Salute 13 Dicembre 2022 16:33

Resilienza e psicologia infrastrutturale, la ricetta CNOP per combattere la permacrisi

Otto italiani su dieci chiedono supporto psicologico ma in troppi non possono permetterselo e interrompono il trattamento. E il bonus psicologo è solo una goccia nell’oceano

Resilienza e psicologia infrastrutturale, la ricetta CNOP per combattere la permacrisi

Resilienza: questo il concetto chiave intorno a cui è ruotato il convegno organizzato dal Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) in occasione della Giornata nazionale della Psicologia 2022. La resilienza come capacità di affrontare le sfide più gravose cui il contesto sociale attuale ci sottopone, come capacità di riemergere da uno stato di annichilimento, ma soprattutto la resilienza come obiettivo delle politiche pubbliche che devono muoversi a favore di interventi di sostegno psicologico che da emergenziali diventino strutturali.

La risposta alla permacrisi

«Attualmente stiamo sperimentando, dal punto di vista psico-sociale, un contesto di permacrisi, cioè la cronicizzazione di uno stato emergenziale dovuto a più fattori: pandemia, guerra, crisi economica – esordisce il presidente CNOP David Lazzari -. Cambiano le emergenze, in sostanza, ma dal tunnel non si esce. Dobbiamo quindi abituarci ad affrontare una nuova complessità del mondo che ci circonda. Questo è il contesto di partenza  – prosegue Lazzari – per programmare interventi pubblici, per promuovere risorse psicologiche che mettano in condizione le persone di reagire a tutto questo. In due parole: promuovere resilienza attraverso le infrastrutture sociali. Oggi 8 italiani su 10 – osserva ancora Lazzari – chiedono aiuto psicologico e si trovano di fronte solo la possibilità di rivolgersi al privato: questo è un elemento fortemente discriminatorio, perché penalizza proprio le categorie più deboli e fragili che maggiormente avrebbero bisogno di accedere a questi servizi. Il bonus è una misura emergenziale ma almeno è una prima risposta, così come lo psicologo nelle scuole e lo psicologo di base o nei luoghi di lavoro».

Psicologia come prevenzione prima che cura

«Veniamo da due anni in cui le esperienze individuali hanno avuto ricadute collettive a livello sociale, esasperando l’aumento delle paure tipiche del 21esimo secolo – afferma la professoressa Elisabetta Camussi (Università di Milano – Bicocca) -. I giovani si chiedono dov’è il futuro, e se c’è un futuro: domande di senso che ci spingono a cercare la psicologia nel quotidiano. La chiave è di riuscire a coprire, con l’intervento delle istituzioni, un bisogno quotidiano prima ancora che diventi bisogno di cura, ed intendere quindi la psicologia a carattere di prevenzione. In questo – spiega –  un elemento facilitante è dato dall’ampio margine di prevedibilità che collega la domanda di sostegno psicologico rispetto agli eventi traumatici che per forza di cose accadono nel corso dell’esistenza. La psicologia deve farsi prevenzione, sostenendo le fragilità dei singoli e ricadute sulle collettività, attraverso veri e proprio progetti di accompagnamento alla quotidianità in un contesto sinergico tra cittadinanza, istituzioni e terzo settore».

Crisi economica, disagio psicologico, crisi produttiva: un circolo vizioso da interrompere

E se, come ha sottolineato Livio Gigliuto (vicepresidente dell’Istituto Piepoli), il 21% dei pazienti attualmente interrompe il trattamento di psicoterapia per problemi economici, un altro aspetto importante della questione viene sottolineato da Rosaria Iardino (presidente Fondazione The Bridge). «È vero, il PNRR va in una direzione di supporto alle categorie più fragili. Ma ad oggi i maggiori investimenti in sanità sembrano riguardare la riorganizzazione e l’ammodernamento, meno attenzione viene data al benessere psicologico. Eppure – osserva Iardino – questo è un fattore di cui la politica dovrebbe farsi carico non solo per una sorta di dovere morale, ma anche perché il cronicizzarsi di questa crisi psicologica inciderà negativamente sulla produttività delle persone. È un tema questo che culturalmente facciamo fatica ad incardinare, quello della cura non solo fine a sé stessa ma in un’ottica di produttività. Lo stato psicologico deve necessariamente essere inserito tra gli indicatori di benessere».

Bonus psicologo? Guardare la luna e non il dito

«Per troppo tempo l’integrazione sociosanitaria e le politiche sociali sono state messe all’angolo – interviene Maria Teresa Bellucci, viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali – quando devono invece essere prioritarie in quanto elementi su cui si fonda il benessere. In questo senso lavoreremo per la creazione di veri e propri percorsi condivisi e integrati di presa in carico e di cura. È ora di lasciarsi alle spalle i compartimenti stagni in cui sono relegate le competenze di settore». E infine Filippo Sensi (PD), uno dei principali propugnatori della misura del bonus psicologo: «I fondi stanziati per il bonus psicologo hanno permesso a 40mila persone di accedere alla graduatoria per ottenerlo. Il punto è che le richieste arrivate sono state 350mila. E allora a fronte di questo, se vogliamo guardare il dito diremo, semplificando, che è stato un fallimento, ma se vogliamo guardare la luna, è lampante il grido d’aiuto a cui corrispondono risorse non adeguate. È ora di strutturare e rendere stabile quello che nasce come strumento emergenziale».

 

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