Salute 14 Febbraio 2020 13:47

«È stata una battaglia per la libertà di tutti. Mi è mancato il sostegno di medici e infermieri». Parla la compagna di Dj Fabo

Applausi e standing ovation alla Sapienza per Valeria Imbrogno, la compagna di Fabiano Antoniani, il ragazzo tetraplegico e cieco che nel 2017 decise di togliersi la vita in Svizzera: «Bisogna essere liberi di poter scegliere in qualsiasi momento della propria vita». Dopo l’intervento della Consulta chiede che «il legislatore si dia una mossa» sul fine vita

«È stata una battaglia per la libertà di tutti. Mi è mancato il sostegno di medici e infermieri». Parla la compagna di Dj Fabo

«Io non mi sarei mai aspettata di parlare in un’aula universitaria ma probabilmente Fabiano sì, perché mi aveva detto: ‘guarda che ti lascerò tante cose da fare’». Per Valeria Imbrogno, compagna di Dj Fabo, è stata una giornata particolare quella trascorsa all’Istituto di Medicina Legale dell’Università La Sapienza di Roma: davanti ad una folla di studenti è stata chiamata dalla professoressa Paola Frati, Ordinario di Medicina Legale nell’ateneo romano, a raccontare la sua difficile esperienza sul fine vita nell’ambito della giornata di Formazione “Il Fine Vita fra legge 219 e sentenza della Corte Costituzionale” organizzata dalla Sapienza con Consulcesi e Sanità In-Formazione.

«Qui ci sono ragazzi e studenti come lo siamo stati io e Fabiano e ci saranno sicuramente delle coppie come eravamo noi che si sono trovati dentro un uragano – sottolinea Imbrogno a Sanità Informazione -. Quello che vorrei che venisse fuori dalle mie parole oggi è avere costanza e perseveranza in quello in cui si crede, si vuole e si pretende dalla propria vita. Noi alla fine ci siamo ritrovati a portare avanti una battaglia per la libertà di tutti, per essere liberi di poter scegliere in qualsiasi momento della propria vita».

La storia di Valeria è nota: ha assistito Dj Fabo (Fabiano Antoniani all’anagrafe) per due anni e nove mesi dopo un incidente d’auto che l’ha reso tetraplegico e cieco, e poi nel febbraio 2017 lo ha accompagnato in Svizzera per il suicidio assistito. Un percorso difficile, sotto ogni punto di vista.

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«La diagnosi fu di tetraplegia, non sapevo cosa volesse dire – ha raccontato alla platea –. Il primo percorso è stato capire cosa sarebbe successo a Fabiano. I medici non ci avevano ancora detto della cecità. Il dolore più forte per lui è stato perdere la vista, se ha scelto di morire è soprattutto per quello».

Prima della scelta radicale, Dj Fabo ha tentato in ogni modo la via della guarigione. Anche con un viaggio della speranza in India, purtroppo senza esito. «Fabiano è passato attraverso tante fasi – ha ricordato la compagna -. È passato dalla fisioterapia, in cui lui credeva molto. Abbiamo fatto un viaggio in India per provare le terapie con le cellule staminali. Dopo quella terapia riusciva a chiudere la mano. Ma dopo tre mesi perse questa funzionalità. Fabiano non parlava e non mangiava. Tra le sofferenze psicologiche c’è anche il non poter vedere, mangiare e parlare. Così disse ‘Basta, non ho più voglia di soffrire’ e decise di andare in Svizzera. Noi all’inizio non ne volevamo sapere. Ma lui poi fece ‘uno sciopero della fame e della parola’. Così capimmo che era giusto assecondare la sua volontà».

Nel novembre 2016 la Svizzera diede il ‘semaforo verde’: Fabiano poteva mettere fine alla sua agonia. Scelse però come data il 27 febbraio 2017. Prima voleva compiere il suo 40esimo compleanno, il 9 febbraio, festeggiare con i suoi amici e bere la sua amata sambuca.

«La cosa che mi è mancata di più in questo doloroso percorso – ha sottolineato Imbrogno rivolgendosi agli studenti – è stata la mancanza di un sostegno da parte di medici e infermieri che mi spiegassero quel che stava succedendo. Per questo dico a voi, quando sarete medici, di ricordare che dietro al paziente c’è una persona con la sua storia e la sua dignità, soggettiva per ognuno di noi».

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Il viaggio in Svizzera non fu una passeggiata. Dovettero andare in due macchine: Dj Fabo fu accompagnato da Marco Cappato, l’esponente radicale da sempre in prima linea sull’eutanasia. Valeria li seguiva in una macchina subito dietro: se avesse guidato lei avrebbe rischiato l’accusa di induzione al suicidio.

La battaglia di Fabiano e Valeria ha avuto un epilogo importante, con la sentenza della Corte Costituzionale 242 del 2019. La Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 580 del Codice penale nella parte in cui non esclude la punibilità di chi «agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili» purchè pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente.

La sentenza, tuttavia, non è stata accompagna da un corrispondente intervento del legislatore: «Personalmente – conclude Imbrogno – io lo avrei sperato e lo continuo a sperare, ma è la parte più complicata e più difficile, come stiamo vedendo tutti. Mi auguro che in un futuro prossimo questo possa succedere, che i legislatori si diano una mossa».

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