Lavoro 25 Febbraio 2022 11:22

A quattro anni le salva la vita, 30 anni dopo la ritrova collega in sala operatoria

Per Alessandro Giamberti, responsabile della Chirurgia Pediatrica del Policlinico San Donato di Milano, l’incontro con Valeria Terranova è stata una grande emozione. Nota la cicatrice di questa giovane anestesista specializzanda proveniente da Siena arruolata nel periodo Covid, e scopre che ad operarla era stato proprio lui. Oggi vanno insieme nelle missioni in Africa per salvare i bambini cardiopatici

A quattro anni le salva la vita, 30 anni dopo la ritrova collega in sala operatoria

A quattro anni Valeria viene operata al cuore, trent’anni più tardi da specializzanda in anestesia ritrova in sala operatoria come collega il chirurgo che le aveva salvato la vita ed ora lavorano insieme nelle missioni in Africa per operare bambini cardiopatici. La storia di Valeria Terranova, laureata in medicina a Roma e con una specializzazione in anestesia conseguita a Siena, e del dottor Alessandro Giamberti, responsabile delle Unità di Cardiochirurgia Pediatrica e Cardiochirurgia dei Congeniti Adulti all’IRCCS Policlinico San Donato di Milano – Gruppo San Donato, ha tutti gli ingredienti di una fiaba a lieto fine. Le loro vite si incrociano per la prima volta quando Valeria era una piccola bambina affetta da una cardiopatia congenita che necessitava di un intervento per poter correggere un difetto interatriale. Era il 1992 e Valeria non poteva immaginare che quelle mani che le avevano “aggiustato” il cuore fossero le stesse che trent’anni più tardi operavano al suo fianco presso la cardiochirurgia pediatrica dell’Ospedale San Donato di Milano.

La cicatrice rivelatrice

A farli riconoscere è stata la curiosità del dottor Giamberti che, nel marzo 2020 durante un intervento nota in questa giovane anestesista specializzanda una cicatrice importante sul petto visibile, in parte, attraverso la scollatura della tuta chirurgica indossata in sala operatoria e le pone alcune domande sulla natura della stessa. «Sarà stato per deformazione professionale, ma da cardiochirurgo ho la curiosità di conoscere il percorso di chi ha affrontato un intervento al cuore – racconta a Sanità Informazione il dottor Alessandro Giamberti -. Era trascorso circa un mese dall’arrivo di quella giovane collega, quando un giorno, incuriosito nel vedere quella cicatrice, le ho fatto qualche domanda per sapere dell’intervento. Non appena mi ha confidato di essere stata operata a Roma al Bambin Gesù, si è accesa in me una lampadina e la curiosità è cresciuta perché in quegli anni anche io ero un giovane cardiochirurgo pediatrico proprio in quell’ospedale e a fare quel tipo di intervento eravamo in due. Quindi le probabilità di aver ritrovato a distanza di anni una paziente come collega erano del 50%. Alla mia domanda su chi le avesse fatto l’intervento lei non mi ha dato risposta, era troppo piccola per sapere, ma si è ripromessa di chiedere al padre che ancora conserva la cartella clinica».

Abbracci e commozione

Il giorno successivo Valeria non appena arriva in sala operatoria stringe in un lungo abbraccio il luminare che ancora commosso a distanza di mesi ci confida. «È stata una emozione incredibile, mai avrei immaginato di ritrovare come collega una paziente che avevo operato da piccola. Lei è una ragazza eccezionale, oggi siamo molto amici, ci scambiamo libri da leggere, film da andare a vedere e nonostante lei lavori a Palermo ci rivediamo spesso perché andiamo insieme a fare missioni umanitarie all’estero. Siamo già stati due volte in Egitto dove ritorneremo tra una settimana e tra qualche mese andremo in Tunisia. Lei è molto brava e la considero parte integrante della mia équipe».

Un messaggio di speranza per i cardiopatici congeniti

Un’emozione forte che per il professor Giamberti è anche una lezione di vita e un messaggio di speranza per i cardiopatici congeniti: «Nascere con una malattia al cuore significa avere da subito una vita in salita, per il paziente e per le famiglie, perché spesso queste problematiche si portano avanti per anni se non per tutta la vita, ma non bisogna precludersi alcun obiettivo e la storia di Valeria ne è la più bella testimonianza. Si può progettare in grande e addirittura passare dall’altra parte della barricata, diventando medico, chirurgo, anestesista». Proprio come ha fatto Valeria che oggi lavora a Palermo e considera il suo traguardo professionale un riscatto. «La cicatrice che porto sul petto è sempre stata per me uno spauracchio da bambina e un “tatuaggio” scomodo da adolescente. Mi vergognavo e facevo fatica a mostrarla. Eppure, proprio i tanti anni trascorsi negli ospedali mi hanno dato la spinta per voler intraprendere questa strada, volevo capire di più e restituire ad altri bambini malati quella spinta emotiva che mi ha dato la forza di crescere e di affermarmi professionalmente. Non nego che essere stata prima paziente e ora medico è un quid in più per fare bene questo mestiere e alimentare empatia con i pazienti».

 

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