Professioni Sanitarie 2 Maggio 2022 15:08

«Sguardi persi, storie di violenza e voglia di tornare in patria». Assistenti sociali in aiuto dei profughi ucraini

Gli Assistenti sociali per la protezione civile stanno lavorando negli hub regionali e al confine di Stato in Friuli Venezia Giulia per fornire assistenza. Ma non è semplice pensare a progetti di inclusione. La presidente ASPROC Monica Forno: «C’è un grosso problema di lingua, pochissimi parlano l’inglese. E alcune donne lasciano i bambini in sicurezza per tornare a combattere»

di Francesco Torre

Sguardo perso, la paura nel volto, il trauma delle violenze ancora davanti agli occhi. Sono i civili ucraini che riescono a scappare dalla loro terra, sconvolta dalla guerra, con ogni mezzo a loro disposizione. I più fortunati riescono ad arrivare in occidente, anche in Italia, dove ad accoglierli trovano i volontari delle organizzazioni umanitarie e di altre associazioni che stanno facendo il possibile per gestire questo nuovo, inatteso flusso migratorio.

Ne abbiamo parlato con Monica Forno, presidente di ASPROC (Assistenti sociali per la protezione civile), associazione di volontariato e protezione civile di carattere ordinistico, cioè ne possono far parte solo assistenti sociali iscritti all’Ordine. Nata nel 2015, si è trovata subito impegnata nel disastroso sisma del centro Italia nell’estate 2016. Ora, con la guerra in Ucraina, una sfida completamente diversa, quella di un intervento lontano dal luogo dell’emergenza dove si cercano di gestire flussi migratori inattesi.

Le missioni in Slovacchia, Ungheria e Polonia

«Come ASPROC stiamo attuando diversi tipi di interventi – spiega Forno a Sanità Informazione -. Insieme a una storica associazione di volontariato, la Confederazione Nazionale delle Misericordie d’Italia, siamo stati chiamati a far parte di alcune équipe in cui c’erano assistenti sociali, psicologi, infermieri di area critica giunti in Ungheria e Polonia per ‘esfiltrare’ profughi, cioè individuare gruppi di persone con disabilità da portare in Italia. In un viaggio abbiamo portato in Italia bambini, soprattutto oncologici, accompagnandoli al Bambin Gesù; un’altra volta c’erano dei non vedenti da portare a Tortona, in Piemonte, dove erano attesi. La nostra missione era partire con l’equipe, valutare pratiche e documenti, gestirli durante il viaggio. Spesso c’erano situazioni che richiedevano, assistenza sanitaria. Abbiamo fatto tre o quattro viaggi di questo tipo».

Un lavoro di grande responsabilità che ha coinvolto molti dei 260 volontari sparsi in tutta Italia di ASPROC. Una missione analoga è stata allestita nelle prime settimane del conflitto in Slovacchia, altro paese confinante. «Qui dovevamo intercettare chi ha intenzione di venire in Italia – spiega Forno – capire la formazione dei nuclei familiari, sapere su che mezzo salgono, allertare la prefettura o la regione dove sono intenzionati ad arrivare e capire se già hanno un posto dove risiedere o se occorre pensare a una sistemazione. Le ore di viaggio hanno permesso il reperimento di una sistemazione».

Le drammatiche storie dei profughi

Da un mese a questa parte, il lavoro che veniva svolto nei paesi confinanti si è spostato in Italia, in particolare nel confine est, in Friuli, dove sono stati allestiti due hub di accoglienza, uno al confine di Stato di Tarvisio a Ugovizza e l’altro al valico di Farnetti. «A Ugovizza c’è un hub alla prima uscita dell’autostrada dove vengono intercettati tutti i mezzi con targa ucraina che entrano in Italia – continua la presidente ASPROC -. Lì è stato creato un punto di prima accoglienza. Nell’hub ci siamo noi, l’UNHCR, psicologi e infermieri di protezione civile».

Sono storie dolorose quelle raccolte in questi hub. Storie di chi ha visto la propria esistenza stravolta, di chi ha perso tutto e ora vaga senza una meta. Storie di chi sogna di ritornare presto alla propria vita, nella speranza che l’incubo della guerra finisca presto.

«Nella prima fase abbiamo osservato che è uscito dal paese il ceto medio, coloro che forse avevano i mezzi economici e culturali anche per muoversi, chi magari aveva conoscenze all’estero – racconta ancora Forno, che è stata in prima persona in questi hub -. Quando gli autobus con i profughi vengono fatti deviare e arrivare all’hub magari c’è l’esercito: la vista della divisa li terrorizza, così come il passaggio di un aereo in cielo. Quando si aprono le porte dell’autobus non scendono, sono terrorizzati. Qui ho visto per la prima volta in vita mia ferite di guerra. C’era una ragazza che aveva un bendaggio su tutto il volto, era stata vittima di un’esplosione. Erano reduci da tre giorni di viaggio. Bambini, ragazzi con lo sguardo perso. C’è un grosso problema di lingua, pochissimi parlano l’inglese. Le persone anziane erano in ciabatte».

A colpire la presidente Forno una frase destinata a lasciare il segno: «Qualcuna, quando prende un po’ di confidenza, ha raccontato ai nostri volontari di aver assistito a scene di violenza. Spesso si sono nutriti di animali randagi. Io sono riuscita a parlare con una signora giovane che stava scappando, era lei alla guida della macchina con i suoi genitori anziani e il bambino, una pittrice. Sapeva l’inglese. Abbiamo parlato un po’, poi prima di andare via mi ha preso il braccio e mi ha detto: ‘guarda che tutto può cambiare improvvisamente’».

Il lavoro negli hub regionali

Accanto a questo tipo di intervento, i volontari di ASPROC sono al lavoro negli hub regionali dove vengono accolti i profughi. Un lavoro non semplice da gestire, perché a differenza dei profughi provenienti dal Nord Africa gli ucraini hanno in testa solo la voglia di ritornare nella loro patria. «Abbiamo avuto esperienza in Trentino Alto Adige dove ASPROC Trentino è stata coinvolta dalla provincia autonoma di Trento spiega Forno -. Le colleghe durante il giorno lavoravano nei servizi, poi dalle 17 in poi lavoravano come volontarie per dare supporto alle famiglie che si erano offerte per accogliere i profughi. I profughi scappano ma non è solo questione di accoglierli, occorrono dei progetti di inclusione. Capire dopo due mesi di accoglienza cosa fare e come sostenere le famiglie che li accolgono. Il 90% delle persone non ha chiesto nulla. Addirittura alcune donne hanno lasciato i bambini in sicurezza e sono rientrate a combattere insieme a compagni e mariti. Questo rende complicato pensare dei progetti di inclusione. Non siamo sicuri che i bambini vogliano imparare l’italiano».

 

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