Professioni Sanitarie 27 Maggio 2019

#UnGiornoCon | Audioprotesista. Sitzia (Anap): «L’ipoacusia provoca isolamento. Aumentare la capacità uditiva migliora la qualità della vita»

La storia di Sara: «Affetta da un’ipoacusia bilaterale è stata trattata attraverso l’applicazione di un dispositivo protesico su ciascuno orecchio. A distanza di sei mesi ha raggiunto una soglia uditiva assimilabile alla normalità»

di Isabella Faggiano

Partecipare ad una conversazione, vedere un film al cinema o in televisione comprendendone ogni battuta, ascoltare musica ad un volume moderato, chiacchierare al telefono. Ecco alcune delle nostre attività quotidiane, tutte apparentemente semplici, ma che possono trasformarsi in imprese impossibili, o quasi, per chi ha un problema di ipoacusia. Così come è accaduto a Sara (usiamo un nome di fantasia per la tutela della sua privacy) che, di fronte all’ennesimo disagio, ha deciso di chiedere aiuto ad un esperto.

Incontriamo Sara all’interno dello studio del suo audioprotesita, il dottore Massimo Sitzia, docente di Audioprotesi all’università Torvergata di Roma e presidente del comitato tecnico-scientifico Anap (Associazione nazionale audioprotesisti professionali). La giovane è in trattamento da circa sei mesi e, per comprendere i risultati raggiunti finora, il dottore Sitzia ci mostra gli esiti degli esami preliminari eseguiti durante la sua prima visita. «Di solito – spiega Sitzia – quando un paziente varca la soglia dello studio di un audioprotesista, dopo aver dedicato una prima fase all’accoglienza per cercare di comprendere le principali difficoltà dell’individuo, si procede all’esecuzione di una serie di indagini in grado di misurare il livello della capacità uditiva residuata. I test, di tipo sia quantitativo che qualitativo, ci consentono di avere una previsione della trattabilità del deficit uditivo. In particolare – continua l’audioprotesista – gli esami di Sara hanno identificato un’ipoacusia bilaterale, più grave all’orecchio destro, trattata attraverso l’applicazione di un dispositivo protesico su ciascuno orecchio».

A questo punto la paziente ha completato la prima parte del suo percorso riabilitativo uditivo: «Successivamente – sottolinea l’esperto – è stato necessario procedere ad una regolazione graduale del dispositivo. La capacità uditiva dell’individuo viene aumentata a poco a poco, tenendo presente il tempo in cui la persona è rimasta in una condizione di ipoascolto. Soltanto procedendo a piccoli passi il paziente potrà realmente abituarsi all’aumento della sua nuova capacità uditiva».

Raggiunti i livelli ottimali prefissati è necessario eseguire nuovi test per quantificare l’effettivo recupero dell’udito. «Nel caso di Sara – aggiunge l’audioprotesista – l’esame di verifica ha mostrato il raggiungimento di una soglia uditiva assimilabile alla normalità».

Ma anche quando gli obiettivi prestabiliti sono stati raggiunti è indispensabile che il paziente mantenga un contatto costante con il suo audioprotesista di fiducia: «Controlli successivi, fissati con una cadenza regolare nel tempo, permetteranno di verificare il corretto funzionamento del dispositivo e, soprattutto, che non ci siano variazioni della capacità uditiva del paziente. Attraverso un follow-up mirato – dice Sitzia – è possibile mantenere l’efficienza dell’audioprotesi per tutta la durata della vita del dispositivo stesso che, in condizioni normali, è in media di 6-8 anni».

Soltanto in questa fase del percorso riabilitativo l’audioprotesista avrà realmente raggiunto la sua principale missione: migliorare la qualità della vita dei suoi pazienti. «Perché – conclude l’esperto – aumentare la capacità uditiva di una persona significa tirarla fuori dall’isolamento che, a lungo andare, potrebbe essere la causa di un declino sia psicologico che cognitivo».

 

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