Lavoro 9 Novembre 2020

«Un medico donna? No, voglio un vero dottore». Un racconto di ordinaria violenza in un ospedale italiano

La testimonianza è tratta dal volume “Stop alla violenza a danno degli operatori della salute. Prevenire e gestire la violenza sul lavoro” scritto dalla dottoressa Marina Cannavò: «Ancora oggi è molto diffusa la tendenza maschilista a non considerare un medico donna altrettanto capace del suo collega uomo»

Minacce, aggressioni, violenze verbali e fisiche. Purtroppo episodi di questo genere sono all’ordine del giorno negli ospedali italiani, in special modo nei presidi di Pronto soccorso. E spesso vittime di questa rabbia cieca sono i medici donna. Vi proponiamo una testimonianza tratta dal volume “Stop alla violenza a danno degli operatori della salute. Prevenire e gestire la violenza sul lavoro” (Società Editrice Universo) scritto dalla dottoressa Marina Cannavò che da anni si occupa del tema.

 

In turno presso il DEA, solito sovraffollamento e solita carenza di personale. Sono nel mio box e sto visitando da sola, poiché l’infermiere in turno è fuori nel corridoio antistante a controllare e somministrare terapie ai diversi e numerosi pazienti in corso di accertamenti.

Mentre sono al Pc a terminare la stesura di una cartella, si apre la porta del box e due operatori del 118, senza preavviso, mi gettano letteralmente dentro un paziente piuttosto agitato e aggressivo. Mi lasciano la cartella sulla scrivania e se ne vanno chiudendo la porta.

Saluto il paziente, gli chiedo scusa spiegandogli che termino di fare la richiesta di un esame e che quindi avrà tutta la mia attenzione.

Lui mi risponde in modo aggressivo e mi invita a “chiamare un vero dottore”. Spiego al paziente che il dirigente medico in turno sono io e che sono qualificata a prendermi cura di lui, quindi con tono scherzoso e per smorzare i toni già alti, gli chiedo di darmi fiducia e di iniziare a raccontarmi quale problema lo ha spinto a richiedere le cure del PS. Immediatamente si alza dal lettino, si fa avanti in modo minaccioso e con uno scatto prima getta all’aria tutto ciò che c’è sul carrello accanto alla scrivania, quindi mi afferra dalle spalle e comincia a scuotermi ed a spintonarmi.

Voleva un dottore vero e soprattutto uomo. “Noi donne siamo buone solo per essere scopate”. Inizio a chiedere aiuto ad alta voce, sperando di attirare l’attenzione del personale nei box visita accanto, ma solo quando mi getta contro la porta il forte rumore fa accorrere gli infermieri e poi la vigilanza allertata da questi.

Nonostante l’arrivo di infermieri e guardie giurate, il paziente non molla la presa, anzi afferra bene il mio polso e lo sottopone ad una torsione improvvisa e continua (mi provocherà una frattura incompleta dello stiloide ulnare).

Solo l’intervento di un carabiniere presente nella sala di fronte per un altro paziente lo farà fermare.

Riflessioni

Ancora oggi è molto diffusa la tendenza maschilista a non considerare un medico donna altrettanto capace del suo collega uomo.

Eppure ho una laurea, una specializzazione, un dottorato di ricerca e un master come tanti “maschi”, ma a fronte del mio collega dottore, se giovane, professore, se più maturo, io sono sempre signorina, signora, pischè, Aooh…, a seconda delle situazioni.

Fondamentalmente, ci si sente in diritto di poter gridare, aggredire, verbalmente e fisicamente, ingiuriare, diffamare e calunniare un operatore sanitario ogni qualvolta le proprie aspettative non vengano soddisfatte. “Sei una serva del popolo, devi stare zitta!”, citazione di un paziente.

Sembra che noi medici non possiamo in alcun modo difenderci perché dobbiamo sempre comprendere: era un paziente psichiatrico, era un paziente/parente preoccupato, era un paziente prostrato dal dolore. Qualunque sia la situazione noi dobbiamo capire e soprassedere.

 

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