Nutri e Previeni 4 Novembre 2026 15:43

Un sale arricchito di potassio potrebbe evitare quasi 3 milioni di morti ogni anno: lo studio su 193 Paesi

Una ricerca pubblicata su Nature Health ha simulato gli effetti della sostituzione del normale sale da cucina con un prodotto composto per il 75% da cloruro di sodio e per il 25% da cloruro di potassio

di Isabella Faggiano
Un sale arricchito di potassio potrebbe evitare quasi 3 milioni di morti ogni anno: lo studio su 193 Paesi

Quasi tre milioni di decessi in meno ogni anno e oltre dieci milioni di nuovi casi di malattie cardiovascolari e renali potenzialmente evitabili. È lo scenario delineato da uno studio internazionale pubblicato su Nature Health, che ha analizzato gli effetti sulla salute della sostituzione del comune sale da cucina con un prodotto arricchito di potassio. Una strategia semplice, almeno sulla carta, che potrebbe incidere in maniera significativa su alcuni dei principali fattori di rischio delle malattie non trasmissibili: l’eccessivo consumo di sodio e l’insufficiente assunzione di potassio. La ricerca, coordinata da Liping Huang del George Institute for Global Health, in collaborazione con ricercatori di diverse istituzioni internazionali, ha utilizzato un modello di valutazione comparativa del rischio per stimare le conseguenze di questa sostituzione in 193 Paesi e territori. I risultati indicano che un passaggio generalizzato al sale arricchito di potassio potrebbe prevenire ogni anno 2,96 milioni di decessi, 10,17 milioni di nuovi casi di malattie cardiovascolari e renali e 69,43 milioni di anni di vita corretti per disabilità (DALY). Si tratta di proiezioni ottenute attraverso un modello matematico, non di benefici già osservati nella popolazione. Le stime, tuttavia, offrono indicazioni importanti sulle potenzialità di un intervento alimentare applicabile su larga scala.

Troppo sodio e poco potassio: un doppio fattore di rischio

Le malattie cardiovascolari rappresentano ancora la principale causa di morte nel mondo, mentre la malattia renale cronica è destinata ad assumere un peso crescente nei prossimi decenni. Tra i principali fattori di rischio modificabili c’è l’ipertensione arteriosa, responsabile, secondo le stime richiamate dagli autori, di oltre 10 milioni di decessi cardiovascolari e quasi mezzo milione di decessi per malattia renale cronica nel 2021. L’alimentazione svolge un ruolo determinante. L’assunzione media globale di sodio raggiunge infatti i 4,3 grammi al giorno, più del doppio rispetto ai 2 grammi quotidiani raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità. Sul fronte opposto, il consumo medio di potassio si ferma a 2,3 grammi al giorno, una quantità inferiore al minimo di 3,5 grammi raccomandato dall’OMS. Ridurre il sodio e aumentare il potassio sono due interventi nutrizionali che contribuiscono ad abbassare la pressione arteriosa. Il problema è che le strategie tradizionali di riduzione del sale incontrano spesso una resistenza da parte dei consumatori e dell’industria alimentare, anche per la difficoltà di abituarsi a un sapore meno salato. Il sale arricchito di potassio potrebbe superare almeno in parte questo ostacolo. Si ottiene infatti sostituendo una quota del cloruro di sodio con cloruro di potassio. Nello studio, la formulazione considerata è composta per il 75% da cloruro di sodio e per il 25% da cloruro di potassio. Il prodotto mantiene caratteristiche di gusto e utilizzo in cucina simili a quelle del sale tradizionale, consentendo contemporaneamente di ridurre l’apporto di sodio e aumentare quello di potassio.

Quasi 3 milioni di decessi evitabili: cosa emerge dal modello

Nello scenario di sostituzione globale di tutto il sale aggiunto, sia quello utilizzato nelle abitazioni sia quello presente negli alimenti trasformati e nei prodotti della ristorazione, i ricercatori stimano una riduzione annuale di 2,96 milioni di decessi per malattie cardiovascolari e renali. Il beneficio corrisponderebbe al 14,6% dei decessi attribuibili a queste patologie. I nuovi casi evitabili sarebbero 10,17 milioni, pari al 13,1% del totale, mentre gli anni di vita corretti per disabilità risparmiati raggiungerebbero 69,43 milioni, equivalenti al 16,5% del carico annuale considerato. Tra le patologie che beneficerebbero maggiormente dell’intervento figurano la cardiopatia ischemica, la cardiopatia ipertensiva, l’ictus e la malattia renale cronica. I vantaggi assoluti più consistenti si registrerebbero in Cina e India, Paesi caratterizzati da popolazioni numerose e da un elevato consumo di sale. In 133 Paesi su 193, pari al 69% del totale, la sostituzione potrebbe contribuire a prevenire almeno il 10% dei decessi cardiovascolari. Circa il 40% dei benefici complessivi riguarderebbe le donne.

Anche sostituire soltanto il sale utilizzato in casa produrrebbe benefici

I ricercatori hanno analizzato cinque diversi scenari di intervento, per comprendere quanto cambierebbero i risultati in base alla tipologia di sale sostituito e alla popolazione coinvolta. Un primo scenario riguarda la sostituzione di tutto il sale, sia quello utilizzato direttamente nelle abitazioni sia quello contenuto negli alimenti trasformati e nei prodotti della ristorazione. È quello che produce il beneficio maggiore, con 2,96 milioni di decessi evitabili. Ma risultati significativi emergono anche considerando interventi più circoscritti. La sostituzione del solo sale discrezionale, cioè quello aggiunto durante la preparazione dei pasti o utilizzato per condire a tavola, potrebbe evitare 1,85 milioni di decessi ogni anno. Si tratta del 63% del beneficio ottenibile con la sostituzione globale. Intervenire esclusivamente sul sale non discrezionale, presente negli alimenti trasformati e nella ristorazione, consentirebbe invece di prevenire 1,56 milioni di decessi, pari al 53% del beneficio massimo stimato. Gli autori hanno inoltre considerato due strategie mirate alle persone con ipertensione. La sostituzione del sale discrezionale tra quelle con una diagnosi di ipertensione potrebbe evitare 590mila decessi all’anno, mentre intervenire esclusivamente tra le persone già in trattamento consentirebbe di prevenirne circa 480mila. Questi ultimi scenari potrebbero risultare più facilmente attuabili perché riguardano persone già seguite dai servizi sanitari, nelle quali è possibile valutare preventivamente eventuali controindicazioni.

Il rischio di iperkaliemia: attenzione alla malattia renale cronica

Accanto ai benefici, lo studio richiama un aspetto che non può essere trascurato: l’aumento dell’apporto di potassio può comportare rischi per alcune categorie di persone, soprattutto per chi soffre di malattia renale cronica in fase avanzata. Quando la funzionalità renale è compromessa, l’organismo può avere difficoltà a eliminare adeguatamente il potassio in eccesso. Il conseguente aumento della sua concentrazione nel sangue, definito iperkaliemia, può provocare complicanze anche gravi, comprese alterazioni del ritmo cardiaco. Secondo il modello, tra i 239 milioni di adulti con malattia renale cronica agli stadi G3-G5, la sostituzione globale del sale potrebbe prevenire 750mila decessi cardiovascolari, ma comportare contemporaneamente circa 100mila decessi aggiuntivi attribuibili all’iperkaliemia. Gli autori sottolineano che queste stime potrebbero sovrastimare il rischio reale, perché il modello ipotizza che non sia possibile escludere dall’intervento le persone con malattia renale avanzata. Nella pratica clinica, invece, la diagnosi e la valutazione dei fattori di rischio potrebbero consentire di individuare chi deve evitare prodotti con un elevato contenuto di potassio. Tra le misure proposte figurano il miglioramento dello screening della malattia renale cronica, l’introduzione di avvertenze standardizzate sulle confezioni, l’indicazione della presenza di cloruro di potassio tra gli ingredienti degli alimenti e una maggiore trasparenza sul contenuto di potassio nelle etichette nutrizionali.

La sfida per la sanità pubblica: coinvolgere industria e consumatori

Un passaggio generalizzato al sale arricchito di potassio non sarebbe immediato. Secondo gli autori, la sua piena attuazione potrebbe richiedere decenni e dovrebbe coinvolgere istituzioni, professionisti sanitari, società scientifiche, industria alimentare e cittadini. Uno degli ostacoli principali è rappresentato dal costo: attualmente il sale arricchito di potassio ha un prezzo medio circa doppio rispetto a quello tradizionale. Una maggiore diffusione del prodotto e le economie di scala nella produzione del cloruro di potassio potrebbero contribuire a ridurre questa differenza. Un altro nodo riguarda le abitudini alimentari e la provenienza del sodio. Se a livello mondiale una quota importante deriva ancora dal sale aggiunto durante la preparazione domestica dei pasti, in Europa e negli Stati Uniti oltre il 70% dell’assunzione proviene da alimenti trasformati e prodotti della ristorazione. Per questo, in molti Paesi occidentali, il coinvolgimento dell’industria alimentare sarebbe determinante per ottenere risultati significativi. Gli autori richiamano anche le recenti raccomandazioni dell’OMS sull’utilizzo di sostituti del sale a ridotto contenuto di sodio e arricchiti di potassio, sottolineando la necessità di tradurre le evidenze scientifiche in politiche di prevenzione concretamente applicabili.

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