Professioni Sanitarie 8 Luglio 2019

#UnGiornoCon | Assistente Sociale. Dentro le fragilità: il viaggio di Adelard, dalla Nigeria all’Italia fino alla diagnosi di tumore incurabile

Il lavoro di un assistente sociale all’interno di un hospice di cure palliative. Chiara Pilotti (assistente sociale): «Il nostro intervento in un contesto del genere è una corsa contro il tempo. Ce n’è pochissimo dal primo contatto al decesso del paziente: in media abbiamo a disposizione circa venti giorni per organizzare l’intera assistenza»

di Isabella Faggiano

Adelard ha 28 anni ed è arrivato in Italia dalla Nigeria da circa quattro anni. Il suo è stato un vero e proprio viaggio della speranza, durante il quale ha vissuto tutte le peripezie che affrontano i migranti che sbarcano in Italia, passando dalla Libia. Ma quando il suo viaggio era finalmente finito, Adelard non poteva sapere che il peggio doveva ancora arrivare: una diagnosi di tumore epatico in fase avanzata. In altre parole, un male incurabile.

Adelard, ora, è ricoverato in un hospice per le cure palliative romano, Antea. Ed è qui che abbiamo incontrato Chiara Pilotti, l’assistente sociale che sta seguendo la sua vicenda. È lei che, ai microfoni di Sanità Informazione, ci ha raccontato questa vicenda per aiutarci a comprendere al meglio il lavoro dell’assistente sociale in un contesto sanitario dedito alle cure palliative, un approccio che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, “è volto a migliorare il più possibile la qualità della vita di persone colpite da malattie inguaribili e delle loro famiglie, attraverso la prevenzione e il sollievo dalla sofferenza”.

Nel rispetto della privacy di Adelard (il nome è di fantasia) abbiamo chiesto alla dottoressa Pilotti di modificare, nel corso del racconto, tutti i suoi dati sensibili per evitarne l’identificazione. Particolari che, pur tutelando la vita privata del giovane, non ci impediscono di comprendere appieno il lavoro svolto dall’assistente sociale.

In particolare, il giorno in cui abbiamo varcato la soglia di Antea, Chiara Pilotti era impegnata proprio nell’aiutare Adelard. «L’intervento dell’assistente sociale in un contesto di cure palliative – racconta la professionista sanitaria – è una corsa contro il tempo. Ce n’è pochissimo dal primo contatto al decesso del paziente: in media abbiamo a disposizione circa venti giorni per organizzare l’intera assistenza».

Nel caso di Adelard sono due le priorità da affrontare: «Contattare un mediatore culturale e cercare di far arrivare la sorella dalla Nigeria, affinché possa ricevere l’affetto di cui ha bisogno», dice l’assistente sociale. Con il giovane nigeriano è difficile comunicare e non è solo un problema di lingua: «Oltre alla patologia oncologica, Adelard è affetto anche da una psicosi importante – spiega Pilotti – che ci impedisce di comunicare con lui. È chiuso in un mutismo assoluto».

Come Adelard sono tante le persone affette da patologie cronico-degenerative che non possono essere più trattate in maniera attiva con chemio, radio, terapie sperimentali, o interventi chirurgici, ma che allo stesso tempo hanno bisogno di essere seguiti durante tutta la fase avanzata della loro malattia. «È per questo – continua Pilotti – che effettuiamo una presa in carico globale della persona, intervenendo su tutte le forme di dolore che possono caratterizzare questo stadio terminale della patologia».

L’hospice di Antea accoglie un massimo di 25 persone, ma riserva l’assistenza domiciliare ad un numero 4 volte superiore di malati, ed anche oltre. «Il primo colloquio informativo-conoscitivo lo offriamo a tutti coloro che si rivolgono a noi – dice l’assistente sociale -. Ma il nostro intervento si concentra in particolare sulle situazioni di maggiore fragilità: nuclei familiari composti da coniugi molto anziani affetti da patologie differenti, una delle quali incurabile, famiglie costituite da un genitore rimasto vedovo precocemente che, in fase avanzata di malattia, si preoccupa di poter garantire una tutela sotto tutti i punti di vista al figlio che rimarrà solo al suo decesso. Ancora, ci prendiamo cura di persone con disabilità congenite, patologie psichiatriche o di minori in fin di vita, per i quali si attiva un’equipe specializzata in cure palliative pediatriche».

Anche quando si arriva al terribile seppur inevitabile esito, quello del decesso, il lavoro dell’assistente sociale che opera nel contesto delle cure palliative continua: «Ci occupiamo anche della gestione del lutto – spiega l’esperta – o, nel caso di un paziente straniero, del rimpatrio della salma, oppure dell’affidamento di minori soli o di anziani affetti da demenza ai servizi territoriali di competenza».

E, intanto, mentre la dottoressa Pilotti continua a racconta il suo lavoro, facendoci visitare l’intera struttura, la vita nell’hospice va avanti: per tutti gli ospiti di Antea è giunta l’ora della terapia occupazionale. Nel frattempo, è arrivato anche il mediatore culturale incaricato del caso di Adelard. Trattandosi di un incontro delicato, al quale possono prendere parte solo gli addetti ai lavori, spegniamo le telecamere e ci dirigiamo verso l’uscita, lasciando che l’equipe di cure palliative possa lavorare in tranquillità, per sostenere al meglio Adelard verso la fine del suo viaggio.

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