Lavoro 20 Marzo 2019

Contratto medici, CIMO lancia petizione per sbloccare trattativa

Pubblicata su change.org, l’iniziativa ha già raggiunto le 5mila sottoscrizioni. «Questa petizione – spiega CIMO – è un dovere morale nei confronti di chi, in questi anni, si è fatto carico di “coprire” i vistosi buchi assistenziali creati dal progressivo sotto finanziamento del SSN»

Ha quasi raggiunto le 5mila firme la petizione on line del sindacato CIMO “Difendi il tuo diritto alla salute, difendi i medici della sanità pubblica”. Una petizione rivolta direttamente ai cittadini, per spiegar loro l’importanza del rinnovo del contratto dei medici della sanità pubblica. Un contratto fermo da 10 anni, mentre – secondo il sindacato – le condizioni di lavoro continuano a peggiorare e la convocazione dei soggetti interessati da parte dell’Aran per la ripresa delle trattative, promessa per giovedì 21 marzo, viene ulteriormente rimandata.

«Un comportamento discriminatorio e inaccettabile – scrive il sindacato su change.org -, che vuole umiliare e colpire chi sta dedicando la propria vita professionale nel difficile contesto della sanità pubblica e che finirà per colpire il diritto alle cure di tutti i cittadini».

«Attraverso questa “strana” negazione del rinnovo del contratto – prosegue CIMO – si sta di fatto rendendo la professione del medico negli ospedali impossibile e senza nessun incentivo, portandola progressivamente a condizioni economiche e normative penalizzanti, tanto da rendere molto più vantaggioso per un medico andare in pensione o lavorare nel privato o andare all’estero. E’ questo probabilmente il disegno oscuro della politica e dei grandi interessi del business della salute: ridurre ampiezza e livello delle prestazioni nel sistema sanitario pubblico per trasferirlo altrove. Ed è così che si avranno pazienti di serie A (nel privato e nelle Regioni più ricche) e pazienti di serie B e forse anche C, a seconda delle loro disponibilità economiche (nel pubblico e nelle Regioni più in difficoltà)».

Secondo CIMO «colpire i medici è semplicemente il grimaldello per realizzare questo vergognoso disegno, per spostare sui privati molte attività e lasciar le mani libere alle Regioni per contratti di lavoro individuali pagati al ribasso. Eppure, questa maltrattata sanità pubblica italiana non solo pratica davvero il principio costituzionale dell’universale diritto alle cure – ovvero che tutti, indipendentemente dal reddito, dalla residenza, dall’età e dalla regolarità come contribuenti, hanno diritto ad essere curati allo stesso livello, ovunque e con la stessa attenzione per gli interventi necessari – ma è anche statisticamente una delle migliori del mondo per risultati e qualità dei suoi medici».

Secondo CIMO il minimo sarebbe, «dopo ben 10 anni senza rinnovo del contratto, dare il dovuto. Si parla di cifre quasi simboliche ma è una questione di diritti e di dignità e, soprattutto, del futuro della nostra, vostra salute. Con questa petizione – si può leggere ancora su change.org – possiamo aiutarli, dando forza alle iniziative avviate da CIMO, il sindacato dei medici, come la class action contro le Regioni (che in Italia amministrano la sanità) e l’ARAN (l’agenzia di governo per le contrattazioni nel pubblico impiego) ed il ricorso inviato alla Corte Europea dei diritti dell’uomo per la mancata applicazione   della sentenza della Corte Costituzionale del 2015 per censurare i gravi ritardi della negoziazione contrattuale ed a garantire il diritto a un giusto contratto di lavoro».

«Questa petizione – conclude CIMO – è un dovere morale nei confronti di chi, in questi anni, si è fatto carico di “coprire” i vistosi buchi assistenziali creati dal progressivo sotto finanziamento del SSN, di chi ha donato alle aziende centinaia di migliaia di ore di lavoro eccedenti mai pagate, di chi è in credito di migliaia di giorni di ferie e di riposi non goduti, di chi continua a lavorare in condizioni di stress e disagio, di chi ha subito e continua  a subire aggressioni nelle strutture sanitarie per disservizi organizzativi creati da altri, di chi è costretto ad assistere a campagne di discredito nei confronti di un professione ritenuta, da alcuni, come una sorta di bancomat cui attingere per altre esigenze di cassa».

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