Salute 18 Gennaio 2018

«L’Ordine diventerà la casa dei medici e dei cittadini». Intervista ad Antonio Magi, il nuovo Presidente OMCeO Roma

Giovani, territorio, comunicazione medico-paziente e formazione sono alcune delle priorità esaminate dal Presidente nell’intervista esclusiva rilasciata a Sanità Informazione

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È stato eletto Presidente dell’Ordine dei medici di Roma da poco più di un mese, ma Antonio Magi ha già le idee molto chiare sul percorso da intraprendere nei prossimi tre anni. A partire dal ruolo stesso che l’Ordine, il più grande d’Europa, dovrà coprire, non solo all’interno della comunità dei medici della Capitale, ma anche nei confronti dei pazienti. «L’Ordine deve diventare la casa comune di medici e cittadini», ripete più volte.

Solo in questo modo, a detta di Magi, si potrà recuperare quell’alleanza e quella comunicazione tra medico e paziente che sono essenziali nel percorso di cura e per combattere la medicina difensiva. Il neo Presidente intende dar vita ad un Ordine presente sul territorio, vicino fisicamente ai camici bianchi grazie alla presenza di delegati nelle strutture sanitarie, disponibili ad ascoltare le necessità di chi vi lavora e di chi vi si cura, e pronti ad annotare eventuali carenze e problematiche riscontrabili in ogni presidio. Senza dimenticare la necessità di migliorare le condizioni lavorative dei medici più giovani e superare, per quanto possibile, le diseguaglianze nell’accesso ai servizi assistenziali, una vera e propria piaga che affligge Roma.

Quali sono i temi centrali che il nuovo Consiglio direttivo intende affrontare?

«Innanzitutto far sentire l’Ordine dei Medici la casa dei medici e dei cittadini. Oltre alla difesa e alla rappresentanza del medico, il compito dell’Ordine è dichiarare al cittadino che chi lo visita è abilitato e ha tutte le competenze necessarie per prendersi cura della sua salute. Allo stesso tempo, il cittadino deve avere come riferimento l’Ordine quando ha dei problemi o ritiene che le sue esigenze non vengano soddisfatte. Un altro fattore importante poi è far uscire l’Ordine dalla propria sede e andare nelle varie strutture sanitarie. In questo momento stiamo chiedendo la disponibilità ai medici che vogliono essere delegati dell’Ordine: faranno un corso, otterranno un patentino e saranno presenti in ogni struttura, in modo che sia i cittadini che gli operatori sanitari abbiano a disposizione un delegato dell’Ordine».

Un altro tema su cui avete puntato molto in campagna elettorale è la situazione dei giovani medici…   

«Assolutamente, è fondamentale dare la possibilità ai colleghi di entrare nel mondo del lavoro. Ad oggi il 52% dei medici che formiamo in Italia va all’estero, quindi stiamo perdendo le migliori risorse che abbiamo formato con le nostre tasse. E ricordiamoci che un laureato in medicina costa circa 400mila euro; se poi lo specializziamo costa altri 150mila euro. Sinceramente pagare 550mila euro per formare questi colleghi e vederli poi andare all’estero è un’assurdità. Anche perché quando si trasferiscono si portano la famiglia, fanno figli in altri Paesi e provocano quindi una serie di conseguenze negative anche per la demografia italiana. Per non parlare dei problemi che andiamo a creare in materia previdenziale, che tra un po’ saranno enormi se non ci saranno giovani che prendono il posto degli anziani. E poi c’è da affrontare tutto il discorso del precariato: conosco colleghi che sono precari da 15 anni, ma dopo 15 anni sono già nei bilanci delle aziende ed è chiara l’esigenza di quella risorsa. Non si capisce perché i loro contratti non debbano essere trasformati a tempo indeterminato, che tra l’altro costa anche di meno! Ci sarebbe addirittura un risparmio e con quelle risorse si potrebbero assumere altri colleghi».

Argomento sempre caldo è la medicina difensiva: come intendete affrontarlo?

«Proprio con quello che stavo dicendo all’inizio: avvicinando il cittadino al medico. Molte delle cause che oggi vengono intentate contro i medici sono dovute ad una scarsa comunicazione, non perché l’opera del medico non è stata fatta in maniera corretta; tant’è vero che la maggior parte viene archiviata come un nulla di fatto. Quindi a monte c’è scarsa comunicazione e un rapporto tra il medico e il paziente che si è molto guastato. Quindi se riusciamo a far parlare le due parti e a ricreare quell’alleanza che è fondamentale per la diagnosi e per la cura, risolviamo gran parte della medicina difensiva. Ma dobbiamo anche considerare i freni burocratici che abbiamo oggi, una medicina amministrativa che è una cosa folle: il medico dedica l’80% del suo tempo a pratiche amministrative. È ovvio che poi il restante 20% è insufficiente per la comunicazione. Dobbiamo dare più tempo alla cura e più tempo alla comunicazione, e coinvolgere su questo tema anche l’università: bisogna insegnare al medico a parlare con il paziente, cosa che finora non è stata fatta. E poi la presenza dei delegati dell’Ordine nelle strutture permetterà di segnalare il prima possibile le carenze, anche a livello organizzativo, che possono creare dei problemi ai medici».

Uno dei problemi che riguarda Roma in particolare è la difficoltà e la diseguaglianza nell’accesso ai servizi. Cosa pensate di fare per fronteggiare questa situazione?

«A Roma questo fatto è più visibile e maggiormente presente perché, a differenza di altre parti d’Italia, il rapporto informale è più difficile. Mentre nei piccoli paesi magari ci si incontra al bar e si risolve il problema del paziente, in una grande città come Roma questo diventa più complesso. Dobbiamo quindi rendere informale quello che è formale e creare una rete di medici: i medici devono parlare tra di loro e creare quelle condizioni per cui possano mandarsi il paziente tra di loro, evitando il CUP, e prenderlo in carico in maniera appropriata. Io voglio ricordare una cosa di cui si parla molto in questo periodo: i folli accessi al pronto soccorso. Ma come si creano queste situazioni? Noi abbiamo il medico di medicina generale che prescrive quello che ritiene più opportuno che il paziente faccia. Poi però abbiamo depauperato completamente il territorio di specialisti – nel mio ambulatorio c’erano otto ortopedici, ora ce n’è uno solo, tanto per fare un esempio – e quindi il paziente che cerca di avere una prestazione specialistica dove va? Dai medici ospedalieri, creando liste di attesa sia all’interno dell’ospedale che per le attività ambulatoriali. E soprattutto i meno abbienti che non hanno la possibilità di pagarsi la prestazione vanno ai pronto soccorso, affollandoli».

Per concludere, il tema della formazione: la medicina fa passi da gigante ogni giorno ed è quindi fondamentale che i medici si tengano costantemente aggiornati. Quali sono le iniziative che l’Ordine intende mettere in campo in questo ambito?

«Noi vogliamo continuare con quello che è stato fatto negli anni precedenti, perché la formazione è stata fatta dall’Ordine molto bene, offrendo dei corsi molto seguiti e molto partecipati. Ovviamente possiamo e dobbiamo migliorare e poi portare anche la formazione fuori dall’Ordine. Capite bene che far venire tutti i 42mila medici romani a formarsi nella sede dell’Ordine sia di fatto impossibile. È invece molto più semplice organizzare corsi nelle sedi in cui i medici lavorano, quindi negli ospedali o negli ambulatori, offrendo loro un contributo formativo importante. Senza parlare della formazione a distanza: ormai tutti utilizziamo computer e tablet, quindi quando si ha un po’ di tempo libero ovviamente si può approfittarne e formarsi anche via FAD».

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