Uno studio pubblicato su Scientific Reports ha rilevato che le differenze nel microbiota intestinale spiegano circa il 15% della variabilità nei ritmi di invecchiamento biologico.
Il segreto di un invecchiamento più lento potrebbe essere legato anche ai batteri che vivono nell’intestino. È quanto emerge da uno studio dei ricercatori dell’Università delle Hawaii a Manoa, pubblicato sulla rivista Scientific Reports, che ha individuato un’associazione significativa tra la composizione del microbiota intestinale e la velocità dell’invecchiamento biologico. Secondo i risultati, le differenze nelle comunità batteriche intestinali spiegano circa il 15% della variabilità osservata nei ritmi di invecchiamento dei partecipanti.
La ricerca ha coinvolto 123 adulti di età diverse, dei quali sono stati analizzati campioni di feci e sangue. I ricercatori hanno confrontato i microrganismi intestinali con alcuni marcatori molecolari utilizzati per stimare la velocità dei cambiamenti biologici legati all’età, distinguendola dall’età anagrafica. Tra gli strumenti utilizzati figura DunedinPACE, un biomarcatore che misura il ritmo dell’invecchiamento biologico. I risultati indicano che alcune specie batteriche sono associate a un invecchiamento più lento, mentre altre mostrano una correlazione con un’accelerazione del processo.
Tra i microrganismi identificati nello studio, il Bifidobacterium adolescentis è risultato uno dei batteri maggiormente associati a un invecchiamento biologico più lento. Al contrario, il Succinivibrio dextrinosolvens ha mostrato una delle correlazioni più forti con un ritmo di invecchiamento accelerato. Queste associazioni suggeriscono che la composizione del microbiota intestinale possa fornire informazioni sui processi biologici che accompagnano l’avanzare dell’età. Non si tratta, tuttavia, di una semplice distinzione tra batteri benefici e dannosi: i risultati descrivono relazioni statistiche con un indicatore dell’invecchiamento, senza dimostrare che le singole specie siano direttamente responsabili delle differenze osservate.
Secondo Alika K. Maunakea, autrice senior dello studio e ricercatrice della John A. Burns School of Medicine dell’Università delle Hawaii a Manoa, i modelli microbici intestinali sono significativamente associati ai parametri molecolari dell’invecchiamento anche considerando l’età anagrafica. La scoperta contribuisce quindi a chiarire il rapporto tra microbiota e salute nel corso della vita, offrendo nuove prospettive per comprendere le differenze individuali nella resilienza biologica.
Il microbiota intestinale è inoltre un sistema dinamico, la cui composizione può variare in relazione a diversi fattori. Alimentazione, abitudini quotidiane, condizioni ambientali ed esposizioni nel corso della vita possono contribuire a modificarlo. Questa caratteristica rende l’ecosistema intestinale particolarmente interessante per la medicina di precisione, che mira a comprendere meglio le differenze individuali nei processi di salute e malattia. Il primo autore, Braden P. Kunihiro, sottolinea che lo studio aggiunge nuove evidenze sul potenziale ruolo del microbiota nella ricerca sull’invecchiamento sano.
La possibilità che il microbiota intestinale possa contribuire a spiegare le differenze nella velocità dell’invecchiamento apre nuove prospettive di ricerca, ma richiede cautela. Lo studio, infatti, non dimostra un rapporto di causa-effetto: la presenza di determinati batteri nelle persone con un invecchiamento biologico più lento non significa necessariamente che siano proprio quei microrganismi a determinare il fenomeno. Per chiarire il legame saranno necessari ulteriori studi, capaci di individuare i meccanismi biologici coinvolti e verificare se modificare intenzionalmente la composizione del microbiota possa influenzare i marcatori dell’invecchiamento o migliorare la salute nel lungo periodo.
Un elemento rilevante riguarda la popolazione coinvolta. La ricerca ha incluso anche partecipanti nativi delle Hawaii e delle isole del Pacifico, gruppi storicamente poco rappresentati negli studi sull’invecchiamento e sul microbiota. Secondo il coautore Ruben Juarez, questa scelta può aiutare a comprendere meglio come le condizioni sociali e ambientali e le esperienze vissute nel corso della vita si riflettano nella biologia umana.
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