Lavoro 14 Febbraio 2019

Si uniscono CIMO e FESMED: nasce sindacato da 15mila iscritti. Il presidente della Federazione Quici: «Ora dritti ai problemi con spirito rinnovato»

Le due organizzazioni della dirigenza medica danno vita alla Federazione CIMO-FESMED. Il presidente vicario Giuseppe Ettore: «Evento importante per dare vita ad un progetto ancora più forte ed efficace. Tutto quello che sta accadendo nella sanità rende necessaria minore frammentarietà sindacale». Tra le priorità da affrontare rinnovo del contratto, libera professione, disagio lavorativo e formazione

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Sorridono soddisfatti, Guido Quici e Giuseppe Ettore. Sono consapevoli di essere riusciti in «qualcosa che in Italia non accade più: fare squadra». I sindacati che presiedono, rispettivamente CIMO e FESMED, si sono infatti uniti nella nuova Federazione CIMO-FESMED.

«Finalmente una notizia positiva – commenta ai nostri microfoni Guido Quici subito dopo essere stato nominato dal Direttivo presidente della Federazione -. Circa 15mila medici adesso lavoreranno insieme per andare dritti ai problemi della categoria con uno spirito rinnovato, diventando anche un polo attrattivo per le altre organizzazioni sindacali»

«Questo è per noi un evento molto importante – aggiunge Giuseppe Ettore, che assume il ruolo di Presidente vicario della neonata Federazione -. È una grande opportunità per dimostrare che l’unione di due sindacati può mettere nero su bianco un progetto ancora più forte ed efficace». Nella fase di avvio della Federazione, i due sindacati e gli aderenti manterranno la propria autonomia patrimoniale e organizzativa. CIMO e FESMED continueranno ad essere entrambe presenti e distintamente ammesse nelle trattative, ma sarà unica la loro piattaforma di proposte e identica la posizione negoziale. Poi, entro dicembre 2020, si arriverà all’unità di rappresentanza sindacale in ogni contesto.

«La pensiamo allo stesso modo su ogni tematica – prosegue Quici spiegando i motivi che hanno spinto i due sindacati ad unirsi – e ravvisiamo la necessità di dover snellire la rappresentatività. Ci sono troppe organizzazioni sindacali, quando invece servono sindacati molto più strutturati, più forti e più moderni, per cercare di portare a casa dei risultati». Sulla stessa linea di pensiero anche Ettore: «Sindacati troppo frammentati hanno fortemente diluito la capacità di incidere sulle Istituzioni. Ma tutto quello che sta accadendo nella sanità pubblica italiana rende necessaria maggiore unione. Non per sommare il numero di iscritti, ma per dar vita ad un programma diverso, che metta a fuoco i punti essenziali».

Punti essenziali, ma numerosi, quelli che la nuova Federazione CIMO-FESMED intende affrontare in via prioritaria. E il primo di questi è inevitabilmente il rinnovo del contratto della dirigenza medica: «Rivendichiamo la parte economica e attendiamo la convocazione da parte all’Aran – spiega Quici – tenendo in considerazione che in ballo c’è anche la nostra class action. Ma anche la proposta normativa è molto peggiorativa, quindi faremo l’impossibile per tentare di migliorare la qualità del lavoro all’interno delle strutture».

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Ma sul piatto ci sono anche libera professione e liste d’attesa: «Gli ultimi dati presentati al Parlamento – prosegue il presidente della Federazione – dimostrano chiaramente che i medici fanno sempre meno libera professione e che le aziende ci guadagnano sempre più. Parte di queste entrate, che ammontano a 1,2 miliardi di euro, dovevano essere destinate alla riduzione delle liste d’attesa, e vorremmo capire perché le aziende non le hanno utilizzate per questo scopo». Di stretta attualità, poi, il dibattito sull’autonomia differenziata, «che ci preoccupa tantissimo, perché corriamo il grosso rischio di creare 21 contratti diversi», continua Quici. Senza dimenticare «il problema delle aggressioni nelle strutture e il disagio lavorativo dei colleghi legato alla gravissima carenza di personale che sta mettendo in ginocchio il nostro servizio sanitario pubblico».

Una carenza che va affrontata «aumentando le borse per le scuole di specializzazione», ma pensando anche alla «fuga dei medici che preferiscono lavorare all’estero» e alla «disaffezione di molti nei confronti di alcune aree, come la chirurgia, l’emergenza o l’ostetrica», aggiunge Ettore. «Chiederemo di collaborare con le società scientifiche per rivedere i percorsi formativi, dai corsi di laurea alle specialità – prosegue -. Ma bisogna assolutamente intervenire, perché il disagio che si vive ogni giorno dentro gli ospedali è veramente elevato», conclude Ettore.

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