Professioni Sanitarie 15 Settembre 2020

AIFI: «Dopo il caso Zaniolo la tutela degli atleti passa da una nuova alleanza»

Dall’Associazione Italiana Fisioterapisti una lettera aperta ai media, agli sportivi ed alle società

«Quando c’è di mezzo la salute non sono possibili scorciatoie. Lo abbiamo vissuto durante il Lockdown a causa del Covid-19 e in ambito sportivo mi permetto – da Presidente del Gruppo di Interesse Specialistico in Fisioterapia Sportiva di AIFI – di fare la stessa considerazione a seguito del nuovo incidente a Nicolò Zaniolo. Molteplici sono state in questi giorni le reazioni sportive, cliniche e popolari che ha suscitato. Reazioni che ci interrogano e ci pongono delle domande che intrecciano il profilo professionale con quello sociale e sportivo». Comincia così la lettera aperta ai media, agli sportivi ed alle società firmata da Andrea Piazze, presidente del Gruppo di Interesse Specialistico in Fisioterapia Sportiva in seno all’Associazione Italiana Fisioterapisti-AIFI

«Nel merito cosa è accaduto a questo fortissimo centrocampista ventunenne? Lo scorso 12 gennaio 2020, durante la sfida con la Juventus, Zaniolo era incorso nel peggiore infortunio immaginabile per un calciatore: la lesione del legamento crociato anteriore del ginocchio. Per lui questa lesione significava Campionato ed Europei (non si poteva ancora immaginare che questi ultimi sarebbero stati posticipati di un anno) a rischio. A seguito di quel primo grave incidente avevamo mandato un messaggio chiaro: non ci sono “panacee” che possano permettere a Zaniolo di ridurre i tempi di recupero dalla rottura del legamento crociato anteriore. La parola d’ordine – avevamo detto – era ‘prudenza’, utilizzare il tempo indicato da chi fa ricerca in argomento (9-12 mesi) per lavorare con l’atleta e raggiungere quel livello di funzioni e capacità necessarie al suo ritorno in campo in sicurezza, altrimenti il rischio di recidiva sarebbe stato dietro l’angolo. Il consiglio che avevamo dato alle società, ma anche ai media, era quello di non aumentare la pressione su questi atleti per abbreviare il loro ritorno in campo. In quella sede avevamo suonato un campanello d’allarme: i recuperi a tempi record rischiano di diventare “prassi” perché a volte direttamente incentivati anche…. da aspetti extrasportivi ed extraclinici».

«Alcuni giorni fa, purtroppo, durante la partita della Nazionale contro l’Olanda, calendarizzata in maniera scellerata al rientro dalle “miniferie” tra un finale di campionato posticipato dal lockdown, caratterizzato da diverse e “inesplorate” modalità di allenamento, e l’inizio della preparazione della prossima stagione, il ginocchio di Nicolò ha fatto crack. Stesso infortunio: lesione del legamento crociato anteriore, ma ginocchio diverso da quello operato a inizio anno. Si è fatto male al ginocchio sano! Quindi casualità e pura sfortuna…».

«Cosa è accaduto esattamente questa volta al centrocampista della Roma e della Nazionale – chiede Piazze –? Ebbene, prima di tutto si tratta di un nuovo infortunio, ed in quanto tale si tratta di un evento traumatico legato alla stessa pratica sportiva del calcio. Ma tutti i clinici, da chi opera ai colleghi Fisioterapisti, sanno che la letteratura scientifica e le statistiche cliniche parlano chiaro: esiste un nesso ben evidente su infortuni al ginocchio controlaterale di quello operato in precedenza. Ad un follow up di 10 anni dal primo intervento ben il 33% dei calciatori ha subito un nuovo infortunio al ginocchio. Di questi, nella metà dei casi, è stato lesionato il legamento crociato del ginocchio controlaterale. Quindi, oltre che poter affermare che circa la metà dei calciatori (di tutti i livelli, dal professionista all’amatore) non tornano alla pratica sportiva per più motivi dopo il primo intervento, quelli che tornano alla pratica sportiva, sono fortemente soggetti a recidiva di infortunio sul ginocchio operato ma anche sul controlaterale sano».

«Nicolò non ne è il primo caso, anche a livello nazionale professionistico. Quindi entriamo nel campo degli infortuni da considerare evitabili, su cui un forte atteggiamento precauzionale e procedurale sarebbe auspicabile. Come è dunque possibile tutto questo? Perché un nuovo incidente, così simile al primo e così nuovamente grave? Restiamo proprio convinti sia questione di sfortuna, di casualità? Puro destino?».

«La domanda che oggi il sistema calcio probabilmente è obbligato a farsi è: il calcio può continuare a rischiare di sacrificare così i suoi campioni? Forse è giunto il tempo di una nuova (e più stringente) alleanza tra i soggetti coinvolti: calciatori, società, procuratori, medici dello sport, fisioterapisti, media, sponsor, anche con i tifosi, vista la loro giustificata richiesta di continuo spettacolo e risultati, per impedire che interessi non direttamente coinvolti con la salute dei calciatori facciano pressioni indebite e giungano a governare non tanto la guarigione di un atleta, quanto il suo ritorno in campo anche in condizioni “non precauzionali».

«Ormai – si può leggere ancora nella lettera –, la realtà dei fatti ci insegna tristemente che non sia più utile, al mondo del calcio, raccontare cosa la scienza consigli e indichi sia corretto fare in situazioni del genere (cosa che tutti gli operatori del settore dovrebbero fare al massimo grado di serietà e competenza) ma serve che il mondo stesso del calcio protegga i suoi atleti come un “bene” da custodire e preservare di fronte a eventi del genere. Tornando all’inizio, collegandosi al problema della pandemia che stiamo vivendo, rimarchiamo come in ogni ambito di quotidianità e partecipazione sociale, non siano possibili scorciatoie, pena la mancanza di safety, ed in questo, il mondo dello sport non fa differenza. Infatti – conclude Piazze – anche nel caso del grave infortunio di un calciatore, non sono possibili scorciatoie, pena la possibile rovina della carriera di un campione».

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