Contributi e Opinioni 2 Ottobre 2020

«Come il Covid-19 ha cambiato la qualità della vita degli infermieri»

di Dario Solimene, laureando in infermieristica

di Dario Solimene, laureando in infermieristica
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L’avvento del coronavirus ha determinato dei cambiamenti importanti nelle nostre vite. Quello che prima ci appariva naturale, come prendere un caffè al bar, tutto a un tratto è diventato impossibile. Tutto quello che era nostra abitudine, consuetudine, all’improvviso ci è stato sottratto o comunque ha subito delle limitazioni importanti per via di un’emergenza sanitaria senza precedenti.

Lo sanno bene medici e infermieri che hanno visto le proprie vite stravolte dal COVID-19 in poco tempo.

È in particolare agli infermieri che sono state dedicate manifestazioni di ogni genere. Essi sono stati osannati come eroi da ogni dove nel periodo di piena emergenza, per poi essere lentamente dimenticati. Utilizzati e gettati via, senza alcun riconoscimento. Trascurati dalle amministrazioni competenti e bistrattati dalla politica che ormai li ignora completamente.

Proprio quegli infermieri che sotto le tute da lavoro e le mascherine continuano a nascondere la preoccupazione per i propri pazienti, per i propri cari e, se resta loro il tempo, anche per se stessi.

Allora quale migliore argomento del COVID-19, in una tale situazione, per un uno studio infermieristico? “La misurazione dei livelli di ansia e stress degli infermieri coinvolti nell’emergenza COVID-19: Indagine conoscitiva sul cambiamento della qualità di vita e possibili ripercussioni professionali”, è questo il titolo dello studio effettuato dal laureando di infermieristica, del polo universitario sito presso l’A.O.R.N San Giuseppe Moscati di Avellino, Dario Solimene, in collaborazione con la relatrice, nonché coordinatrice del corso di laurea in infermieristica presso il polo Moscati di Avellino, Anna A. di Gisi.

L’obiettivo di questo studio è andare a quantificare tra gli infermieri, che trattano o hanno trattato i pazienti esposti a COVID-19 in Italia, l’entità dei sintomi di depressione, insonnia, ansia, stress, angoscia e insoddisfazione lavorativa, e analizzare i potenziali fattori di rischio associati a questi sintomi. L’indagine è stata completata da 2186 infermieri sparsi in tutta Italia.

I risultati dello studio effettuato suggeriscono che gli operatori sanitari coinvolti in prima linea nella diagnosi, nel trattamento e nella cura dei pazienti con COVID-19 hanno un alto rischio di sviluppare una salute psico-fisico-sociale sfavorevole e possono ricorrere nel cosiddetto “disturbo post-traumatico da stress”.

Il rischio di sviluppo di sintomi di salute mentale sfavorevole si verifica, però, anche negli operatori sanitari non coinvolti in prima linea. Ciò avviene a causa della precarietà lavorativa e della mobilizzazione interna che va diretta ai COVID-19, a sua volta dovuta da un numero non sufficiente di operatori sanitari in presidi ospedalieri e non.

Inoltre, il numero sempre crescente dei casi confermati e dei casi sospetti, il carico di lavoro travolgente, l’esaurimento dei dispositivi di protezione individuale (DPI), la mancanza di farmaci specifici e la sensazione di essere supportati in modo inadeguato dalle amministrazioni competenti contribuiscono al carico mentale degli operatori sanitari.

A tutto ciò va aggiunto il timore del contagio, le misure di isolamento, tanto indispensabili sul piano sanitario quanto difficili su quello umano, la solitudine, i lutti, le incertezze economiche: tutti elementi che possono far nascere attacchi di ansia, stress, paure e disagio.

È stato interessante scoprire che lo stesso identico studio è stato effettuato in Cina a Wuhan, epicentro dell’emergenza coronavirus. Esso è stato pubblicato da JAMA Network Openwill. I dati rilevati sugli infermieri coinvolti in prima linea nel COVID-19 in Cina e in Italia sembrano riportare gli stessi risultati, ma in Italia c’è un’alta percentuale di manifestazione dei sintomi negli infermieri non impiegati in prima linea contro il COVID-19, cosa che, invece, non è stata evidenziata in Cina.

Attraverso i dati elaborati tramite il questionario è stato possibile individuare alcuni fattori di rischio che sono causa delle problematiche che riguardano l’operatore sanitario e la professione infermieristica come l’età avanzata, il demansionamento, la carenza di personale, la mobilizzazione interna, la poca tutela e la poca valorizzazione della professione.

Il fattore di rischio che più ha inciso su tutti è paradossalmente il Sistema Sanitario Nazionale. In Italia è stimato che ci sono più infermieri che medici, soprattutto nell’Italia meridionale. In Campania c’è un’elevata carenza, rilevata dalla FNOPI (Federazione Nazione Ordini Professioni Infermieristiche), di infermieri. Tale condizione costringe chi lavora a turni massacranti e pericolosi, che mettono a rischio non solo la propria salute ma anche quella degli stessi pazienti.

Lo sviluppo della professione infermieristica è ostacolato da numerose barriere. La professione ha visto una lenta e costante evoluzione negli ultimi decenni. È, tuttavia, lontano il traguardo dell’emancipazione della categoria infermieristica e conoscere (e riconoscere) gli ostacoli che rallentano il raggiungimento dello stesso è importante.

 

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