Salute 4 Novembre 2026 10:45

Trapianto di fegato, sopravvivenza legata soprattutto alle condizioni del paziente e all’esperienza del centro

Lo studio internazionale IMPROVEMENT, coordinato dal Policlinico Gemelli e pubblicato su The Lancet Regional Health – Europe, ha coinvolto 5.218 pazienti in 61 centri di cinque continenti. La sopravvivenza è del 90% a un anno e dell’80% a cinque anni.

di Redazione
Trapianto di fegato, sopravvivenza legata soprattutto alle condizioni del paziente e all’esperienza del centro

La sopravvivenza dopo un trapianto di fegato dipende soprattutto dalle condizioni cliniche del paziente e dall’esperienza del centro trapianti, più che dalle caratteristiche dell’organo donato. È quanto emerge da IMPROVEMENT, il primo grande studio internazionale progettato per analizzare in modo bilanciato i fattori che influenzano gli esiti del trapianto epatico, pubblicato su The Lancet Regional Health – Europe. La ricerca è stata coordinata dalla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, con il professor Alfonso Avolio, associato di Chirurgia generale all’Università Cattolica e responsabile dell’UOS Gestione territoriale dei trapianti di fegato del Gemelli. Lo studio è stato finanziato dal Ministero della Salute nell’ambito della Ricerca Finalizzata. Sono stati coinvolti 5.218 pazienti in 61 centri distribuiti tra Europa, Asia, Americhe e Oceania. La sopravvivenza registrata è del 93% a 90 giorni, del 90% a un anno e dell’80% a cinque anni.

I principali fattori di rischio riguardano le condizioni del ricevente. I centri ad alto volume riducono mortalità e complicanze

Dall’analisi emerge che il peso dei fattori legati al donatore è inferiore alle attese. Tra i principali elementi associati a un rischio maggiore figurano invece l’età del ricevente, la presenza di malattia coronarica, l’insufficienza epatica avanzata, la necessità di supporto ventilatorio prima dell’intervento, la trombosi complessa della vena porta e la steatosi epatica metabolica (MASLD). Incidono inoltre le trasfusioni e un tempo di conservazione a freddo dell’organo superiore alle sei ore. Un elemento rilevante riguarda il volume di attività del centro: effettuare oltre 65 trapianti all’anno è associato a una riduzione significativa della mortalità e delle complicanze.

“Non si tratta di dividere gli ospedali in migliori e peggiori”, commenta il professor Ugo Boggi, ordinario di Chirurgia generale all’Università Cattolica e direttore della UOC Chirurgia Generale e Trapianti del Gemelli. “Il dato ci dice un’altra cosa: il rischio del singolo paziente si riduce quando il trapianto è inserito in un sistema esperto. Servono équipe abituate ai casi complessi, percorsi consolidati prima e dopo l’intervento, e terapia intensiva, radiologia interventistica ed epatologia disponibili in ogni momento. Il volume di attività non è un numero fine a sé stesso: è la misura dell’esperienza accumulata da un’intera organizzazione. Per questo un grande centro deve continuare a investire nelle persone e nei processi, oltre che nella tecnologia. Così si possono accettare anche i pazienti più difficili senza esporli a rischi evitabili”.

Sulla necessità di intervenire sui fattori modificabili si sofferma anche il professor Sergio Alfieri, ordinario di Chirurgia generale all’Università Cattolica e direttore del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche: “Il punto non è solo prevedere il rischio, ma modificarlo. Ridurre i tempi di ischemia, preparare al meglio il paziente e usare le macchine di perfusione richiede un lavoro multidisciplinare. È ciò che permette di allargare in sicurezza l’accesso al trapianto”.

Un calcolatore gratuito per stimare il rischio individuale. Il ruolo della ricerca e della prevenzione

Dallo studio è stato sviluppato un calcolatore online gratuito che permette di stimare il rischio di morte a 90 giorni, a uno e a due anni dal trapianto. Lo strumento integra tre dimensioni: le condizioni cliniche del ricevente, le caratteristiche dell’organo e il contesto in cui viene eseguito l’intervento.

“Il calcolatore mette insieme tre dimensioni: le condizioni del ricevente, le caratteristiche dell’organo e il contesto in cui si esegue l’intervento”, spiega il professor Alfonso Avolio. “Basta inserire pochi dati clinici per ottenere una stima personalizzata del rischio. Non è una sfera di cristallo né uno strumento per decidere chi trapiantare. È un supporto alla valutazione degli specialisti, che aiuta a riconoscere in anticipo i pazienti più vulnerabili e a intervenire su ciò che è modificabile. Lo abbiamo costruito con un disegno rigoroso: ogni centro ha contribuito con un numero prestabilito di pazienti, proporzionato alla propria attività nazionale. Abbiamo inoltre confrontato due coorti, prima e dopo la pandemia. Il risultato è uno strumento che rappresenta davvero la trapiantologia mondiale, e non solo quella dei grandi centri. Ringrazio tutti i colleghi che hanno reso possibile questo lavoro”.

Il professor Antonio Gasbarrini, ordinario di Medicina Interna all’Università Cattolica e direttore scientifico della Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS, sottolinea il valore della collaborazione internazionale: “IMPROVEMENT mostra che cosa significa essere un IRCCS. Una ricerca indipendente, finanziata con fondi pubblici e coordinata dall’Italia, ha riunito sessanta centri nel mondo e ha prodotto uno strumento gratuito per tutti i clinici. Il peso della malattia metabolica tra i fattori di rischio ci ricorda che la qualità del trapianto si costruisce anche a monte, con la prevenzione e la cura del paziente epatopatico”.

Infine, il professor Alessandro Sgambato, preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, evidenzia le ricadute anche sul piano formativo: “Questo studio testimonia il valore della stretta integrazione tra ricerca, didattica e assistenza che caratterizza la nostra Facoltà di Medicina e Chirurgia. Una ricerca di rilevanza internazionale che si traduce in strumenti concreti per migliorare le cure rappresenta anche un modello formativo per i nostri studenti e giovani medici. È così che si costruisce la medicina del futuro”.

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