà colpita da ictus nel corso della propria vita, non essere tu quella persona”. «L’ictus cerebrale, – sottolinea lo specialista – nel nostro Paese, rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie».

All’ictus si sopravvive

Grazie alle terapie, oggi, la maggior parte dei pazienti con ictus sopravvive: dei 150 mila italiani circa che ne vengono colpiti ogni anno, la metà rimane con problemi di disabilità di varia entità. Per tutti coloro che sono già stati vittime di ictus la prevenzione cambia: è consigliato effettuare le visite di controllo programmate sia dal neurologo che da altri eventuali specialisti almeno due volte all’anno, esami strumentali di controllo, tra cui l’ecocolordoppler dei vasi del collo, il doppler transcranico e l’ecocardiogramma. Attualmente sono circa 1 milione i sopravvissuti con esiti di ictus più o meno invalidanti: «C’è chi rimane privo di forza o sensibilità in una metà del corpo – dice Silvestrini -, chi non riesce ad esprimersi più in maniera corretta o perde parte del proprio campo visivo. I danni variano a seconda della zona in cui si è verificato l’ictus ed in base alla sua estensione».

I sintomi dell’ictus

Per limitare al minino gli effetti collaterali è necessario che tra la comparsa dei primi sintomi e la somministrazione delle cure passi il più breve tempo possibile. «Abbiamo delle ottime armi terapeutiche che però sono efficaci solo se vengono utilizzate tempestivamente – precisa il neurologo -. Il cervello è un organo fragile e, pertanto, non riesce a resistere più di poche ore con un apporto di sangue e di ossigeno ridotto».

Andare in ospedale non basta: è necessario che il paziente arrivi nella struttura più adeguata alla sua condizione. Ovvero quella in grado di gestire la fase acuta dell’ictus: le Unità Neurovascolari (Centri Ictus o Stroke Unit), reparti altamente specializzati per l’inquadramento clinico-diagnostico-terapeutico e la miglior gestione della malattia, dalla fase acuta alla riabilitazione neuromotoria e cognitiva precoce, fino alla prevenzione delle possibili complicanze.

«Non riuscire a muovere o avere minor forza ad un braccio, una gamba o entrambi gli arti dello stesso lato del corpo, avere la bocca storta, non riuscire a vedere bene metà o una parte degli oggetti, non essere in grado di coordinare i movimenti o di stare in equilibrio, non comprendere il linguaggio o non articolare bene le parole, essere colpiti da un violento e molto localizzato mal di testa, diverso dal solito, sono i sintomi da riconoscere tempestivamente – sottolinea Silvestrini -. Soprattutto, ciò che dovrà allarmarci è la modalità con cui compariranno: qualunque siano – conclude il neurologo – i sintomi si presenteranno in modo improvviso».

 

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