Mondo 10 Agosto 2023 15:18

Fondazione Consulcesi e As.Me.V: dalla dialisi all’urologia, la lunga strada compiuta dalle missioni del Progetto Eritrea

Di ritorno dalla recente missione ad Asmara, Francesco Zappone, tecnico volontario dell’ As.Me.V. Calabria, racconta cosa significa dare continuità a un progetto di sostegno sanitario e quali obiettivi possono essere raggiunti grazie alla formazione in loco

di Fabiola Zaccardelli

Visite specialistiche, interventi, nuove tecnologie e formazione: è questo in estrema sintesi  il bagaglio che, missione dopo missione, i medici volontari dell’Associazione As.Me.V Calabria, con il sostegno della Fondazione Consulcesi, portano in Eritrea.

“Il progetto nasce proprio da una specifica richiesta dell’allora Ministro della Salute eritreo, Saleh Meky, una grande persona, che chiese a un medico che già operava lì in Eritrea come chirurgo plastico e ricostruttivo se fosse possibile fare la dialisi”, racconta Francesco Zappone, tecnico di apparecchiature elettromedicali, nonché volontario  dell’ As.Me.V. Calabria, Onlus impegnata a fornire assistenza medica specialistica a persone indigenti ed in modo particolare a pazienti extracomunitari. “Questo collega conosceva l’attuale nostro presidente, il dottor Roberto Pititto, che andò in missione lì la prima volta nel 2005, giusto come sopralluogo, e disse che c’erano le condizioni per poter fare la dialisi. Così, il tempo di organizzarci e a gennaio 2008 eravamo lì per la prima volta”.

Nasce il primo centro di dialisi ad Asmara.

“Con la prima missione, abbiamo portato lì quattro reni artificiali e insieme a Giancarlo Carravetta, un tecnico dell’impianto osmosi, abbiamo realizzato questo piccolo centro di dialisi che era di due posti, con due macchine in più di scorta. Inizialmente era un centro solo ed esclusivamente per acuti, per cui si trattavano pazienti che arrivavano nel pronto soccorso con insufficienza renale acuta. Ovviamente la prima domanda che ci siamo posti è stata ‘che facciamo se un paziente acuto si cronicizza?’ Come accade spesso anche in Italia, in fase sperimentale abbiamo dovuto dire ‘andiamo avanti, vedremo poi’. È successo dopo appena due anni. È stato un caso più voluto da loro in fondo perché noi inizialmente avevamo avuto, per così dire, il consiglio di non parlare della dialisi proprio per non aprire speranze che non si potevano poi realizzare. Un giorno, eravamo lì in dialisi e arriva l’équipe della TV eritrea dicendo che dovevano fare un’intervista. Sembrava un po’ strana la cosa, e anzi ammetto che eravamo quasi preoccupati. Fatto sta che facciamo questa intervista e da quel giorno siamo diventati quelli della dialisi. Quello è stato il punto di svolta secondo me. Nel giro di due anni, quel centro di dialisi aperto all’Orotta Hospital di Asmara, capitale Eritrea, è cresciuta fino ad otto posti, diventando il centro di riferimento nazionale. A quattro anni da quella prima missione, un altro centro di dialisi, da otto posti letto, è stato aperto al Sembel Hospital. Attualmente entrambi i centri lavorano benissimo, in autonomia, con infermieri e medici eritrei. Noi continuiamo a dare supporto, soprattutto tecnico e medico, perché nel frattempo abbiamo portato macchine di nuova generazione che possono ampliare le prestazioni”.

Com’è proseguito il progetto e che tipo di risultati avete ottenuto?

“L’As.Me.V Calabria, di cui faccio parte, è una piccola onlus. Quindi inizialmente ci sostenevamo soprattutto con aiuti locali, aziende con le quali lavoravamo soprattutto per quanto riguardava i macchinari. Ma ovviamente ci sono tanti altri costi in una missione, spesso non calcolati ma non meno importanti. Primi fra tutti, i biglietti aerei. In questo percorso abbiamo avuto la fortuna di conoscere quello con cui poi abbiamo aperto una collaborazione intensa: il professor Salvatore Galanti, persona squisita che lavorava lì già prima di noi. Era un urologo, un chirurgo urologo, uno stacanovista che entrava in ospedale alle nove del mattino e usciva alle nove di sera. Andava anche lui due, tre volte all’anno. Lui al tempo era a bordo e guidava alcuni progetti charity del Gruppo Consulcesi, ed era riuscito a far portare lì, omaggiato da Consulcesi, un laser. Ma quel laser, nel momento in cui doveva funzionare non aveva funzionato. Io mi trovavo lì in dialisi e mi chiese se potevo dare un’occhiata. Non era il mio campo ma decisi comunque di provare, e riuscii a farlo funzionare. Da allora, Galanti mi chiese se volevo aiutarlo ad organizzare le missioni, offrendomi il sostegno di Consulcesi per le spese come viaggi e alloggi, e così via. Da lì è nato il rapporto con Consulcesi; che devo dire è stato il salvavita del progetto, non solo di Asmara, proprio della dialisi e dell’urologia, perché ha permesso di dare continuità al lavoro. Il problema della dialisi non è farla perché vai lì, scendi una settimana, installi le macchine, installi l’impianto osmosi, è farla funzionare. Formando il personale, assicurando assistenza tecnica nel tempo. Il valore sta proprio nella continuità che si riesce a dare. Consulcesi ci ha permesso questo, supportandoci in quelle spese che purtroppo ci sono. Oggi, tra i due centri dialisi si eseguono tra i cinque e i seimila trattamenti all’anno. Dalla prima missione ad oggi, circa 500 pazienti acuti sono stati salvati da morte certa grazie alla dialisi. Da novembre del 2021 poi, mi sta accompagnando anche il dottor Arturo Carluccini, un chirurgo urologo che ha ripreso il percorso, purtroppo interrotto non per sua volontà dal professor Galanti. Abbiamo rimesso in funzione il litotritore che era fermo e Arturo ha ripreso veramente come se fosse Toto. Entra in ospedale alle nove di mattina, lo vado a riprendere alle nove di sera. Fa circa cinquanta, sessanta visite in ogni missione e l’ultima volta, siamo stati poco, solo dodici giorni, ma è arrivato ad una quarantina di interventi, numeri importanti nel poco tempo disponibile”.

Che tipo di impatto ha avuto la pandemia da Covid-19 sulla missione e che cosa avete imparato da questo?

“È stato un bel test. Perché ovviamente non siamo potuti andare per oltre un anno e mezzo. Però, la dialisi è stata sempre attiva. Ovviamente, ho trovato molte più macchine da riparare. Però fortunatamente avevamo previsto anche questo, nel senso che abbiamo lasciato molte più macchine di scorta rispetto a quelle che si lasciano qui nei centri dialisi. Quindi la dialisi non si è mai fermata. Questo ci ha fatto capire soprattutto la qualità di questi infermieri e di questi medici”.

A proposito dei professionisti locali, come siete riusciti a superare il gap culturale e linguistico?

“Inizialmente c’era la difficoltà linguistica, anche se la lingua di base è l’inglese. Poi, negli ultimi sette, otto anni in particolar modo, l’università medica che si trova ad Asmara, ha iniziato a formare un bel po’ di infermieri, tra l’altro tutti giovani. Lì, è stata un’altra grande svolta per il progetto perché è stato più facile, per così dire, formare infermieri nuovi che vedevano la dialisi per la prima volta, per cui non avevano nessun retaggio da esperienze passate. È stato come avviare un computer nuovo, sono perfetti, mettono in pratica in un modo perfetto quello che apprendono. Vedo come gestiscono i pazienti quando entrano in dialisi, come li dializzano e come li accompagnano. Vogliono capire le potenzialità della macchina, fanno domande. Giovani medici volenterosi che sono con la mente non aperta, spalancata”.

Che prospettive abbiamo per lo sviluppo del progetto?

“Per quanto riguarda la dialisi, per fortuna stiamo riuscendo, con dei progetti del Ministero degli Esteri, a rinnovare il parco tecnologico delle macchine. Stiamo portando giù macchine non solo nuove ma anche di ultima generazione. Lo abbiamo già fatto nell’Orotta Hospital e lo faremo al Sembel Hospital.  Queste macchine riescono a fare delle terapie, anche specifiche. Per esempio, ci possono essere problemi di pazienti refrattari ai diuretici per quanto riguarda le cardiopatie. Allora queste macchine possono fare dialisi specifiche anche pediatriche, specifiche per questi pazienti. Da un punto di vista medico invece, più formazione si dà e meglio è. Per un progetto che funzioni davvero, e che non sia solo frutto del cosiddetto turismo sanitario, bisogna cercare di trasferire più know-how possibile, quindi non essere egoisti con le proprie conoscenze. Contrariamente da quanto si possa pensare, ripeto, loro sono attenti, aperti anche alle innovazioni, anche su cose che non hanno mai visto. Credo che non dobbiamo inventarci nulla, basta portare quello che facciamo in Italia anche lì, che sia una competenza tecnica o medica. Ovviamente ci vuole una piccola predisposizione, ma niente di che. Perché poi uno quando va lì e pratica, scopre tanti altri aspetti. Ritorno sempre più ricco, non di questioni di dialisi, ma di tutti, tanti altri aspetti. Anche il rapporto con culture diverse. Per me ogni missione è un enorme arricchimento. Per portare avanti i progetti nati dalla collaborazione tra As.Me.V e Fondazione Consulcesi, abbiamo bisogno di specialisti, nefrologi e urologi che abbiano soltanto la buona volontà di fare quello che fanno in Italia, farlo lì. Certo, bisogna possedere un po’ l’arte dell’arrangiarsi”, aggiunge ridendo Zappone. “Ma d’altronde è così, altrimenti non ci sarebbe la necessità di andare”.

Parlando di arricchimento umano, relazionale e culturale, ha qualche storia particolare? Qualcosa che porta nel cuore?

“Faccio un po’ di mente locale perché ne ho viste tante in questi quattordici anni. Mi torna alla memoria una storia triste nel suo epilogo, ma che mi ha colpito profondamente. C’era un ragazzo di ventisei anni che si era infortunato cadendo da un albero. Purtroppo, non hanno avuto la prontezza di portarlo in ospedale ma dal loro medico del villaggio, medico è una parola grossa ecco. Fatto sta che è andata in necrosi. Ha avuto l’amputazione della gamba, ma sempre con ritardo. Quindi questo poi ha cominciato ad andare in cancrena gassosa e l’abbiamo dializzato una settimana, ma sapevamo che ormai non potevamo fare altro, cercavamo solo di accompagnarlo al fine vita nel modo più decente possibile. È successo che qualche giorno dopo che il ragazzo purtroppo era morto, viene il direttore dell’ospedale. Eravamo io e Roberto (Pititto, Presidente di As.Me.V e medico volontario), e ci dice che c’erano i parenti del ragazzo che ci volevano incontrare. Noi avevamo un po’ di timore onestamente. Forse sono arrabbiati, pensavamo…perché magari si aspettavano il miracolo. Arriviamo lì, e invece ci troviamo di fronte lo zio, venuto a parlare a nome del padre, che si scusava, in sintesi, del fatto che il nipote ci avesse fatto perdere tempo, perché lo avevamo dovuto dializzare una settimana anche di domenica. Io e Roberto ci guardavamo increduli”.

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