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Malattie e terapie 30 Settembre 2022

Tumore papillare tiroide: è il più frequente dei carcinomi tiroidei, ma ha la prognosi migliore

Frasoldati (AME): «Sono lesioni dalla scarsa aggressività clinica e non hanno, in genere, carattere evolutivo nel breve periodo. Per questo, possono restare invariate per dimensioni e per caratteristiche anche per un lungo tempo ed essere “trattate” con una sorveglianza attiva»

«Il più delle volte è di piccole dimensioni e viene riscontrato solo accidentalmente, durante controlli ecografici prescritti per le ragioni più svariate. Eppure, il tumore della tiroide non è affatto raro: è una delle patologie neoplastiche più frequenti tra le donne di 40-60 anni». A mettere in guardia dalle insidie di questa particolare tipologia di cancro è Andrea Frasoldati, membro della commissione scientifica AME (Associazione Medici Endocrinologi), che ha approfondito l’argomento durante la nona edizione del Thyroid Update 2022, una due giorni dedicata alle patologie della tiroide, dalla diagnosi ai trattamenti.

La diagnosi

«Nel 90% delle diagnosi di tumori tiroidei viene riscontrata la presenza di un carcinoma papillare (detto anche carcinoma papillifero) – continua Frasoldati -. Fortunatamente, oltre ad essere il più frequente, il carcinoma papillare è anche quello con prognosi migliore, soprattutto se al momento della diagnosi non sono presenti metastasi. Attraverso l’ecografia è possibile notare la presenza di lesioni anche di piccole dimensioni, ovvero al di sotto di un centimetro o anche di 5 millimetri. In casi selezionati, è possibile procedere, sotto la guida dell’ecografo, all’ago aspirato. Questo esame permette di giungere ad una diagnosi di certezza nella maggior parte dei casi, in altri, di semplice dubbio, sospetto che può essere approfondito attraverso delle specifiche indagini di biologia molecolare».

La sorveglianza attiva

È importante sottolineare che, proprio in virtù della scarsa aggressività clinica, queste lesioni non hanno in genere carattere evolutivo nel breve periodo. «In altre parole, si tratta di tumori che possono restare invariati per dimensioni e per caratteristiche anche per un lungo tempo. Proprio per questo motivo – aggiunge l’endocrinologo – sono stati attivati dei protocolli di gestione clinica basati sull’astensione dal trattamento immediato: si procede con una sorveglianza attiva, durante la quale il paziente viene tenuto sotto controllo ecografico, intervenendo solo se e quando la lesione manifesti dei chiari segni di progressione clinica».

Chirurgia e altri trattamenti

Tra le varie opzioni di trattamento c’è ovviamente la tradizionale chirurgia che può essere limitata ad una parte della tiroide o riguardare l’intera tiroide. «Tra i trattamenti interventisti non chirurgici ci sono: la radiofrequenza, il laser e altre tecniche che mirano alla distruzione della lesione senza ricorrere al bisturi», sottolinea l’esperto. Ad oggi, fatta eccezione di un protocollo sperimentale attivato in Corea, non esiste uno screening di popolazione per il tumore della tiroide. «L’unica raccomandazione di sottoporsi ad un’indagine ecografica a scopo preventivo – conclude Frasoldati – è rivolta ai familiari di primo grado di pazienti operati di carcinoma tiroideo».

 

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