Contributi e Opinioni 30 Giugno 2020

Ticket 2019: l’abrogazione Superticket è sufficiente o serve altro dopo COVID?

Tonino Aceti, Portavoce Federazione nazionale infermieri (Fnopi)

di Tonino Aceti, Portavoce FNOPI

Abolire il superticket a settembre potrebbe non bastare dopo l’effetto COVID-19 sui bilanci della famiglia. E il rischio è di una rinuncia alle cure anche fondamentali per questioni economiche.

Il combinato disposto di ticket e liste di attesa allungate dalla sospensione delle attività ordinarie per la necessità di dedicare spazi alla prima linea della pandemia) rappresenta, anche secondo l’Istat, una delle principali criticità nell’accesso alle cure; accessibilità che è una della maggiori sfide del Servizio sanitario pubblico soprattutto in questo momento, sia per l’assistenza ai pazienti Covid che per quelli NON Covid, quest’ultimi alle prese anche con la sospensione di parecchie prestazioni durante la fase di lockdown.

La previsione post-COVID dell’evoluzione del quadro sociale ed economico del nostro Paese segnalata solo pochi giorni fa dall’Istat indica nel 2020 PIL -8,3% e occupazione -9,3%. Senza considerare che l’attuale normativa sulle esenzioni dal ticket per motivi economici prevede che per ottenere oggi l’esenzione, il calcolo debba essere svolto sul reddito familiare dell’anno precedente, cioè quello pre-pandemia.

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I dati parlano chiaro: secondo il Rapporto 2020 sul Coordinamento della Finanza Pubblica della Corte dei Conti, nel 2019 il nostro Paese ha pagato oltre 2,9 miliardi di euro di ticket di cui oltre 1,5 mld di ticket sulla farmaceutica e più di 1,3mld su prestazioni sanitarie (specialistica, PS e altre prestazioni sanitarie). Circa 44 milioni in meno rispetto al 2018, anche grazie ad alcuni interventi regionali di riduzione e rimodulazione dei ticket attuati con fondi propri e/o utilizzando il “fondino” nazionale istituito in una precedente Legge di Bilancio.

Ma continuano ad essere particolarmente rilevanti le differenze di spesa pro capite da Regione a Regione: nel 2019 si passa dai 90,2 euro della Valle D’Aosta, ai 61,9 del Veneto, 59,4 della PA Trento, 58 P.A. Bolzano, 57,9 dell’Umbria, 43,8 della Calabria, 41,5 della Sicilia, 33 della Sardegna. Complessivamente si assiste ad una crescita della spesa dell’1,2% nelle Regioni in Piano di Rientro e contestualmente ad una riduzione nelle altre Regioni del 3,1%. Praticamente la spesa aumenta proprio in quelle aree del Paese con minori performance sui Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), minore ricchezza e maggior problemi dal punto di vista dell’occupazione.

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Secondo le ultime intese Stato Regioni (patti per la salute 2014-2016 e 2019-2021) si sarebbe dovuta trovare un meccanismo per rivedere la politica dei ticket nel nome di universalismo ed equità e chissà se dentro al Piano di Rilancio del Paese e del SSN, qualcuno vorrà mettere mano concretamente a questa revisione della normativa, che comunque poggia sul nostro sistema fiscale con tutte le sue falle che conosciamo e sulle quali dobbiamo intervenire, e magari spingersi anche un po’ più in là pensando ad un’ulteriore riduzione della pressione dei ticket sui redditi delle famiglie.

 

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