Uno studio della McGill University, pubblicato su PNAS, ha analizzato giovani adulti dopo 30 ore di veglia: attività fisica e pisolino hanno attenuato il calo della memoria
Una notte senza dormire può compromettere la capacità del cervello di formare nuovi ricordi. Ma, almeno in condizioni sperimentali, 20 minuti di esercizio fisico potrebbero attenuare questo effetto. È quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori della McGill University e pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS). La ricerca ha coinvolto giovani adulti sottoposti a 30 ore consecutive di veglia, con l’obiettivo di verificare se un breve esercizio o un periodo di sonno potessero proteggere la memoria episodica. I partecipanti sono stati confrontati dopo tre condizioni: nessun intervento, 20 minuti di esercizio di intensità moderata-alta oppure un pisolino di 90 minuti. Nei due gruppi sottoposti a esercizio o sonno, la performance nei test di memoria è risultata in media del 22% superiore rispetto a quella osservata dopo la sola privazione di sonno.
La privazione acuta di sonno è nota per interferire con diversi processi cognitivi, tra cui l’apprendimento e la memoria. In particolare, quando si rimane svegli per un periodo prolungato, il cervello può incontrare maggiori difficoltà nel consolidare e recuperare le informazioni appena apprese. I ricercatori della McGill University hanno voluto capire se fosse possibile attenuare temporaneamente questo deficit attraverso due interventi molto diversi: una breve sessione di attività fisica oppure un periodo di sonno. Il modello sperimentale è stato particolarmente impegnativo: i giovani adulti coinvolti sono rimasti 30 ore consecutive senza dormire, consentendo ai ricercatori di osservare gli effetti di una marcata privazione di sonno sulla memoria.
Dopo la privazione di sonno, i partecipanti sono stati assegnati a condizioni differenti. In un caso non è stato previsto alcun intervento; negli altri, i partecipanti hanno svolto 20 minuti di esercizio fisico di intensità moderata-alta oppure hanno dormito per 90 minuti. Il confronto ha evidenziato una differenza nella capacità di ricordare le informazioni. Sia l’esercizio sia il pisolino hanno infatti attenuato il peggioramento della memoria episodica associato alla notte trascorsa senza dormire. Nei test, la performance dei partecipanti sottoposti a una delle due condizioni è risultata mediamente del 22% superiore rispetto a quella del gruppo senza intervento. Il risultato è interessante perché suggerisce che anche un’attività fisica relativamente breve, svolta dopo un periodo di forte privazione di sonno, possa avere un effetto misurabile sulla capacità di memoria.
L’analisi non si è limitata a misurare le prestazioni ai test cognitivi. I ricercatori hanno utilizzato anche l’elettroencefalogramma (EEG) per osservare l’attività cerebrale associata alle diverse condizioni. I dati hanno indicato che esercizio e sonno possono preservare la memoria attraverso meccanismi cerebrali differenti. In altre parole, il fatto che entrambi gli interventi abbiano prodotto un miglioramento simile nei test non significa necessariamente che il cervello abbia raggiunto lo stesso risultato nello stesso modo. Questa distinzione è particolarmente rilevante perché il sonno svolge un ruolo fondamentale nei processi di consolidamento della memoria, mentre l’attività fisica può influenzare diversi processi neurofisiologici coinvolti nelle funzioni cognitive.
I risultati vanno però interpretati tenendo conto dei limiti dello studio. Si tratta di una ricerca sperimentale condotta su un gruppo di giovani adulti e in condizioni controllate di privazione acuta del sonno. Non dimostra quindi che 20 minuti di esercizio possano compensare gli effetti di una notte insonne nella vita quotidiana, né che l’attività fisica possa sostituire il normale riposo notturno. Il dato suggerisce piuttosto una possibile strategia per attenuare temporaneamente alcuni effetti cognitivi della privazione di sonno. Un aspetto che potrebbe essere approfondito soprattutto in contesti nei quali periodi di veglia prolungata sono difficili da evitare, come il lavoro a turni, alcune professioni o situazioni caratterizzate da sonno insufficiente. Serviranno studi più ampi per capire quanto a lungo persista l’effetto, se sia presente anche in altre fasce d’età e quali siano esattamente i meccanismi attraverso cui l’esercizio contribuisce a proteggere la memoria.
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