Salute 18 Dicembre 2019

Caso alluminio, Maurizi (Chimici-Fisici): «Leggere etichette con attenzione e evitare contatto con cibi ricchi di sale o acidi»

Daniela Maurizi, Segretario della FNCF, Federazione Nazionale degli Ordini dei Chimici e dei Fisici, spiega come l’alluminio può ‘migrare’ negli alimenti e rappresentare un rischio per la salute dell’uomo: «Il rischio era noto, ossido di alluminio può ‘bucarsi’ con alcuni cibi. In linea generale meglio teglie di vetro»

Non ci sono rischi specifici nell’utilizzo delle vaschette di alluminio in cucina. Ma bisogna fare attenzione, però, a non utilizzarle con alimenti ricchi di sale o acidi: evitando, per esempio, di cucinare le lasagne nelle teglie di alluminio e preferendo le pirofile in vetro. A dirlo ai microfoni di Sanità Informazione è Daniela Maurizi, Segretario della FNCF, Federazione Nazionale degli Ordini dei Chimici e dei Fisici, i professionisti che hanno un ruolo cruciale, tra l’altro, nel controllo dei materiali a contatto con gli alimenti. Sebbene il rischio che gli alimenti possano venire ‘contaminati’ dall’alluminio, così come da altri metalli, fosse noto da tempo, a rilanciare l’allarme è stato il Ministero della Salute sulla base di un documento del Comitato nazionale per la sicurezza alimentare (Cnsa) secondo cui l’alluminio presente nelle vaschette metalliche e nei fogli di carta stagnola utilizzati per conservare e cuocere cibi può ‘migrare’ negli alimenti e «portare a un superamento della dose massima stabilita» con «potenziale rischio per la salute per fasce vulnerabili della popolazione», in particolare bimbi e donne in gravidanza.

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«In realtà parlare di ‘migrazione’ è improprio – sottolinea Maurizi -. È chiaramente un modo semplice di rappresentare una realtà un po’ più complicata perché quando parliamo di alluminio parliamo di forme chimiche diverse».

Il processo alla base mette in risalto un dato: se l’alluminio viene a contatto con alcune sostanze che possono essere presenti negli alimenti può trasformarsi in un modo che può essere ingerito dall’uomo. «Innanzitutto – spiega Maurizi – c’è un alluminio puro al 99% che però non è flessibile abbastanza da poter essere utilizzato per produrre le vaschette. Per le vaschette si utilizzano materiali e oggetti di leghe di alluminio, ottenuti tramite trasformazione plastica, tutti comunque normati. La ‘migrazione di alluminio’, in realtà consiste in questo: l’alluminio è un metallo anfotero, vuol dire che si può comportare da acido o da base in funzione dell’ambiente in cui si trova. L’alluminio si usa perché è un metallo sulla cui superficie, dopo pochi minuti che è a contatto con l’ossigeno dell’atmosfera, si forma un ossido. Questo ossido protegge la superficie dell’alluminio e quindi l’alluminio non arrugginisce. Se noi mettiamo all’interno un alimento che in qualche modo va a ‘bucare’ questa protezione di ossido di alluminio che è di pochi nanometri, le cose cambiano. A questo punto l’alluminio che sta sotto questo ossido viene messo in contatto con tutto quello che si ha nell’alimento e non è più ossido di alluminio ma diventa alluminio in forma cationica che reagisce con gli anioni che si hanno all’interno dell’alimento. Per esempio se è presente del limone che contiene acido citrico si può formare citrato di alluminio».

Nel 2018, secondo il rapporto RASSF – Rapid Alert System for Food and Feed, in totale sono pervenute 138 segnalazioni. La maggior parte di non conformità per rischio sanitario riscontrate nei prodotti riguardanti i MOCA (Materiali e oggetti a contatto con gli alimenti, tra cui rientra l’alluminio) sono la migrazione di sostanze come ammine aromatiche e formaldeide (50) e la migrazione di metalli pesanti (34), principalmente nichel, piombo, cromo e cadmio. I prodotti MOCA risultati irregolari sono in maggior parte provenienti dalla Cina (96). L’allarme del ministero della Salute fa tornare alla ribalta un tema già noto in passato.

«Esiste già dal 2004 una normativa Europea dettagliata sui MOCA, – ricorda Maurizi – in Italia un decreto ministeriale stabilisce prescrizioni precise sui MOCA in alluminio e leghe di alluminio (decreto ministeriale 76/2007). Quindi già 12 anni fa il livello di attenzione era alto. Il decreto definisce le avvertenze che devono essere apposte sui MOCA in alluminio, quali sono i controlli che l’azienda deve fare per accertare la verifica della composizione, quali sono gli obblighi dei produttori e degli utilizzatori. Gli allegati del decreto contengono disposizioni sui tenori massimi dei contaminanti che possono essere presenti nell’alluminio utilizzato. Questo perché i metalli come il ferro, se presenti in quantità elevate, vanno incontro ai fenomeni di corrosione che si vogliono evitare».

Fondamentale per i consumatori leggere con attenzione le etichette: «Le autorità competenti sono molto attente e svolgono costantemente controlli per verificare se i MOCA sono prodotti nel rispetto della legge» spiega il Segretario della FNFC, che poi dà dei consigli ai consumatori: «Bisogna seguire le indicazioni sull’etichetta prescritte dal decreto ministeriale, sono molto precise. Le diciture che si possono trovare sono: non idoneo al contatto con alimenti fortemente acidi o molto salati; destinato al contatto con alimenti refrigerati (quando non c’è scritto non si possono mettere in frigo); destinato al contatto con alimenti a temperature non refrigerate per tempi non superiori alle 24 ore; destinato al contatto con alimenti per tempi superiori alle 24 ore a temperatura ambiente».

L’allarme lanciato dal ministero riguarda principalmente bambini e donne incinta, questo perché il peso corporeo incide sulla quantità tollerata di alluminio che il corpo umano può ingerire: «Già nel luglio del 2008 – continua Maurizi – l’Autorità Europea per la Sicurezza alimentare (EFSA) ha valutato i rischi dell’assunzione di alluminio per la salute ed ha stabilito un limite di esposizione di un mg di alluminio per kg di peso corporeo. Questo vuol dire che un uomo che pesa 70 kg potrà assumere 70 mg di alluminio alla settimana, per i bambini la proporzione è diversa e la dose sarà molto più bassa. C’è da dire che l’assunzione di alluminio non dipende solamente dalla ‘migrazione’ dai contenitori ma anche dagli alimenti stessi: per esempio cereali e derivati, verdure come funghi e spinaci, bevande come il tè contengono alluminio».

«La produzione di alluminio richiede una grande quantità di energia – conclude Maurizi – quindi utilizzarlo in cucina non è una scelta sostenibile. Anche per ragioni ambientali è consigliabile preferire materiali che non siano usa e getta».

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