Salute 4 Novembre 2026 09:50

Menopausa, il microbiota può influenzare la risposta alla terapia ormonale

I risultati di un nuovo studio indicano che la composizione iniziale delle comunità microbiche potrebbe contribuire a spiegare le differenze individuali nella risposta al trattamento

di Isabella Faggiano
Menopausa, il microbiota può influenzare la risposta alla terapia ormonale

La menopausa non modifica soltanto l’equilibrio ormonale, ma coinvolge diversi sistemi dell’organismo, compreso il microbioma. E proprio le caratteristiche delle comunità di microrganismi che popolano intestino, vagina e apparato urinario potrebbero contribuire a spiegare perché alcune donne rispondono meglio di altre alla terapia ormonale. A suggerirlo è uno studio pubblicato su Nature Medicine, che ha seguito 356 donne in perimenopausa per sei mesi, analizzando contemporaneamente le modificazioni del microbioma in quattro distretti corporei. La ricerca ha valutato gli effetti della terapia con estradiolo e didrogesterone, osservando non soltanto l’andamento dei sintomi, ma anche i cambiamenti nella composizione delle comunità microbiche. Un approccio che apre nuove prospettive per comprendere i meccanismi biologici alla base della risposta individuale alla terapia ormonale e, in futuro, per sviluppare strategie di medicina personalizzata.

Menopausa e microbioma: cosa cambia con la carenza di estrogeni

La riduzione degli estrogeni durante la menopausa interessa diversi organi e apparati. Oltre ai sintomi vasomotori, ai disturbi del sonno e alle alterazioni dell’umore, la carenza ormonale può modificare l’ambiente vaginale, riducendo la presenza di lattobacilli e alterando l’equilibrio del microbiota. Questi cambiamenti possono favorire la comparsa della sindrome genitourinaria della menopausa e aumentare la predisposizione alle infezioni urinarie ricorrenti. Anche il microbioma orale può risentire delle variazioni ormonali, con possibili ripercussioni sulla secchezza della bocca e sulla salute parodontale. Meno conosciuto è invece il rapporto tra menopausa e microbioma intestinale. Alcune evidenze suggeriscono che i microrganismi intestinali possano interagire con il sistema nervoso attraverso l’asse intestino-cervello, contribuendo potenzialmente alla regolazione dell’umore e di altre funzioni dell’organismo.

Lo studio su 356 donne: sei mesi di osservazione

I ricercatori hanno arruolato 356 donne di età compresa tra 40 e 55 anni, provenienti da 14 centri in Cina. Tutte presentavano sintomi menopausali e hanno ricevuto quotidianamente, per sei mesi, una terapia orale a base di estradiolo e didrogesterone. Le valutazioni sono state effettuate all’inizio dello studio e dopo quattro, dodici e ventiquattro settimane. Complessivamente sono stati raccolti 4.025 campioni biologici: 1.031 intestinali, 1.028 del cavo orale, 989 vaginali e 977 urinari. risultati clinici hanno documentato un miglioramento dei sintomi menopausali. Dopo 24 settimane, l’indice modificato di Kupperman, utilizzato per misurare la gravità delle manifestazioni climateriche, ha registrato una riduzione mediana del 63%. Sono migliorati anche gli indicatori relativi alla qualità del sonno, all’ansia, ai sintomi depressivi e alla funzione sessuale. Le modificazioni più evidenti sono state osservate già nelle prime quattro settimane di trattamento, mentre la maggior parte dei benefici ha continuato a consolidarsi fino alla dodicesima settimana.

Aumentano i lattobacilli, diminuisce Gardnerella vaginalis

Uno dei risultati più significativi riguarda il microbioma vaginocervicale. Durante il trattamento è stato osservato un aumento di Lactobacillus crispatus, microrganismo associato a un ambiente vaginale favorevole, accompagnato da una riduzione di Gardnerella vaginalis. In particolare, la presenza relativa di Lactobacillus crispatus è passata dal 15,1% iniziale al 26% dopo sei mesi, con un incremento di circa 1,7 volte. Le modificazioni non sono state uniformi nei diversi distretti corporei. Il microbioma vaginocervicale ha mostrato la risposta più marcata, seguito da quello urinario e orale. A livello intestinale, invece, i cambiamenti sono risultati limitati. I risultati suggeriscono quindi che gli effetti della terapia ormonale sul microbioma siano specifici per ciascun ambiente biologico e che il distretto vaginocervicale rappresenti quello maggiormente sensibile alle variazioni ormonali.

La composizione iniziale del microbioma può influenzare l’efficacia delle cure

Un altro elemento di interesse riguarda le differenze individuali nella composizione iniziale delle comunità microbiche. Le donne con una predominanza di Gardnerella vaginalis hanno mostrato le modificazioni più significative verso comunità microbiche caratterizzate da una maggiore presenza di microrganismi considerati favorevoli. Al contrario, nelle donne con comunità iniziali più diversificate i cambiamenti sono risultati meno evidenti. Anche il microbioma intestinale ha mostrato associazioni con la risposta clinica. Le donne con una predominanza di Phocaeicola vulgatus hanno manifestato una maggiore risposta ormonale e risultati clinici migliori rispetto a quelle con predominanza di Prevotella copri. Nel primo gruppo è stata inoltre osservata una maggiore probabilità di raggiungere una remissione clinica rapida entro quattro settimane. Questi risultati indicano che la composizione iniziale del microbioma potrebbe rappresentare uno degli elementi da considerare per comprendere la variabilità della risposta alla terapia ormonale.

Verso una terapia della menopausa sempre più personalizzata

La terapia ormonale della menopausa rimane uno strumento importante per il controllo dei sintomi e per la gestione di alcune conseguenze della carenza estrogenica. Tuttavia, la risposta al trattamento non è uguale per tutte le donne e dipende da diversi fattori biologici e clinici. Lo studio di Nature Medicine aggiunge un nuovo elemento a questo quadro, suggerendo che anche il microbioma potrebbe contribuire a determinare l’efficacia della terapia. Gli autori propongono un modello di medicina di precisione che integri la caratterizzazione delle comunità microbiche intestinali e vaginocervicali nella valutazione delle donne in perimenopausa. Si tratta, tuttavia, di una prospettiva ancora da approfondire. La ricerca ha seguito le partecipanti per sei mesi e non ha previsto un gruppo di controllo randomizzato con placebo. Le associazioni osservate non dimostrano quindi che le modificazioni del microbioma siano direttamente responsabili del miglioramento dei sintomi. Saranno necessari ulteriori studi per verificare questi risultati, chiarire i meccanismi biologici coinvolti e capire se l’analisi del microbioma potrà effettivamente contribuire a orientare le scelte terapeutiche. La prospettiva è quella di superare un approccio uniforme alla menopausa, riconoscendo sempre più le differenze biologiche individuali e la necessità di percorsi di cura costruiti sulle caratteristiche e sui bisogni di ciascuna donna.

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