Uno studio pubblicato su JACC: Advances, condotto su oltre 8.700 persone con una storia di tumore, associa diversi modelli alimentari salutari a un minor rischio cardiovascolare e di mortalità
Superare un tumore non significa necessariamente lasciarsi alle spalle tutti i rischi per la salute. Con il miglioramento della diagnosi e dei trattamenti oncologici, cresce il numero delle persone che convivono con una storia di cancro e che, nel tempo, possono andare incontro a complicanze cardiovascolari. Un rischio che, come sottolineano gli autori dello studio pubblicato su JACC: Advances, riguarda anche chi non è stato sottoposto a chemioterapia o radioterapia. In questo scenario, l’alimentazione potrebbe rappresentare una componente importante della prevenzione. Una ricerca condotta su oltre 8.700 persone con una precedente diagnosi oncologica ha osservato che diversi modelli alimentari considerati salutari sono associati a una minore probabilità di sviluppare malattie cardiovascolari e a una maggiore aspettativa di vita.
I ricercatori hanno analizzato i dati di 8.716 persone inserite nella coorte UK Biobank, tutte con una storia di cancro e senza malattie cardiovascolari al momento dell’ingresso nello studio. L’età media era di 59,5 anni e il 62% dei partecipanti era costituito da donne. Durante un follow-up mediano di 12,3 anni sono stati registrati 1.116 eventi cardiovascolari. Per valutare il rapporto tra alimentazione e salute del cuore, gli studiosi hanno confrontato otto diversi modelli dietetici, tra cui dieta mediterranea, MIND, AHEI-2010, DASH, dieta a base vegetale e regimi sani a basso contenuto di grassi o carboidrati. Sette degli otto modelli analizzati sono risultati associati a un rischio cardiovascolare inferiore. L’unico per il quale non è emersa un’associazione significativa è stato quello caratterizzato da un basso contenuto di carboidrati.
Tra i modelli esaminati, l’indice AHEI-2010 è risultato associato alla riduzione più marcata del rischio cardiovascolare complessivo: il 37% in meno nel gruppo con la maggiore aderenza rispetto a quello con la minore. Per la dieta DASH la riduzione osservata è stata del 35%, mentre per la mediterranea del 28% e per la MIND del 26%. Le associazioni sono emerse anche per l’indice di dieta sana a base vegetale, per il modello antinfiammatorio e per la dieta sana a basso contenuto di grassi. Non tutti i regimi, tuttavia, hanno mostrato lo stesso rapporto con le diverse patologie. L’AHEI-2010 è risultato associato a un rischio inferiore di cardiopatia ischemica, insufficienza cardiaca e ictus, con le associazioni più marcate per le prime e per l’evento cerebrovascolare. La dieta DASH è stata associata a una minore probabilità di cardiopatia ischemica e insufficienza cardiaca, mentre il modello MIND ha mostrato associazioni favorevoli soprattutto per cardiopatia ischemica e insufficienza cardiaca.
Un altro risultato riguarda la mortalità per tutte le cause. Tra i modelli analizzati, quello MIND ha mostrato l’associazione più forte con una minore mortalità e i maggiori guadagni stimati in termini di aspettativa di vita. Nel complesso, le persone con la maggiore aderenza ai modelli alimentari salutari hanno presentato un’aspettativa di vita stimata superiore da 1,66 a 3,32 anni rispetto a quelle con l’aderenza più bassa. Si tratta di stime elaborate dai ricercatori sulla base dei dati osservazionali, non della dimostrazione che modificare la dieta determini direttamente un prolungamento della vita. Il modello MIND, che combina elementi della dieta mediterranea e della dieta DASH e privilegia alimenti come verdure a foglia verde, frutti di bosco, frutta secca e cereali integrali, ha evidenziato il risultato più favorevole per la mortalità.
Lo studio ha cercato di approfondire anche i possibili meccanismi alla base delle associazioni osservate. Alcuni indicatori legati all’adiposità, all’infiammazione sistemica, al metabolismo e all’invecchiamento biologico sembrano spiegare una parte del rapporto tra qualità della dieta e rischio cardiovascolare. In particolare, il rapporto tra circonferenza vita e altezza è risultato uno dei principali mediatori statistici per i modelli MIND e a base vegetale, mentre l’accelerazione dell’età fenotipica ha contribuito a spiegare una parte delle associazioni osservate per altri regimi alimentari. Si tratta di analisi esplorative, che non dimostrano un rapporto causale. Anche l’analisi dei singoli gruppi alimentari ha evidenziato associazioni differenti: un maggiore consumo di verdura, cereali integrali, legumi, pesce, latticini e frutta è risultato associato a un rischio cardiovascolare più basso. Al contrario, alimenti fritti e fast food, carne rossa, bevande zuccherate e dolci sono stati associati a un rischio maggiore.
“Considerato l’impatto negativo delle malattie cardiovascolari sulla sopravvivenza e sulla qualità della vita delle persone guarite dal cancro, identificare i fattori prognostici è una necessità urgente per individuare i sottogruppi a più alto rischio e guidare una gestione clinica mirata nell’ambito della cardio-oncologia”, ha sottolineato Yang-Xin Chen, autore senior dello studio e cardiologo del Sun Yat-sen Memorial Hospital della Sun Yat-sen University di Guangzhou, in Cina. Secondo Chen, i risultati suggeriscono che i benefici cardiovascolari associati all’alimentazione non siano legati a un unico modello ideale, ma possano essere osservati con diversi regimi alimentari sani, sostenendo così un approccio nutrizionale flessibile e non rigidamente prescrittivo. Gli autori indicano quindi la nutrizione come un possibile elemento da integrare nella presa in carico a lungo termine delle persone con una storia oncologica, anche attraverso interventi personalizzati e il coinvolgimento di professionisti della nutrizione. È necessario, tuttavia, considerare i limiti della ricerca. Lo studio è osservazionale e non consente di stabilire un rapporto di causa-effetto. Inoltre, le abitudini alimentari non sono state monitorate nel corso di tutto il follow-up e la popolazione della UK Biobank è prevalentemente di origine europea. Saranno quindi necessari ulteriori studi per verificare se interventi nutrizionali mirati possano effettivamente ridurre il rischio cardiovascolare dopo un tumore.
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