Lavoro 11 Marzo 2021 16:33

CIMO-FESMED: «98% di Aziende sanitarie non hanno applicato contratto. Medici penalizzati e con condizioni di 15 anni fa»

La Federazione: «Bene patto per lavoro e coesione sociale, ma in sanità servono tempi certi per contrattazione decentrata»

CIMO-FESMED: «98% di Aziende sanitarie non hanno applicato contratto. Medici penalizzati e con condizioni di 15 anni fa»

«Sono certamente positive le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Draghi e del Ministro della PA Brunetta che hanno prospettato il rinnovo dei CCNL del pubblico impiego 2019-21, auspicabilmente entro la fine dell’anno, ma la Federazione dei medici CIMO-FESMED è preoccupata per quelle relative alla volontà di “valorizzare la contrattazione integrativa” che, per quanto riguarda la sanità, ha visto finora pesanti ritardi e disapplicazioni, danneggiando proprio quei medici e sanitari che nella lunga emergenza hanno dato il massimo per il Paese. Se nuova stagione di coesione sociale deve essere, bisogna obbligare le aziende all’applicazione dei contratti in tempi certi, altrimenti non cambierà nulla».

Così in una nota la Federazione CIMO-FESMED, che denuncia come il 98% delle aziende sanitarie territoriali e ospedaliere sia «ancora “ferma al palo” nella reale applicazione del contratto chiuso lo scorso anno e che, spesso, applica ancora ai medici le condizioni di 15 anni fa, quelle del contratto 2006-09. Nella maggior parte dei casi, l’accordo di rinnovo del contratto di lavoro 2016-18 resta del tutto inattuato negli ospedali e nelle strutture sanitarie territoriali italiane. Dunque – si può ancora leggere –, ancor maggiore preoccupazione viene espressa dal sindacato se questa nuova fase contrattuale inaugurata dal Governo pare impostata proprio sulla “valorizzazione della contrattazione integrativa”, che ha già lasciato ampi margini di disapplicazione alle singole aziende sanitarie, sempre alla ricerca di risparmi sulle spalle dei medici».

L’indagine CIMO-FESMED

L’indagine conoscitiva di CIMO-FESMED, che ha interessato 142 aziende sanitarie territoriali e ospedaliere, pari al 76% del totale in Italia, è stata mirata a verificare se fosse stata davvero avviata la contrattazione integrativa e se i principali regolamenti fossero stati adottati proprio nell’ottica di attivare, in periferia, il contratto di lavoro della dirigenza medica e sanitaria.

Dall’indagine emerge che la contrattazione integrativa aziendale nell’87,4% dei casi risulta in una fase di “iniziale” o “di stallo”, nel 10,2% in una “fase avanzata” e per un basso 1,4% delle aziende sanitarie risulta “conclusa”. Meno della metà delle aziende hanno provveduto alla costituzione dei nuovi fondi aziendali seguendo le indicazioni del nuovo contratto.

«È evidente poi che l’applicazione concreta di nuovo contratto di lavoro necessita di una profonda rivisitazione di alcuni regolamenti aziendali che, di fatto, rendono operativo e trasparente un contratto decentrato aziendale».

La ricognizione del sindacato rivela che quasi il 65% delle aziende non ha adottato un regolamento per le relazioni sindacali; che il 67% non lo ha fatto per l’Organismo Paritetico; che il 77% non ha adeguato il regolamento sull’orario di lavoro; che oltre il 70% non ha attribuito i nuovi incarichi dirigenziali; che il 70% ha aggiornato la graduazione delle funzioni e che sempre un 70% non ha rivisto il regolamento sul conferimento, valutazione e revoca degli incarichi e che il 72% non ha attribuito il valore economico ai singoli incarichi. «Alcuni di questi regolamenti – spiega la Federazione – sono fondamentali per la valorizzazione dei professionisti la cui componente economica è, come è noto, legata alla confluenza dei fondi tra la dirigenza medica e sanitaria».

«Incuria amministrativa nell’assicurare i diritti del contratto ai propri dirigenti medici e sanitari»

Ciò che emerge è «l’incuria amministrativa nell’assicurare i diritti del contratto ai propri dirigenti medici e sanitari; la scarsa sensibilità delle amministrazioni a valorizzare i professionisti proprio in questa drammatica fase pandemica che li vede particolarmente esposti a condizioni di stress psico-fisico e la volontà di applicare parzialmente, e a macchia di leopardo, solo alcune norme del contratto, magari quelle meno impegnative. Forse perché il procrastinare le applicazioni permette certi margini di risparmio e di dislocazione alternativa delle risorse. E non può essere una scusante la situazione di pandemia, dato che le strutture amministrative hanno potuto riorganizzarsi e funzionare in tutto il Paese attraverso lo smart working, con buoni risultati in generale».

Se dunque la strada del Governo è quella di valorizzare la contrattazione integrativa, CIMO-FESMED ritiene che «sia giunta piuttosto l’ora di responsabilizzare chi deve applicare in periferia i contratti di lavoro e non lo fa. L’unica strada è obbligare le aziende all’applicazione in tempi certi e forma integrale anche dei contratti decentrati, e penalizzare le amministrazioni che non concludono la trattativa. Altrimenti – conclude la nota –, il Patto per l’innovazione del lavoro e la coesione sociale tra Governo e Confederazioni risulterà una “foglia di fico”. Che al momento non incanta un sindacato autonomo come CIMO-FESMED».

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