Saltare la colazione, cenare a ridosso del sonno e mangiare troppo velocemente: uno studio giapponese pubblicato su Nutrients ha indagato il legame tra questi comportamenti quotidiani e la salute del fegato. L'associazione emerge anche nelle persone normopeso
Le abitudini alimentari non contano soltanto per ciò che portiamo in tavola, ma anche per quando e come mangiamo. Saltare regolarmente la colazione, consumare la cena poco prima di andare a dormire e finire i pasti in fretta sono comportamenti spesso sottovalutati, che potrebbero avere conseguenze anche sulla salute del fegato. A indagare questa relazione è uno studio giapponese condotto su 29.889 adulti inizialmente senza steatosi epatica, sottoposti a controlli sanitari ripetuti tra maggio 2015 e marzo 2026 in tre strutture di Tokyo. La ricerca, pubblicata il 9 settembre 2026 sulla rivista scientifica Nutrients, ha esaminato l’associazione tra tre comportamenti alimentari e l’insorgenza della steatosi epatica associata a disfunzione metabolica (MASLD) e della forma associata anche al consumo di alcol (MetALD). Durante il periodo di osservazione sono stati individuati 4.829 nuovi casi. Il risultato più significativo riguarda la combinazione delle tre abitudini: la loro presenza contemporanea è stata associata a un rischio relativo di sviluppare la malattia più alto del 44% rispetto a chi non ne presentava nessuna. Un’associazione riscontrata anche tra gli adulti con un indice di massa corporea inferiore a 23.
La MASLD, acronimo di Metabolic Dysfunction-Associated Steatotic Liver Disease, è la nuova denominazione della condizione precedentemente conosciuta come fegato grasso non alcolico. Si caratterizza per un accumulo eccessivo di grasso nelle cellule del fegato associato ad alterazioni metaboliche, come sovrappeso, obesità, insulino-resistenza, diabete di tipo 2 e dislipidemia. La condizione può svilupparsi anche in assenza di un eccesso ponderale e, soprattutto nelle fasi iniziali, non provocare sintomi evidenti.
La sua diffusione rappresenta una questione rilevante di salute pubblica, anche perché la malattia può rimanere a lungo non riconosciuta e, in alcuni casi, evolvere verso forme più gravi, caratterizzate da infiammazione, fibrosi e cirrosi epatica. La MetALD identifica invece una condizione in cui alla disfunzione metabolica si associa anche un consumo di alcol superiore alle soglie previste per la MASLD, ma non tale da rientrare nella categoria della malattia epatica associata esclusivamente all’alcol. Comprendere quali comportamenti quotidiani possano contribuire alla comparsa di queste condizioni è quindi importante anche per individuare possibili fattori di rischio modificabili.
Il gruppo di ricerca ha preso in considerazione tre abitudini specifiche, valutandone sia l’associazione individuale sia l’effetto cumulativo. La prima è saltare la colazione, la seconda consumare la cena nelle due ore precedenti il momento di andare a dormire, mentre la terza è mangiare velocemente.
I risultati hanno evidenziato un’associazione tra ciascuno di questi comportamenti e la comparsa di MASLD o MetALD, sebbene con intensità differenti. Nel modello statistico che ha considerato contemporaneamente le tre abitudini, saltare la colazione è risultato associato a un rischio relativo più alto del 19%, cenare nelle due ore precedenti il sonno a un aumento dell’11% e mangiare velocemente a un incremento del 6%. Quest’ultimo dato richiede una particolare cautela: l’associazione individuale con il consumo rapido dei pasti è risultata più contenuta e al limite della significatività statistica. Il risultato più consistente emerge infatti considerando il numero complessivo di comportamenti sfavorevoli presenti nella quotidianità.
È proprio l’effetto combinato delle tre abitudini a rappresentare il dato centrale dello studio. I ricercatori hanno costruito un punteggio da zero a tre, attribuendo un punto per ciascun comportamento considerato sfavorevole.
Rispetto agli adulti che non presentavano nessuna delle tre abitudini, quelli che ne avevano una mostravano un rischio relativo più alto del 12%. In presenza di due comportamenti l’incremento arrivava al 22%, mentre per chi li presentava tutti e tre raggiungeva il 44%.
Ogni abitudine aggiuntiva è stata associata a un incremento del 12% del rischio relativo di sviluppare MASLD o MetALD. Un andamento progressivo che è rimasto evidente anche nelle analisi successive, nelle quali i ricercatori hanno considerato i cambiamenti delle abitudini alimentari durante il periodo di osservazione. Nel complesso, durante 115.088 anni-persona di follow-up sono stati registrati 4.829 nuovi casi. Si tratta di un risultato che suggerisce l’importanza di considerare non soltanto i singoli comportamenti, ma anche il loro possibile accumulo nel tempo.
Un altro elemento di particolare interesse riguarda il peso corporeo. L’associazione tra il numero di abitudini alimentari sfavorevoli e l’insorgenza della steatosi epatica è risultata più marcata tra i partecipanti con un indice di massa corporea inferiore a 23 rispetto a quelli con valori pari o superiori.
Il dato richiama l’attenzione su una questione importante: il peso, da solo, non è sufficiente per valutare il rischio di sviluppare alterazioni metaboliche e problemi epatici. Anche le persone che non presentano sovrappeso possono avere una steatosi epatica e potrebbero beneficiare di una maggiore attenzione alle proprie abitudini alimentari. Per questo motivo, secondo gli autori, la valutazione dei comportamenti a tavola potrebbe rappresentare uno strumento utile durante i controlli sanitari di routine, contribuendo a individuare precocemente le persone che presentano un profilo di rischio meno evidente.
I risultati devono comunque essere interpretati tenendo conto della natura dello studio. Si tratta infatti di un’indagine retrospettiva longitudinale, che ha individuato associazioni statistiche tra le abitudini alimentari e la comparsa della malattia, senza dimostrare un rapporto diretto di causa-effetto.
Inoltre, la ricerca ha coinvolto adulti giapponesi che si sottoponevano a controlli sanitari in tre strutture di Tokyo: i risultati non possono quindi essere automaticamente estesi a tutte le popolazioni. Gli stessi autori riconoscono che alcuni fattori potenzialmente rilevanti, come la composizione della dieta, il lavoro su turni, i ritmi circadiani e le condizioni socioeconomiche, potrebbero non essere stati completamente considerati.
Lo studio aggiunge, comunque, un elemento alla comprensione del rapporto tra alimentazione e salute del fegato: non conta soltanto cosa si mangia, ma anche come si distribuiscono e si consumano i pasti durante la giornata. Un aspetto che merita ulteriori approfondimenti, soprattutto per comprendere meglio il ruolo delle abitudini quotidiane nella prevenzione delle malattie metaboliche ed epatiche.
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