Una ricerca giapponese ha studiato il rapporto tra esposizione alla luce durante la notte e qualità del sonno in 225 persone con schizofrenia, rilevando differenze significative nei parametri misurati oggettivamente
Dormire con una stanza più illuminata potrebbe essere associato a un sonno più breve e frammentato nelle persone con schizofrenia. È quanto emerge da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori giapponesi della Fujita Health University e dell’Okehazama Hospital, nell’ambito del progetto Light Exposure and Neurobiology in Schizophrenia (LENS). L’analisi ha coinvolto 225 pazienti ambulatoriali con schizofrenia, monitorati per sette giorni attraverso dispositivi indossabili e strumenti per misurare la luce presente durante le ore di sonno. Lo studio, pubblicato online il 23 giugno 2026 sulla rivista Psychiatry Research, ha esaminato se l’esposizione alla luce notturna fosse associata a parametri soggettivi e oggettivi del sonno. I risultati hanno evidenziato, tra le persone maggiormente esposte alla luce, meno tempo trascorso dormendo, una minore efficienza del sonno e più tempo di veglia durante la notte.
Lo studio ha utilizzato due modalità complementari per valutare l’esposizione luminosa notturna. I partecipanti hanno indossato al polso un dispositivo di actigrafia, capace di registrare i movimenti e fornire informazioni sui ritmi sonno-veglia, ma anche sull’intensità luminosa. Accanto al letto è stato inoltre collocato un fotometro portatile, per misurare la quantità di luce presente nell’ambiente durante il periodo compreso tra il momento in cui la persona andava a dormire e quello del risveglio. Il sonno è stato quindi valutato sia attraverso strumenti oggettivi sia mediante il Pittsburgh Sleep Quality Index, un questionario utilizzato per raccogliere informazioni sulla qualità del sonno percepita. L’actigrafia è stata effettuata per sette giorni consecutivi, consentendo ai ricercatori di osservare il comportamento del sonno nell’ambiente abituale dei partecipanti, anziché in un laboratorio.
Quando i partecipanti sono stati suddivisi in base ai livelli di luce notturna registrati dall’actigrafo, sono emerse differenze rilevanti tra il gruppo con esposizione maggiore e quello con esposizione minore. Dopo aver tenuto conto di potenziali fattori confondenti, nel quartile più esposto alla luce l’efficienza del sonno risultava inferiore del 10% rispetto al quartile meno esposto. La differenza riguardava anche la durata complessiva del riposo: le persone maggiormente esposte alla luce dormivano in media 55,6 minuti in meno. Inoltre, impiegavano più tempo per addormentarsi e trascorrevano 31 minuti in più sveglie dopo essersi addormentate, un dato che indica una maggiore frammentazione del sonno. Un’associazione analoga è stata osservata anche utilizzando le misurazioni effettuate con il fotometro posizionato accanto al letto.
Un elemento interessante dello studio riguarda la differenza tra le misurazioni strumentali e ciò che i partecipanti riferivano attraverso il questionario. La qualità del sonno percepita non risultava significativamente associata all’esposizione alla luce notturna, mentre il legame emergeva con i parametri registrati attraverso l’actigrafia. La discrepanza potrebbe dipendere anche dal diverso tipo di informazione raccolta: il dispositivo ha seguito il sonno per una settimana, mentre il questionario prende in considerazione la qualità del sonno percepita nell’arco di un periodo più ampio. I dati, quindi, suggeriscono che alcune modificazioni del sonno possano essere rilevate dagli strumenti anche quando non vengono necessariamente percepite o riportate dalla persona come un peggioramento della propria qualità del riposo.
La luce rappresenta uno dei principali segnali ambientali che regolano i ritmi circadiani, cioè i processi biologici che seguono un ciclo di circa 24 ore e contribuiscono a sincronizzare sonno e veglia. L’esposizione luminosa durante la notte può quindi rappresentare uno stimolo in grado di interferire con la normale organizzazione del ciclo sonno-veglia. Nel caso delle persone con schizofrenia, il tema assume particolare interesse perché i disturbi del sonno sono frequenti e possono manifestarsi con difficoltà ad addormentarsi, risvegli notturni o alterazioni del ritmo sonno-veglia. Lo studio non dimostra però che la luce notturna provochi questi disturbi: le persone che dormono in ambienti più illuminati potrebbero differire sotto altri aspetti da quelle maggiormente al buio, anche se i ricercatori hanno corretto l’analisi per diversi potenziali fattori confondenti.
Il risultato più importante è dunque l’esistenza di una associazione tra maggiore esposizione alla luce durante la notte e peggiori parametri oggettivi del sonno in questo gruppo di pazienti. Non è invece possibile stabilire, sulla base di questi dati, che ridurre la luce nella camera da letto migliori il sonno o abbia conseguenze sui sintomi della schizofrenia. Gli stessi autori sottolineano la necessità di ulteriori ricerche, in particolare studi longitudinali, per chiarire la direzione del rapporto osservato. Saranno necessari studi che seguano le persone nel tempo e, idealmente, ricerche di intervento che permettano di verificare se una modifica dell’esposizione luminosa notturna produca effettivamente un miglioramento del sonno.
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