Contributi e Opinioni 2 Aprile 2020

I dati infettivologici/epidemiologici della COVID-19

Non sono un infettivologo, non sono un epidemiologo, non sono un esperto di statistica. Sono però un medico. Mi piace ragionare e, soprattutto, mi piace stare dalla parte della realtà. Ho sempre cercato di riflettere di fronte ai dati epidemiologici, che debbono servirci, appunto, per condurre in porto ragionamenti “logici sull’epidemia”. Su The Lancet sono […]

di Dr. Mario Iannucci - Psichiatra psicoanalista

Non sono un infettivologo, non sono un epidemiologo, non sono un esperto di statistica. Sono però un medico. Mi piace ragionare e, soprattutto, mi piace stare dalla parte della realtà. Ho sempre cercato di riflettere di fronte ai dati epidemiologici, che debbono servirci, appunto, per condurre in porto ragionamenti “logici sull’epidemia”.

Su The Lancet sono apparse alcune stime relative alla “fatality rate” della COVID-19. Gli Autori sono il Dr. Verity e collaboratori, della Imperial Academy dello UK. Un matematico cinese che lavora a Miami, il Prof. Ruan, sempre su The Lancet, ha commentato, almeno in parte “validandole”, queste stime molto ottimistiche. Il matematico di origine cinese -che peraltro ritiene attendibili i dati forniti dal Chinese Center for Disease Control and Prevention (China CDC)- ha ritenuto di poter comparare la accertata letalità della SARS-2002 con la presunta letalità della COVID-19. Il Dr.Ruan ha effettuato una stima “matematica” della letalità da COVID-19 a partire dai dati forniti dall’Imperial Academy. Ebbene -non ci si crederebbe a partire da quello che tutti abbiamo sotto gli occhi- la sue stime sulla letalità totale della COVID-19 sono le seguenti:

SARS-2002          letalità complessiva (accertata): 14-15 %

COVID-19            letalità complessiva (presunta):   1,38 %

Influenza             letalità complessiva (accertata):  0,0024 %

Non mi voglio soffermare su questi dati, che a mio parere si commentano da soli. Non mi sarei soffermato sui dati infettivologici ed epidemiologici (li ho commentati direttamente col Prof. Ruan) se oggi, su un’altra grande rivista medica internazionale, il JAMA, non avessi trovato un altro articolo, questa volta scritto da medici italiani. Il Dr. Onder e altri Colleghi dell’ISS, infatti, hanno pubblicato un articolo nel quale fanno diverse considerazioni e formulano alcune stime sulla letalità da COVID-19 in Italia (le loro stime sono peraltro relative al 17 marzo 2020).

Comincerò col dire che sono perfettamente d’accordo con le considerazioni formulate dai Colleghi dell’ISS sulle modalità assolutamente confuse con le quali i dati relativi ai casi di COVID-19 vengono raccolti nel mondo. Non sappiamo, ad esempio, cosa indichino i “confirmed cases” di COVID-19 riportati dalla WHO (OMS): se si riferiscano ai casi risultati positivi ai tamponi o ad altri accertamenti destinati a rilevare l’infezione, ovvero se si riferiscano ai casi conclamati (anche se paucisintomatici) di malattia. Io ho già detto altre volte che, siccome in Italia il tampone (o altri test specifici) sembra che siano stati effettuati (almeno fino a pochi giorni or sono) quasi esclusivamente sui pazienti sintomatici (o sui familiari), si può presumere che i “confirmed cases” italiani si riferiscano in prevalenza ai “positivi al SARS-Cov-2 e sintomatici di COVID-19”. Sono anch’io del parere che, per effettuare valutazioni e comparazioni epidemiologiche/infettivologiche fra le situazioni dei diversi Paesi nel mondo, il sistema di raccolta dati bisognerebbe che fosse standardizzato (almeno un po’ più standardizzato di quello attuale).

Comunque, anche considerando questi bias di partenza, la comparazione effettuata dai Colleghi dell’ISS appare del tutto inattendibile. I Colleghi, infatti, comparano i dati italiani sulla letalità da COVID-19 del 17 marzo 2020 con quelli della Cina dell’11 febbraio 2020. Il 17 marzo 2020 non era nemmeno trascorso un mese dal primo caso italiano di COVID-19. L’11 febbraio 2020 erano trascorsi quasi due mesi dai primi casi registrati a Wuhan. Quindi non si era nella stessa fase di sviluppo dell’epidemia nei due Paesi e i dati appaiono poco comparabili. I dati sulla letalità, inoltre, come dico da molto tempo, andrebbero a mio parere calcolati sugli esiti della malattia (numero dei morti sul totale di quelli che sono usciti dalla malattia, morendo o guarendo: se si calcola sul numero totale dei casi, anche di quelli “attivi” di cui ancora non si conosce l’esito, i dati sono senza dubbio falsati). Comunque, sempre che possano essere considerati attendibili i dati forniti dalla China CDC, la letalità cinese all’11 febbraio (calcolata come numero dei morti sul totale dei casi confermati) era del 2,3 %, mentre la letalità italiana al 17 marzo era del 7,2 %.

Se facessimo una comparazione dei dati Italiani attuali con quelli di altri Paesi nei quali l’epidemia si è sviluppata quasi contemporaneamente all’Italia, e facessimo questa comparazione anche con criteri analoghi a quelli utilizzati dai Collegi dell’ISS che hanno pubblicato su JAMA, troveremmo risultati davvero interessanti:

Italia (al 31.03.2020)

Morti: 12,428;

Guariti: 15,729;

Totale dei pazienti usciti da COVID-19: 28,157;

Casi attivi: 77,635;

Casi confermati: 28.175 + 77.635 = 105.810;

Letalità (attuale): 12.428 x 100 / 28.157 = 43.0%

Letalità (criteri ISS): 11,7 %

Sud Corea (al 31.03.2020)

Morti: 165;

Guariti: 5.567;

Totale dei pazienti usciti da COVID-19: 5.732;

Casi attivi: 4.155;

Casi confermati: 4.155 + 5.732 = 9.887;

Letalità (attuale): 165 x 100 / 66.519 = 2.9%

Letalità (criteri ISS): 1,7 %

Giappone (al 31.03.2020)

Morti: 57;

Guariti: 424;

Totale dei pazienti usciti da COVID-19: 481;

Casi attivi: 1.697;

Casi confermati: 1.697+481= 2.178;

Letalità (attuale): 57 x 100/ 481= 11,8.0%

Letalità (criteri ISS): 2,6 %

Hubei (Cina) – Dati totali (al 31.03.2020)

Morti: 3.193;

Guariti: 63.326;

Totale dei pazienti usciti da COVID-19: 66.519;

Casi attivi: 1.283;

Casi confermati: 1,283 + 66,519 = 67,802;

Letalità (attuale): : 3,193 x 100 / 66,519 = 4.8%

Letalità (criteri ISS): 4,7 %

Mondo – Dati totali (al 31.03.2020)

Morti: 44.156;

Guariti: 178.836;

Totale dei pazienti usciti da COVID-19: 229.493;

Casi attivi: 653.732;

Casi confermati: 229.493+653.732= 883.225;

Letalità (attuale): 44.156×100/229.493=19,2.0%

Letalità (criteri ISS): 5 %

 

Colpisce, in particolare, la comparazione dei numeri totali dei casi e della letalità fra Italia e Sud Corea: persino con i criteri utilizzati dai Colleghi dell’ISS, sia i dati sui casi totali confermati, che quelli sulla letalità, sono almeno dieci volte superiori in Italia rispetto alla Corea del Sud. Se, per valutare le risposte italiane a questa pericolosa e mortale pandemia, non partiremo da questi evidentissimi e ineludibili dati, non risolveremo alcuno dei macroscopici problemi strutturali del nostro Paese. Può benissimo darsi che la COVID-19 italiana sia diversa da quella coreana. Le indagini infettivologiche ce lo diranno. Ma se il virus fosse lo stesso (il SARS-Cov-2), dovremmo riflettere sulle ragioni per le quali l’Italia, rispetto alla Corea del Sud, non solo ha avuto un numero dieci volte superiore di malati (o almeno di “confirmed cases”) ma, sugli ammalati (o sui “confirmed cases”), ha avuto una letalità dieci volte superiore. Anche perché la Corea del Sud ha una popolazione totale analoga alla nostra (50 milioni Corea – 60 milioni Italia), una età media di poco inferiore (40 anni Corea – 45 anni Italia) e un onset dell’epidemia di COVID-19 sovrapponibile all’Italia. Qualora i dati forniti dalle autorità sanitarie dei diversi Paesi alla WHO (OMS) fossero attendibili, questa enorme sproporzione dovrebbe sostenere la nostra riflessione critica.

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