Lavoro 28 Novembre 2017 13:17

Equo compenso: svolta per i professionisti sanitari? Ma Antitrust lo boccia: restrizione della concorrenza

L’Antitrust boccia le norme sull’equo compenso per tutti i professionisti. «Le tariffe professionali fisse e minime costituiscono una grave restrizione della concorrenza» così l’Autorità guidata da Giovanni Pitruzzella prende le distanze dall’emendamento giunto alla Camera

Equo compenso: svolta per i professionisti sanitari? Ma Antitrust lo boccia: restrizione della concorrenza

«Le tariffe professionali fisse e minime costituiscono una grave restrizione della concorrenza, in quanto impediscono ai professionisti di adottare comportamenti economici indipendenti» così si è espressa l’Antitrust in una segnalazione ai Presidenti delle Camere e al Presidente del Consiglio in merito all’emendamento sull’Equo compenso in seconda lettura alla Camera. La disposizione, proposta in seno al DL fiscale n. 4741 e introdotta al Senato, ha suscitato le perplessità dell’Autorità guidata da Giovanni Pitruzzella che sottolinea come «la reintroduzione di prezzi minimi cui si perverrebbe attraverso la previsione ex lege del principio dell’equo compenso finirebbe per limitare confronti concorrenziali tra gli appartenenti alla medesima categoria, piuttosto che tutelare interessi della collettività». Ma facciamo chiarezza…

EQUO COMPENSO: DI COSA SI TRATTA?
Inizialmente la disposizione fiscale è stata presa in considerazione soltanto per gli avvocati, ma adesso la misura è stata estesa anche a tutti i titolari di partita Iva appartenenti a Collegi e Ordini professionali. In generale la norma è finalizzata a tutelare l’interesse dei professionisti contro le parti più forti (banche, assicurazioni, grandi imprese etc.). Infatti sappiamo che oggi, per i liberi professionisti, difendersi da alcune realtà ingombranti che utilizzano la logica del low-cost e offrono prestazioni a cifre da discount in barba a tutte le leggi sulla concorrenza diventa sempre più difficile; in questa logica nasce la necessità di ribadire l’equo compenso, ossia una misura tariffaria ‘equa’ e condivisa da tutti gli attori. L’equo compenso si rifà inevitabilmente al concetto di prestazione seria e di qualità: è questa sostanzialmente la tesi sostenuta dai professionisti di tutte le categorie e in particolare appartenenti al mondo sanitario, dove l’affidabilità del servizio acquisisce ancora più rilevanza rispetto ad altri settori. Un esempio calzante è quello delle numerose catene odontoiatriche che negli ultimi anni hanno rivoluzionato il settore mettendo in ginocchio molti studi dentistici. Questa realtà è diventata ancor più concreta con la Legge Bersani sulle liberalizzazioni che, circa dieci anni fa, abrogò i limiti tariffari per le libere professioni.

COSA CHIEDONO I PROFESSIONISTI SANITARI?
«L’equo compenso è necessario per l’introduzione di standard retributivi minimi per tutte le professioni intellettuali e in particolare per quelle della Salute», ha dichiarato la Presidente Ipasvi, Barbara Mangiacavalli, a Quotidiano Sanità. Le parole della Presidente sintetizzano la posizione che le categorie mediche assumono sulla questione: infatti i professionisti sanitari ribadiscono l’urgenza di stabilire una giusta remunerazione della prestazione sanitaria per garantire la qualità e soprattutto la dignità del lavoratore. «La Commissione Bilancio del Senato ha approvato un emendamento alla legge di conversione del decreto fiscale che stabilisce il diritto a un compenso minimo sotto al quale non si potrà scendere e che deve essere proporzionato alla qualità e quantità del lavoro» ha commentato la Società Italiana Giovani Medici (Sigm) in una nota stampa: «L’equo compenso è un diritto, finalmente qualcosa sembra muoversi», conclude l’associazione.

QUALI CRITICITÀ’ PER I PROFESSIONISTI SANITARI?
La maggiore preoccupazione da parte dei professionisti sanitari è la vaghezza del decreto che rimane evasivo nel quadro dei rapporti con i cittadini privati, con le PMI oppure con le piccole strutture private. Il problema è tangibile soprattutto per odontoiatri, medici, infermieri ed altre professioni sanitarie che di consueto hanno rapporti con realtà private. Quindi se la disposizione dovesse rimanere com’è, il diritto all’equo compenso sembrerebbe poter essere applicato soltanto con realtà ‘forti’. Il problema infatti è strutturale: la norma esplica il diritto teorico ma non scende nel merito dei rapporti tra committente e lavoratore che assumono diversa fisionomia a seconda della categoria professionale.

LA MANIFESTAZIONE DEL 30 NOVEMBRE
Con la volontà di promuovere l’equo compenso per tutte le categorie, ordini professionali di vari settori fra cui quello sanitario, si riuniranno il 30 novembre per un incontro intitolato ‘L’equo compenso è un diritto’. L’obiettivo dell’incontro organizzato dalla Rete delle Professioni Tecniche (RPT) e dal Comitato Unitario degli Ordini e Collegi Professionali (CUP) è «garantire diritto all’equo compenso che va riconosciuto a tutti i due milioni e trecentomila professionisti ordinistici e non solo ad una categoria professionale» ribadisce il CUP in una nota stampa. «Non si possono creare livelli diversi di tutele tra lavoratori autonomi che hanno le medesime esigenze e gli stessi diritti. Anzi, l’equo compenso andrebbe esteso anche alle professioni non ordinistiche. In ballo c’è il destino di centinaia di migliaia di giovani professionisti che non possono accettare di vedere assegnate tutele a pochi privilegiati. I professionisti devono essere tutti tutelati soprattutto da una Pubblica Amministrazione che addirittura, in qualche caso, ritiene possibile pretendere prestazioni professionali ad un euro, istituendo l’economia dell’immaginario. E più il soggetto è debole e più va tutelato». «Non possiamo restare immobili di fronte a queste situazioni – commenta RPT –  perché così facendo non garantiamo un futuro ai nostri giovani. I professionisti ordinistici svolgono un importante ruolo sussidiario nei confronti dello Stato, delle imprese e dei cittadini e di presidio della fede pubblica. Per questo la loro funzione non può non essere tutelata».

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