Salute 19 dicembre 2018

Al Meyer si balla per i piccoli pazienti. Le infermiere: «Utile non solo ai bimbi ma anche a rinforzare il team»

«Non siamo solo ‘quelli che curano’ ma regaliamo anche sorrisi, e lo facciamo anche per noi». Sara Drovandi, infermiera tra le promotrici del flash mob, racconta a Sanità Informazione come è nata l’iniziativa

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Si balla sulle note di Cristina D’Avena al Meyer di Firenze, dove medici, infermieri e operatori socio-sanitari hanno messo in scena, tra le corsie dell’ospedale, un flash mob dedicato ai piccoli pazienti. «Il Natale è un momento magico e abbiamo voluto portare un po’ di magia anche ai piccoli pazienti ricoverati», racconta a Sanità Informazione una delle promotrici dell’iniziativa, Sara Drovandi, infermiera presso l’ospedale pediatrico.

«Siamo state in cinque ad avere questa idea – racconta Sara -, tutte colleghe infermiere, e già l’anno scorso l’abbiamo messa in atto ottenendo un grande riscontro. Quest’anno abbiamo allargato il giro coinvolgendo oltre al reparto di Pediatria anche quello di Chirurgia e Neurosensoriale ed è stato un grande successo». La buona riuscita dell’iniziativa si coglie dal sorriso dei pazienti riuniti, insieme alle famiglie, nei corridoi dell’ospedale per vedere lo spettacolo.

«I bimbi ci vedono ‘come quelli che fanno male’ – continua Sara -, per una volta abbiamo voluto portare il sorriso così da dedicare del tempo, non solo alla loro salute, ma anche al loro lato più umano». Il flash mob, organizzato nel corso di tre mesi durante i quali, tra un turno e l’altro, compatibilmente con il lavoro, i partecipanti si sono coordinati ‘da remoto’ su whatsApp e quando possibile si sono riuniti negli spazi ospedalieri per ‘provare’ la coreografia «è stato un momento bellissimo – prosegue Sara -. Non è servito solo ai pazienti per distrarsi, ma anche a noi: questa iniziativa ci ha reso più uniti e più forti».

«Abbiamo ballato tutti vicini, chi dietro chi davanti, non esistevano gerarchie, ruoli, eravamo tutti allo stesso livello con un obiettivo comune – conclude -. Questo ha consolidato i nostri rapporti personali e professionali e ha aiutato tanto anche nel pianificare il piano di cura, rendendoci, agli occhi dei bimbi, più umani ed è questo quello che conta».

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