Politica 10 Gennaio 2023 11:40

Payback, fornitori di dispositivi medici contro la tassa che «rischia di distruggere la sanità»

Le imprese dei dispositivi medici sono scese in piazza a protestare contro il payback. A rischio la sopravvivenza dell’80% delle aziende del settore e oltre 100mila posti di lavoro

Payback, fornitori di dispositivi medici contro la tassa che «rischia di distruggere la sanità»

Dal termometro allo stent coronarico, dal cerotto al laser fino alle garze e a molti altri dispositivi medici. Gli ospedali italiani rischiano di rimanere senza tutti quei preziosi strumenti che servono per curare e assistere i pazienti. La colpa è del cosiddetto «payback sanitario», un meccanismo che ha lo scopo di fronteggiare l’aumento di spesa sanitaria pubblica, quando le regioni superano i tetti di spesa sanitari preventivati di anno in anno. Questo meccanismo chiama in causa le imprese che nell’annualità di riferimento hanno commercializzato i dispositivi medici a ripianare lo scostamento dal tetto di spesa stabilito, in concorso con la regione. «Si tratta di una tassa che può distruggere la sanità italiana», dice Gennaro Broya de Lucia della PMI Sanità, coordinamento delle piccole e medie imprese del biomedicale. Questa mattina le imprese del biomedicale sono scese in piazza a protestare.

Fino all’80% delle imprese rischiano di chiudere

«Con il payback potrebbero chiudere fino all’80% delle imprese coinvolte e lasciare sulla strada oltre 100mila lavoratori con gravi conseguenze per la sanità italiana», aggiunge Broya. Gli operatori e i lavoratori delle aziende produttrici di dispositivi medici, quindi, stanno manifestando per chiedere l’abolizione del «meccanismo che vuole far pagare alle aziende italiane gli sprechi e gli errori delle Regioni incapaci», spiega in una nota Pmi Sanità. Il conto delle aziende è da capogiro: quasi 2 miliardi e 200 milioni di euro. «Questo meccanismo, che non si sa se definire più iniquo o più assurdo – rimarca Broya – se applicato avrà conseguenze economiche e occupazionali gravissime su un settore industriale che vale 16,2 miliardi di euro, conta 4.546 aziende, dà lavoro a 112.534 addetti e garantisce forniture di dispositivi medici di qualità agli ospedali. E quindi salute ai cittadini italiani. Molte, fra le aziende più piccole chiamate indebitamente a pagare le disfunzioni delle Regioni con i loro denari onestamente guadagnati, rischiano il fallimento».

Payback rinviato, entro il 30 aprile attese nuove regole

Oggi in Cdm dovrebbe essere approvato un decreto legge ad hoc che sospende fino al 30 aprile il pagamento, in attesa che la nuova Def, il documento di economia e finanza, indichi se ci sono risorse per almeno attenuare l’impatto del payback sulle imprese, perché altrimenti c’è il rischio di dover fare i conti un deficit di forniture ai nostri ospedali, stando a quanto riportato dalla deputata di FdI Ylenja Lucaselli, che ieri si è confrontata sull’argomento con il Mef, il ministero della Salute e i partiti di maggioranza. L’accordo raggiunto prevede anche l’innalzamento del tetto per i dispositivi medici, che dall’attuale 4,4% della spesa sanitaria complessiva verrebbe portato al 5,2%, riducendo così il deficit da dover poi ripianare. Ma da qui al 30 aprile verranno riscritte anche le regole del payback, che oggi colpisce indistintamente tutte le aziende, a prescindere dalle dimensioni e dal fatturato.

Pmi sanità: «Cosa c’entrano queste aziende con i conti sanitari sbagliati delle Regioni?»

La manifestazione di oggi è la seconda, dopo quella dello scorso 20 dicembre, a essere organizzata da Pmi Sanità. «Siamo scesi in piazza perché dobbiamo assolutamente portare a conoscenza dell’opinione pubblica cosa sta succedendo, è un problema che riguarda tutti», avverte Anna Maria D’Aguì, vicepresidente di Pmi Sanità. Ma cosa c’è dietro il payback? «Le Regioni che hanno speso in sanità più di quanto programmato (e cioè più del 4,4% della loro spesa totale) possono chiedere alle aziende da cui hanno comprato gli indispensabili dispositivi medici di restituire loro una cifra pari al 50% della spesa fatta in eccesso. Cosa c’entrano queste aziende con i conti sanitari sbagliati delle Regioni? – si chiede Pmi Sanità – Niente. Però, avendo avuto la sfortuna di vendere i loro prodotti alla Regione – si badi bene, in seguito a regolari gare pubbliche – si vedono sequestrare il loro legittimo guadagno. Molti si chiedono se non sia qualcosa di molto simile a un’estorsione. Una situazione così assurda da sembrare incredibile. Eppure è vera».

Con payback le aziende biomedicali devono pagare 2,2 miliardi di euro

La legge che prevedeva il payback fu varata nel 2015, rimanendo silente fino a oggi. «Se ne è però ricordato il governo lo scorso 6 luglio 2022. In questa data un Decreto emanato del ministro della Salute, di concerto con il ministro dell’Economia e delle Finanze – prosegue la nota di Pmi Sanità – ha stabilito che tra il 2015 e il 2018 diverse Regioni hanno speso in sanità molto più di quanto programmato. E che per ripianare, la metà della cifra andava chiesta – non si sa bene perché – alle aziende che glieli hanno venduti: parliamo, come si è detto, della bella cifra di 2,2 miliardi di euro». Il termine del pagamento era stato fissato per il 15 gennaio e ora verrà rinviata. Tuttavia, alle aziende un rinvio non basta. «Un meccanismo così rovinoso, iniquo e direi odioso come il payback sui dispositivi sanitari va semplicemente abolito. Ne va della sopravvivenza di un settore portante dell’economia italiana. Ne va della salute stessa degli italiani. E non ultimo, della credibilità della nostra classe politica», conclude Broya.

 

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