Salute 6 Novembre 2023 11:43

Terapie intensive pediatriche: manca il 44% dei posti letto

La carenza di posti letto nelle terapie intensive pediatriche delle macro-aree italiane è del 67,3% al Sud, del 42,3% al Nord e del 2,2 % al centro. In Sardegna non ce n’è nemmeno uno in tutta la regione. Lo studio pubblicato sulla rivista The Lancet

Terapie intensive pediatriche: manca il 44% dei posti letto

I posti letto nelle terapie intensive pediatriche (tip) italiane sono troppo pochi: per rispondere ai bisogni reali dei piccoli pazienti ne servirebbero quasi il doppio. In Italia i posti letto sono solo 273, a fronte di 9.788.622 potenziali pazienti da 1 a 18 anni. In pratica, nel nostro Paese c’è un posto letto di terapia intensiva per 35.586 bambini e adolescenti, lontano dall’indicazione europea di un posto letto ogni 20-30mila piccoli. La Germania, per esempio, ne ha uno ogni 20mila. Secondo gli standard raccomandati, in Italia dovrebbero essercene 482. Mancano all’appello circa 200 posti letto in intensiva, con una carenza del 44,4%. I risultati sono emersi da una mappa redatta da un gruppo di esperti, che operano nei principali centri pediatrici italiani, Carmelo Minardi Giorgio Conti, Andrea Moscatelli, Simonetta Tesoro e Leonardo Bussolin,  pubblicata sulla rivista The Lancet. “Dovremmo garantire che ogni bambino con un grave problema medico possa beneficiare della massima qualità  delle cure, indipendentemente dal luogo geografico in cui vive”, scrivono gli autori dello studio.

La mappa italiana delle terapie intensive pediatriche

Nel dettaglio 16 regioni in Italia hanno meno del 25% dei posti letto raccomandati dagli standard europei. La carenza di posti letto nelle macro-aree italiane è del 67,3% al Sud, del 42,3% al Nord e del 2,2 % al centro. Ad alzare la media in Centro Italia sono le 3 terapie intensive pediatriche del Lazio: Gemelli, Bambino Gesù e Umberto I. Per contro, in Valle D’Aosta, Trentino Alto Adige, Umbria, Molise, Basilicata e Sardegna non c’è nemmeno un posto letto e se un piccolo paziente arriva in ospedale in condizioni particolarmente critiche, deve essere immediatamente trasferito in un’altra regione. Una disperata corsa contro il tempo. Fino a un mese fa in questa condizione c’era anche l’Abruzzo, dove la prima terapia intensiva pediatrica è stata inaugurata ai primi di ottobre, a Pescara. Questa la situazione nelle altre regioni: 15 posti letto in Piemonte, 22 in Liguria, 46 in Lombardia, 15 in Emilia Romagna, 24 in Veneto, 6 in Friuli Venezia Giulia, 22 in Toscana, 10 nelle Marche, 58 nel Lazio, 21 in Campania, 4 Puglia, 6 in Calabria, 24 in Sicilia

Il “caso Sardegna”

Secondo la letteratura scientifica un sistema di terapia intensiva efficiente non dovrebbe essere sovraffollato e dovrebbe avere un tasso di occupazione target dell’85% per un funzionamento ottimale. L’unità dovrebbe inoltre avere sufficiente flessibilità per gestire un afflusso eccezionalmente elevato di pazienti in caso di vittime di massa, epidemie stagionali, pandemie o aumenti transitori della popolazione legati al turismo. “Il caso della Sardegna illustra bene questo problema. Nonostante l’isolamento geografico dal resto della penisola italiana, la regione non dispone di un solo posto letto in terapia intensiva pediatrica. Questa assenza di adeguati servizi di terapia intensiva pediatrica è preoccupante, soprattutto – concludono gli autori dello studio – considerando le potenziali difficoltà nel trasferire i bambini gravemente malati nelle terapia intensive situate nel resto del Paese”.

La posizione dei Pediatri italiani

Anche la Presidente della Società Italiana di Pediatria, Sip, Annamaria Staiano, ha commentato i risultati dello studio: “Offrire ai pazienti pediatrici l’opportunità di essere assistiti in unità di terapie intensive dedicate significa aumentare le loro possibilità di sopravvivenza rispetto ai bambini che vengono ricoverati in terapie intensive per adulti. E questo – spiega – è tanto più vero quanto più il paziente è piccolo e grave. È inaccettabile che una parte importante dei bambini italiani in condizioni critiche venga assistita in terapie intensive per adulti, così come non è ammissibile che esistano differenze così profonde tra le varie regioni italiane”. La Sip da anni denuncia questa situazione, tanto che la riorganizzazione della rete delle TIP è uno degli argomenti prioritari portati al tavolo di lavoro ministeriale per la riforma del DM 70.

L’analisi della Sip

Nonostante le terapie intensive pediatriche giochino un ruolo rilevante sulla prognosi, in Italia sono poche e mal distribuite, ma il primo grande problema è che nel nostro Paese non esiste una modalità precisa per censirle. Manca infatti un codice che le identifichi, codice ministeriale che esiste per tutte le altre discipline assistenziali del Paese. Ciò rende molto difficile valutare con esattezza il numero di letti e i reparti. Secondo calcoli approssimativi realizzati dalla SIP nell’anno 2022, le TIP che trattano soggetti in età pediatrica con una attività clinica sufficiente (almeno 100 pazienti/anno) sono appena 26 in tutta Italia e i letti di terapia intensiva pediatrica sono circa 202 con una media di 3 posti letto per 1 milione di abitanti, ben al di sotto della media europea pari a 8. Numeri, questi, addirittura inferiori a quelli riportati nella lettera al Lancet, a dimostrazione della estrema difficoltà esistente nel riuscire ad avere una raccolta accurata dei dati in assenza di precisi criteri di identificazione delle TIP.

I bambini devono essere curati in reparti pediatrici

“Molti bambini finiscono, quindi,  per essere ricoverati in terapie intensive per adulti, dove manca una specifica esperienza in assistenza pediatrica, determinante per ottenere i migliori risultati possibili”, prosegue Staiano. Senza dimenticare che le Terapie Intensive pediatriche rappresentano solo un aspetto, forse il più eclatante, di un tema molto più ampio: il diritto dei bambini da 0 a 18 anni a essere curati in reparti a loro dedicati e da personale formato per l’età pediatrica. Oggi 1 bambino su 4 viene ricoverato in reparti per adulti, e circa l’85% dei degenti tra 15 e 17 anni è gestito in condizioni di promiscuità con pazienti adulti e anziani e da personale non specializzato nell’assistenza ai soggetti in età evolutiva”, aggiunge Staiano.

Cosa c’è da fare

Per migliorare la situazione, “l’adeguamento dei posti letto di terapia intensiva pediatrica è un primo passo, preceduto dalla formazione degli anestesisti-rianimatori, soprattutto nelle Regioni che ne sono sprovviste – suggeriscono gli esperti -. Ogni Regione deve poi avere una rete che coordini, con criteri centralizzati, il trattamento e il trasferimento dei pazienti pediatrici in condizioni critiche, con centri con competenze e compiti ben precisi, su modello ‘Hub & Spock’ per esempio. E serve una rete nazionale con 3-4 centri d’eccellenza che coordinino emergenze particolari, i casi più rari. Un centro super specializzato cardiochirurgico o neurochirurgico pediatrico forse non è necessario in tutte le Regioni, perché sarebbe uno spreco, ma – concludono – una rete nazionale sì”.

 

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