Una survey coordinata dall’IRCCS Fondazione Stella Maris di Pisa ha raccolto il punto di vista di 167 professionisti che si occupano di epilessia. L’84,3% segnala una preoccupazione moderata o elevata per possibili conseguenze sui pazienti, quasi tutti chiedono più formazione e strumenti per affrontare il tema
Il cambiamento climatico potrebbe diventare anche una questione di gestione dell’epilessia. È quanto emerge da uno studio condotto dal gruppo di ricerca coordinato da Emanuele Bartolini, dell’IRCCS Fondazione Stella Maris di Pisa, insieme a ricercatori di diversi centri italiani e al gruppo di studio Climate Change della Lega Italiana contro l’Epilessia. La ricerca ha raccolto, tra febbraio 2025 e gennaio 2026, le risposte anonime di 167 professionisti impegnati nella cura dell’epilessia in diverse aree d’Italia. L’obiettivo era capire quanto il tema sia percepito dagli specialisti, quali possibili conseguenze vedano nella pratica clinica e quanto il sistema sanitario sia preparato. L’analisi è stata pubblicata il 21 agosto 2026 su European Journal of Neurology.
Il dato più netto riguarda la preoccupazione per i pazienti: l’84,3% dei partecipanti la considera moderata o grave. La consapevolezza del problema è però ancora più ampia quando si guarda al futuro: tutti i professionisti coinvolti ritengono almeno moderato l’impatto del riscaldamento globale sulle generazioni future. La preoccupazione non cambia sostanzialmente in base all’area geografica, alla fase della carriera o al ruolo professionale, suggerendo una percezione piuttosto condivisa tra gli operatori coinvolti. Il risultato non significa che il cambiamento climatico sia stato dimostrato come causa di un aumento delle crisi epilettiche. Lo studio non segue infatti i pazienti e non misura il numero di crisi in relazione alla temperatura o agli eventi meteorologici: è una ricerca basata sulle risposte dei professionisti. Gli autori la considerano quindi soprattutto un punto di partenza per individuare bisogni di ricerca, formazione e adattamento dell’assistenza.
Perché il clima potrebbe comunque entrare nella gestione dell’epilessia? Uno dei possibili percorsi riguarda le temperature elevate e lo stress termico. Il cervello è sensibile alle variazioni della temperatura e dello stato metabolico e alcune forme di epilessia possono essere particolarmente sensibili alla febbre o all’aumento della temperatura. Tuttavia, le evidenze dirette nell’uomo sono ancora limitate: gli stessi autori sottolineano la necessità di studi più sistematici.
Il caldo può inoltre agire indirettamente. Disidratazione, sudorazione intensa e alterazioni dell’equilibrio elettrolitico possono creare condizioni potenzialmente favorevoli alla comparsa di crisi nelle persone predisposte. A questo si aggiunge il sonno: le temperature notturne elevate possono peggiorarne la qualità e privazione di sonno, stress e stanchezza sono già riconosciuti come possibili fattori precipitanti delle crisi.
Non c’è soltanto il caldo. Anche freddo intenso e bruschi cambiamenti di temperatura, così come alcune condizioni meteorologiche associate a bassa pressione e alta umidità, sono stati collegati in precedenti ricerche alla comparsa delle crisi. Si tratta però di associazioni che necessitano di ulteriori conferme e che non permettono di stabilire un rapporto causale semplice tra singolo evento meteorologico ed epilessia.
Tra i possibili meccanismi viene studiato anche il rapporto tra ambiente, microbiota intestinale e infiammazione. Le evidenze disponibili collegano alterazioni del microbiota e neuroinfiammazione all’epilessia e, separatamente, mostrano che fattori climatici e meteorologici possono modificare il microbiota e la risposta immunitaria. Ma il passaggio successivo, cioè dimostrare che i cambiamenti climatici provochino attraverso questo percorso un aumento delle crisi nelle persone con epilessia, non è ancora stato dimostrato nell’uomo.
Un altro problema riguarda gli eventi climatici estremi. Ondate di calore, temporali intensi, blackout o altre emergenze possono non agire direttamente sul cervello, ma complicare la gestione quotidiana della malattia. Interruzioni dell’assistenza, difficoltà nel conservare correttamente alcuni medicinali, problemi di trasporto o di accesso ai servizi possono diventare ulteriori ostacoli per chi necessita di una terapia continuativa.
La survey mostra una forte domanda di strumenti concreti. Il 99,4% dei professionisti considera utile la formazione continua su clima e salute, mentre l’88,6% ritiene utili materiali informativi destinati ai pazienti. Il 97% considera inoltre utili linee guida sulla sostenibilità nei luoghi di lavoro. Il tema, dunque, non riguarda soltanto la ricerca: per gli specialisti coinvolti dovrebbe entrare anche nella formazione e nell’organizzazione dell’assistenza.
Proprio qui emerge una distanza tra comportamenti individuali e organizzazione sanitaria. Il 93,3% dei partecipanti dichiara di riciclare più frequentemente a casa, mentre sul piano istituzionale le iniziative risultano meno diffuse: il 46,1% riferisce l’utilizzo della telemedicina nel proprio ambiente di lavoro e il 42,6% non segnala iniziative legate ai trasporti. Anche le attività di ricerca orientate alla mitigazione climatica restano limitate.
Il messaggio che arriva dallo studio è quindi più articolato del semplice rapporto tra caldo e crisi epilettiche. Il cambiamento climatico potrebbe influire sull’epilessia attraverso una combinazione di fattori biologici, comportamentali e organizzativi, ma molte delle relazioni ipotizzate devono ancora essere studiate direttamente nell’uomo. Per questo, secondo gli autori, servono ulteriori dati per capire quali siano realmente i meccanismi coinvolti e quali strategie possano proteggere le persone con epilessia in un ambiente sempre più soggetto a temperature estreme ed eventi meteorologici intensi.
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