Salute 27 Ottobre 2026 15:51

Alzheimer, scoperti neuroni immaturi associati alla resilienza cognitiva negli anziani

Alcune persone mantengono la lucidità nonostante i segni cerebrali dell'Alzheimer. Uno studio olandese individua nei neuroni immaturi possibili indizi dei meccanismi biologici che aiutano il cervello a resistere alla malattia.

di Arnaldo Iodice
Alzheimer, scoperti neuroni immaturi associati alla resilienza cognitiva negli anziani

Un gruppo di ricercatori dell’Istituto olandese di neuroscienze ha individuato possibili indizi biologici della resilienza cognitiva all’Alzheimer, la capacità di mantenere memoria e funzioni cognitive nonostante la presenza di alterazioni cerebrali associate alla malattia. Lo studio, condotto su campioni di tessuto cerebrale umano conservati presso la Netherlands Brain Bank, ha confrontato persone senza patologie cerebrali rilevabili, pazienti con demenza di Alzheimer e individui con segni della malattia ma senza un significativo declino cognitivo. L’attenzione si è concentrata sui neuroni immaturi, un raro gruppo di cellule presenti anche nel cervello degli anziani. I risultati indicano che queste cellule potrebbero contribuire alla protezione del tessuto cerebrale, grazie a caratteristiche biologiche differenti tra le persone resilienti e quelle che sviluppano la demenza. La ricerca, guidata da Evgenia Salta, suggerisce quindi di approfondire non soltanto i meccanismi che provocano il deterioramento cerebrale, ma anche quelli che consentono ad alcuni individui di conservare le proprie capacità cognitive.

Neurogenesi adulta, il ruolo dei neuroni immaturi nel cervello che invecchia

Una delle ipotesi considerate dai ricercatori riguarda la neurogenesi adulta, il processo attraverso il quale si formano nuovi neuroni nel cervello di un individuo adulto. La possibilità che questo fenomeno continui anche nell’essere umano, soprattutto in età avanzata, è oggetto di dibattito scientifico da decenni. Negli animali, invece, la produzione di nuovi neuroni è stata documentata in diverse specie. Se il processo fosse presente anche nel cervello umano anziano, potrebbe contribuire a preservare alcune connessioni neuronali compromesse dall’invecchiamento o dalle malattie neurodegenerative.

Per verificare questa possibilità, il gruppo di Salta ha analizzato una regione circoscritta del centro della memoria cerebrale, considerata una delle aree potenzialmente coinvolte nella formazione di nuovi neuroni. L’individuazione delle cellule ha richiesto lo sviluppo di metodi specifici, perché i neuroni immaturi sono estremamente rari e difficili da identificare con precisione. I ricercatori hanno inoltre adottato strategie di analisi dei dati che permettessero di caratterizzare le cellule senza affidarsi eccessivamente a ipotesi derivate dagli studi sugli animali. La distinzione è importante: la presenza di neuroni immaturi non dimostra, da sola, che si siano formati di recente. Le caratteristiche osservate possono fornire indicazioni sullo stato delle cellule, ma non consentono necessariamente di ricostruirne l’origine. Lo studio permette quindi di approfondire le caratteristiche biologiche di queste popolazioni cellulari, senza risolvere definitivamente la controversia sulla neurogenesi nel cervello umano adulto.

Non conta soltanto il numero delle cellule, ma come reagiscono ai danni

Uno dei risultati più interessanti riguarda la presenza di neuroni immaturi in tutti e tre i gruppi esaminati, compresi gli anziani con un’età media superiore agli 80 anni. I ricercatori hanno quindi rilevato queste cellule sia nelle persone senza patologie cerebrali rilevabili, sia nei pazienti con demenza di Alzheimer, sia negli individui che conservavano buone capacità cognitive nonostante la presenza della patologia.

Inizialmente, il gruppo si aspettava di trovare un numero nettamente maggiore di neuroni immaturi nei cervelli delle persone resilienti, ipotizzando che queste cellule potessero contribuire a sostituire quelle danneggiate dalla malattia. Le differenze quantitative osservate, tuttavia, sono risultate inferiori alle attese. L’attenzione si è quindi spostata sulle caratteristiche biologiche delle cellule e sui processi che sembrano attivarsi nei diversi gruppi.

Nei soggetti cognitivamente resilienti, i neuroni immaturi presentavano segnali associati a meccanismi di sopravvivenza e protezione cellulare. Al contrario, emergevano segnali inferiori relativi all’infiammazione e alla morte delle cellule. Si tratta di processi rilevanti per l’Alzheimer: un’infiammazione persistente può contribuire al deterioramento del tessuto cerebrale e compromettere la comunicazione tra neuroni, mentre la perdita progressiva di cellule danneggia le reti coinvolte nella memoria e nel pensiero.

Secondo Evgenia Salta, queste cellule potrebbero svolgere una funzione più ampia della semplice sostituzione dei neuroni perduti, contribuendo a sostenere il tessuto circostante e a preservarne la funzionalità. L’ipotesi è che possano favorire un ambiente cerebrale più resistente ai danni, aiutando le reti neuronali a mantenere le proprie attività anche quando la patologia avanza. Si tratta, tuttavia, di un’interpretazione dei dati e non di una funzione protettiva dimostrata direttamente. L’analisi del tessuto umano consente di individuare associazioni tra caratteristiche cellulari e resilienza cognitiva, ma non stabilisce se i neuroni immaturi siano la causa della resistenza alla demenza oppure riflettano altri processi biologici.

Dalla comprensione del danno alla ricerca dei meccanismi protettivi

I risultati aprono nuove prospettive per lo studio dell’Alzheimer, ma richiedono ulteriori verifiche. La presenza di neuroni immaturi e le differenze nella loro attività biologica non dimostrano che queste cellule impediscano lo sviluppo della demenza. Non provano neppure che il cervello continui a produrre nuovi neuroni in quantità significative durante la vecchiaia. La resilienza cognitiva è probabilmente il risultato dell’interazione tra diversi meccanismi, non di un singolo fattore.

Il gruppo di ricerca intende approfondire il modo in cui i neuroni immaturi comunicano e interagiscono con le cellule cerebrali vicine. L’obiettivo è capire se contribuiscano attivamente a proteggere il tessuto e quali processi possano favorire la loro capacità di resistere alle condizioni associate alla malattia.

La ricerca si inserisce in un orientamento più ampio delle neuroscienze, che affianca allo studio dei meccanismi responsabili del danno cerebrale l’indagine sulle caratteristiche che permettono ad alcuni individui di mantenere le proprie capacità cognitive. Comprendere perché persone con alterazioni patologiche simili possano avere esiti clinici differenti potrebbe aiutare a individuare nuovi bersagli terapeutici.

Per ora, eventuali applicazioni cliniche restano lontane. Il valore dello studio consiste soprattutto nell’aver individuato un possibile meccanismo biologico da approfondire, spostando l’attenzione anche sulle capacità di adattamento e protezione del cervello che invecchia. Capire come queste risposte funzionino potrebbe contribuire, in futuro, allo sviluppo di strategie mirate a preservare memoria e autonomia nelle persone a rischio di declino cognitivo.

Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato