Salute 26 Novembre 2019 12:41

Attacco respiratorio acuto, Scala (San Donato Arezzo): «Mortale nel 15% dei casi, mancano le unità specializzate»

Ospite del XX Congresso Nazionale di Pneumologia organizzata da AIPO il direttore dell’Unità Operativa di Pneumologia dell’Ospedale San Donato di Arezzo, Raffaele Scala spiega quanto sia importante riconoscere questa patologia: «In assenza di un trattamento questo attacco può mettere in pericolo di vita il paziente»

Poco conosciuto, l’attacco respiratorio acuto ha una mortalità superiore all’infarto. «Si calcola che mentre l’attacco cardiaco acuto ha una mortalità sotto il 5% quello polmonare sfiora il 10-15%, indipendentemente dal tipo di patologia» avverte Raffaele Scala, direttore dell’Unità Operativa di Pneumologia dell’Ospedale San Donato di Arezzo, intervistato da Sanità Informazione in occasione del XX Congresso Nazionale di Pneumologia organizzata da AIPO tenutosi a Firenze.

«Quando parliamo di attacco respiratorio acuto, dobbiamo intendere una difficoltà improvvisa, rapida e severa di una persona che ha una malattia respiratoria. In assenza di un trattamento questo attacco può mettere in pericolo di vita il paziente. Le malattie che possono determinare un attacco respiratorio acuto – spiega ancora lo pneumologo – sono numerose. Alcune sono note, come la broncopneumopatia cronico ostruttiva e l’attacco asmatico acuto; altre sono malattie meno note, ad esempio quelle del sistema neuro-muscolare, come le distrofie e la sclerosi laterale amiotrofica; oppure malattie di interesse non respiratorio, come ad esempio l’edema polmonare cardiaco, lo scompenso del cuore che può portare ad un riflesso sul polmone».

Quali sono oggi i trattamenti a disposizione? «La persona che sviluppa questo attacco si trova nella difficoltà di dover supportare il proprio respiro e ha bisogno di un aiuto. L’aiuto ci deriva dalle medicine, ma anche dai supporti respiratorio che noi specialisti implementiamo in maniera non invasiva. Oltre l’ossigeno-terapia tradizionale, cioè la ventilazione in maschera e sistemi di erogazione di aria con alto flusso. In questo modo riusciamo a controllare l’attacco respiratorio acuto così da poter evitare il peggioramento e il ricovero nell’unità di terapia intensiva».

Una patologia che deve essere trattata in strutture specializzate, come l’Unità di terapia intensiva pneumologica. «Lo scopo è proprio di accogliere i pazienti con gravi crisi respiratoria, laddove possiamo implementare tutti i sistemi di assistenza, soprattutto respiratoria non invasiva e portare il paziente alla risoluzione. C’è anche purtroppo da dire che è un numero ancora insufficiente rispetto alle esigenze dei nostri cittadini. I numeri sono in incremento, perché riusciamo fortunatamente a controllare molto bene queste malattie croniche con i farmaci e portiamo la storia naturale della malattia avanti. Però purtroppo questo porta ad un esaurimento funzionale del polmone. Consideriamo poi che anche questo impatta molto sull’uso delle risorse sanitarie, quindi sulle ospedalizzazioni e purtroppo anche sulla vita del paziente».

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