Professioni Sanitarie 5 Gennaio 2021 14:22

Medicina territoriale, anche i TFCPC pronti a giocare un ruolo. Scali: «Telemedicina e soccorso emergenziale, ecco cosa possiamo fare»

Il Presidente della Commissione d’Albo nazionale dei Tecnici di Fisiopatologia Cardiocircolatoria e Perfusione Cardiovascolare, Salvatore Scali, spiega gli ambiti in cui questo professionista può essere un protagonista della medicina territoriale. E chiarisce: «A volte si ha la percezione che in alcuni nostri ambiti siamo stati un po’ erosi e questo per noi è un grande problema»

I Tecnici di Fisiopatologia Cardiocircolatoria e Perfusione Cardiovascolare vogliono giocare un ruolo di primo piano nella trasformazione in atto nella sanità e nel potenziamento delle cure territoriali, con particolare riferimento alla telemedicina. È Salvatore Scali, Presidente della Commissione d’Albo nazionale dei TFCPC, a spiegare a Sanità Informazione come una professione prevalentemente ospedaliera (il 90% lavora in strutture pubbliche o private sia territoriali che ospedaliere, solo il 10% è libero professionista) possa rappresentare un valore aggiunto per la sanità del futuro.

«Noi come TFCPC svolgiamo un ruolo molto importante perché il nostro target è il paziente maggiormente rappresentato: l’anziano con comorbilità tra cui quelle cardiovascolari – spiega Scali -. Tra queste ultime patologie ce ne sono alcune che prevedono che al paziente venga impiantato un pacemaker o un defibrillatore, che sono dispositivi salvavita. Questi dispositivi necessitano di importanti controlli periodici. Questo tipo di attività si può svolgere anche da remoto grazie ad apparecchi di ultima generazione che si collegano tramite connessione wifi con dei centri di riferimento: viene così valutata la situazione specifica per quanto riguarda la patologia e il buon funzionamento del dispositivo. Qui entriamo in gioco noi: facciamo i controlli da remoto o a domicilio, anche sui sistemi di monitoraggio Holter cardiaci e pressori. Con le nostre competenze, possiamo anche andare direttamente dal paziente su delega del cardiologo ed effettuare i controlli. Partecipiamo contestualmente alla verifica del peso corporeo dei pazienti cardiopatici scompensati: questo dato viene controllato periodicamente ed inserito in particolari algoritmi che modificano costantemente il funzionamento di questi ultimi dispositivi a beneficio del paziente. Poi facciamo una verifica di concerto con il cardiologo: qualora sia necessario intervenire dal punto di vista terapeutico o qualora servano visite ulteriori, solo a quel punto interviene il medico. Il Professionista TFCPC, sempre su delega del cardiologo, può recarsi a casa del paziente e/o in residenze sanitarie per anziani (RSA) per effettuare l’elettrocardiogramma o l’ecocardiogramma attraverso apparecchiature portatili. Esami strumentali fondamentali per monitorare le funzioni cardiocircolatorie in pazienti con patologie croniche, alleggerendo le lunghe liste di attesa. Inoltre, può collaborare con team di oncologi e cardiologi per partecipare agli screening periodici programmati a domicilio su pazienti oncologici con sintomi da chemio tossicità. Insomma, facciamo da tramite con lo specialista».

Scali racconta l’evoluzione di una professione che in qualche modo è legata all’evolversi delle tecnologie, considerando che i TFCPC sono gli specialisti che lavorano sull’ECMO, l’ossigenazione extracorporea a membrana, una tecnica che supporta le funzioni vitali mediante circolazione extracorporea: «Siamo nati come personale esclusivamente ospedaliero e ora possiamo estendere la nostra attività anche a livello territoriale, come già avviene in qualche caso. La medicina territoriale può essere uno strumento fondamentale per evitare che tutti i pazienti confluiscano nelle grandi strutture ospedaliere».

IL RUOLO DEI TFCPC NELLA RETE “HUB&SPOKE”

Ma il ruolo dei TFCPC nella medicina territoriale può andare oltre i controlli in telemedicina ai pazienti ed operare nel contesto dell’emergenza. «Tutti i grandi centri ospedalieri sono collegati con una serie di centri più periferici: si chiama rete Hub and Spoke” – continua Scali -. Noi possiamo intervenire a livello locale in situazioni di shock cardiogeno o arresto cardiaco refrattario andando in ambulanza ad impiantare l’ECMO che, come abbiamo detto, serve a supportare le funzioni vitali del paziente. Questo tipo di attività non è ancora molto diffusa a livello nazionale, o solo a macchia di leopardo, ma sta prendendo piede. Laddove, infatti, non c’è un centro avanzato con una rianimazione completa, una cardiochirurgia, ecc. si può andare, in team con i medici specialisti, direttamente sul posto stabilizzando il paziente che è in una situazione critica attraverso un supporto cardiorespiratorio che gli consente di essere trasferito in sicurezza presso un centro più attrezzato. Questa rete “Hub and Spoke” dovrebbe essere senza dubbio implementata a livello regionale con la creazione di percorsi ad hoc ben definiti, anche perché la logistica e le tempistiche sono indispensabili per la buona riuscita. Inoltre, l’utilizzo di queste metodiche e lo sviluppo delle reti territoriali potrà giocare un ruolo chiave per la diffusione della donazione a cuore fermo, con le sue specificità legate al trasporto ed al ricondizionamento degli organi, che ci vede protagonisti ed impegnati ad incrementare il pool dei donatori per contrastare le lunghe lista d’attesa legate alla carenza di organi. Inoltre, grazie al nostro know-how clinico e tecnico, possiamo partecipare al follow-up ambulatoriale, domiciliare o in remoto dei pazienti portatori di assistenze ventricolari meccaniche (VAD o cuori artificiali); una realtà già diffusa in altri Paesi».

In tutto, gli iscritti all’Albo sono 1337 con forti concentrazioni a Roma e in Lombardia. Un numero troppo esiguo rispetto alle necessità «ma spesso – sottolinea Scali con una punta di amarezza – i manager delle aziende sanitarie preferiscono puntare su altri professionisti, come gli infermieri, perché sono ricollocabili in vari ambiti. Se quell’attività specifica non viene più intrapresa l’infermiere può essere convogliato su altre attività. Però anche noi abbiamo competenze in tanti settori: nel recupero sangue intraoperatorio, ad esempio, per evitare inutili trasfusioni con tutti i rischi associati. Possiamo intervenire, come abbiamo ricordato, nei diversi ambiti cardiologici sia diagnostici che interventistici, nelle terapie renali sostitutive per i pazienti che hanno insufficienza renale. Potremmo essere tranquillamente ricollocati anche noi, qualora in una terapia intensiva non venissero impiantati gli ECMO, mentre le nostre peculiari competenze non possono essere vicariate da nessuna altra figura professionale».

Una delle problematiche che più lamentano gli iscritti è proprio lo sconfinamento di altri professionisti in ambiti invece propri del Tecnico di Fisiopatologia Cardiocircolatoria e Perfusione Cardiovascolare. «L’argomento più invocato dagli iscritti è sicuramente la valorizzazione e l’esclusività delle competenze avanzate della nostra professione – conclude Scali -. Noi lavoriamo in team con tante altre professioni sanitarie. Ma a volte si ha la percezione che siamo stati un po’ erosi e questo per noi è un grande problema. Salvaguardare i nostri confini assistenziali vuol dire assicurare un’adeguata quota di assunzione, di risposta al mercato e soprattutto ai bisogni di salute del cittadino. Il nostro profilo professionale è stato fatto tanti anni fa e l’evoluzione della professione ci vede in prima linea: oggi questo profilo va rivisto. Il fatto che adesso c’è un Ordine che possa in qualche maniera tutelare i professionisti è un fatto estremamente positivo».

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