Uno studio su 58.318 focolai in 169 Paesi rileva un’associazione tra frammentazione degli ecosistemi, cambiamenti nelle precipitazioni e rischio di alcune malattie infettive emergenti.
La frammentazione degli ecosistemi e i cambiamenti nei regimi delle precipitazioni possono aumentare il rischio di trasmissione di alcune malattie infettive dagli animali all’uomo. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Nature, condotto da un team internazionale di ricercatori dell’University College London, dell’Università della Florida e dell’Università di Yale. Gli autori hanno realizzato la più ampia valutazione basata sui dati finora condotta sui fattori ambientali associati alle malattie infettive emergenti, analizzando 58.318 epidemie relative a 32 malattie in 169 Paesi. L’analisi ha riguardato sia zoonosi trasmesse direttamente dagli animali, tra cui coronavirus, Ebola e poxvirus, sia malattie trasmesse da vettori come zanzare, zecche e pulci, tra cui dengue, malattia di Lyme e malaria. I risultati mostrano una chiara impronta delle attività umane nella distribuzione geografica dei rischi, ma anche una forte variabilità dei fattori associati alle singole malattie.
Il rischio di epidemie è risultato generalmente più elevato nelle aree in cui popolazioni umane e bestiame vivono vicino a ecosistemi forestali fortemente frammentati. Si tratta, per esempio, di territori nei quali le foreste sono suddivise in numerosi piccoli appezzamenti separati da insediamenti, strade o terreni agricoli. In questi contesti possono aumentare le occasioni di contatto tra persone e animali selvatici che riescono a prosperare negli ambienti modificati dall’uomo e che possono essere portatori di agenti patogeni.
L’associazione con i cambiamenti ambientali è risultata particolarmente evidente per le malattie trasmesse da vettori. Gli ecosistemi frammentati e le aree caratterizzate da una diminuzione delle precipitazioni nel lungo periodo, associata ai cambiamenti climatici, hanno mostrato un aumento del rischio di epidemie di malattie come dengue e Zika. I risultati, tuttavia, non indicano un meccanismo ambientale comune per tutte le infezioni emergenti. Per le zoonosi trasmesse direttamente dagli animali all’uomo, comprese alcune malattie considerate potenziali minacce pandemiche, i ricercatori non hanno infatti individuato fattori ambientali capaci di prevedere in modo coerente la localizzazione dei focolai.
L’analisi mette quindi in discussione l’ipotesi secondo cui esista una combinazione universale di fattori ambientali in grado di spiegare la comparsa delle malattie infettive emergenti. Gli effetti di fenomeni come deforestazione, riscaldamento climatico e intensificazione dell’agricoltura sono risultati differenti a seconda della patologia considerata. Secondo i ricercatori, questo rende necessario sviluppare sistemi di sorveglianza capaci di integrare informazioni specifiche sulla singola malattia e sul contesto regionale.
Lo studio evidenzia inoltre che il luogo in cui viene individuato un focolaio non coincide necessariamente con quello in cui la trasmissione è più intensa. L’accesso ai servizi sanitari condiziona infatti la probabilità che un evento infettivo venga riconosciuto e segnalato. In media, la probabilità di rilevare un focolaio di una malattia emergente diminuisce del 32% per ogni ora aggiuntiva necessaria per raggiungere la struttura sanitaria più vicina. I dati suggeriscono quindi che la distribuzione geografica dei focolai registrati riflette anche le differenze nella capacità di sorveglianza e nell’accesso all’assistenza sanitaria.
Per gli autori, questi risultati rafforzano la necessità di un approccio alla prevenzione delle epidemie che non si limiti all’analisi dei soli cambiamenti ambientali. La combinazione tra sistemi sanitari più accessibili, sorveglianza epidemiologica coordinata a livello internazionale e interventi mirati sugli ecosistemi potrebbe consentire di individuare più rapidamente i segnali di trasmissione e intervenire prima che un focolaio si estenda.
Rory Gibb, del People and Nature Lab dell’UCL e autore principale dello studio, ha sottolineato che non esiste una singola combinazione di fattori ambientali in grado di prevedere dove compariranno le malattie infettive emergenti. Secondo il ricercatore, la trasmissione dagli animali all’uomo è frequente negli habitat modificati dalle attività umane, ma i fattori che favoriscono i focolai cambiano in funzione della malattia. Da qui l’importanza, evidenziata dagli autori, di migliorare l’accesso all’assistenza sanitaria e rafforzare i sistemi di monitoraggio, così da individuare precocemente i focolai e limitarne l’espansione.
La coautrice Sadie Ryan, dell’Università della Florida, ha definito i focolai di malattie trasmesse da altre specie come fenomeni multifattoriali, influenzati dall’interazione tra componenti sociali, ambientali ed ecologiche. In questa prospettiva, gli autori richiamano l’approccio One Health, che considera congiuntamente salute umana, salute animale ed ecosistemi. La sorveglianza delle malattie emergenti dovrebbe quindi tenere conto delle caratteristiche specifiche di ciascuna patologia e del territorio in cui si manifesta, evitando di ricercare un unico indicatore ambientale valido per tutti i rischi infettivi.
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