One Health 30 Settembre 2026 10:59

Incendi, il fumo passa ma i metalli restano: cosa succede ai polmoni

Uno studio dell’Università delle Hawaii su 1.400 adulti esposti agli incendi di Maui rileva livelli elevati di diversi metalli anche 6-18 mesi dopo il disastro, associati ad alterazioni della funzione polmonare

di Viviana Franzellitti
Incendi, il fumo passa ma i metalli restano: cosa succede ai polmoni

Quando il fumo di un incendio scompare, l’esposizione non necessariamente finisce. È il dato centrale di uno studio condotto dall’Università delle Hawaii nell’ambito del Maui Wildfire Exposure Study, che ha analizzato 1.400 adulti dell’isola tra sei e 18 mesi dopo gli incendi dell’agosto 2023. I ricercatori hanno misurato nelle urine 24 metalli e, nella stessa occasione, hanno valutato la funzionalità respiratoria attraverso la spirometria. I partecipanti presentavano concentrazioni di alcuni metalli molto superiori ai valori di riferimento statunitensi: l’antimonio era quasi 40 volte più alto, il manganese 3,8 volte, il bario 2,3 volte e l’arsenico 2,2 volte. Inoltre, una maggiore presenza complessiva di metalli nell’organismo era associata a una maggiore probabilità di alterazioni della funzione polmonare. I risultati sono stati pubblicati il 28 settembre 2026 su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS).

Metalli ancora presenti mesi dopo gli incendi

La ricerca nasce dagli incendi che nell’agosto 2023 hanno colpito Maui, devastando in particolare Lahaina. In questo tipo di incendio non brucia soltanto la vegetazione: quando le fiamme raggiungono abitazioni, automobili, impianti elettrici, dispositivi elettronici e altri materiali presenti nelle aree urbane, possono liberare nell’ambiente miscele di contaminanti differenti da quelle prodotte dalla sola combustione della vegetazione. Queste sostanze possono poi rimanere nell’aria, nella polvere, nel terreno e nei residui degli incendi, con la possibilità di una nuova esposizione durante le attività di ricostruzione e bonifica.

Per capire cosa fosse rimasto nell’organismo mesi dopo il disastro, i ricercatori hanno analizzato campioni di urina dei partecipanti, cercando 24 diversi metalli. Il confronto con i dati di biomonitoraggio statunitensi ha evidenziato livelli particolarmente elevati per alcuni elementi. Il dato più marcato riguardava l’antimonio, la cui concentrazione era quasi 40 volte quella dei valori di riferimento; seguivano manganese, bario e arsenico, rispettivamente 3,8, 2,3 e 2,2 volte più elevati.

Più metalli nell’organismo, più alterazioni della funzione polmonare

Il secondo elemento importante dello studio riguarda il rapporto tra la presenza dei metalli e la salute respiratoria. Gli stessi partecipanti sono stati sottoposti a test standardizzati di funzionalità polmonare, permettendo ai ricercatori di confrontare i livelli di esposizione rilevati nelle urine con diversi parametri respiratori.

L’analisi ha evidenziato che le persone con una maggiore esposizione complessiva alla miscela di metalli avevano più frequentemente risultati anomali nei test polmonari. L’associazione è emersa attraverso tre differenti approcci statistici, rafforzando la consistenza del risultato. Tra gli elementi che contribuivano maggiormente a queste associazioni figuravano arsenico, cadmio, rame e antimonio. Il dato, però, va interpretato correttamente: lo studio mostra un’associazione tra maggiore presenza di metalli e alterazioni della funzione polmonare, ma non dimostra che siano stati necessariamente gli incendi a provocare quelle alterazioni né che un singolo metallo ne sia direttamente responsabile.

Non tutti i metalli arrivano necessariamente dagli incendi

È infatti uno dei principali limiti evidenziati dagli stessi ricercatori. Non erano disponibili misurazioni dei livelli di metalli negli stessi partecipanti prima degli incendi del 2023. Di conseguenza, non è possibile stabilire con precisione quale quota della presenza rilevata mesi dopo sia stata determinata dagli incendi e quale fosse invece già presente nella popolazione.

A Maui possono aver contribuito diverse fonti: caratteristiche geologiche dell’isola, precedenti attività agricole e industriali, contaminazioni storiche del suolo, alimentazione e altre esposizioni ambientali. Gli incendi potrebbero inoltre avere liberato nuovi contaminanti oppure rimescolato e redistribuito sostanze già presenti nel terreno e nell’ambiente costruito. Per questo, gli autori parlano di una miscela complessa di esposizioni, piuttosto che dell’effetto di una singola sostanza. Serviranno studi longitudinali e nuove misurazioni ambientali per distinguere meglio le diverse fonti e capire quanto ciascuna abbia contribuito all’esposizione osservata.

Il rischio non finisce quando scompare il fumo

È questo l’aspetto che rende lo studio particolarmente rilevante anche al di là del caso di Maui. La fase successiva a un grande incendio può rappresentare un periodo di esposizione diverso da quello dell’emergenza, perché le persone tornano a vivere e lavorare in ambienti dove possono essere rimasti cenere, polvere e residui contaminati.

Lo studio suggerisce quindi che il monitoraggio sanitario dopo un incendio non dovrebbe concentrarsi esclusivamente sulla qualità dell’aria nei giorni immediatamente successivi. Quando le fiamme sono spente e il fumo non è più visibile, alcuni contaminanti possono continuare a circolare nell’ambiente ed essere rilevati nell’organismo mesi dopo.

Nel caso di Maui, la ricerca collega inoltre questa maggiore presenza di metalli a misure anomale della funzionalità polmonare, pur senza poter stabilire un rapporto causale diretto con gli incendi. È proprio questa combinazione – esposizione persistente, contaminazione ambientale e possibili conseguenze respiratorie – a rendere il tema importante per la gestione sanitaria delle comunità colpite da incendi sempre più estesi.

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