Uno studio condotto nei Paesi Bassi mostra che ansia, disturbi dell’umore e uso di sostanze persistono più a lungo negli adulti. La persistenza a tre anni è passata dal 42,7% al 57,9%.
I disturbi mentali comuni tendono a persistere più a lungo negli adulti rispetto a quanto avveniva circa un decennio fa. È quanto emerge da uno studio nazionale condotto nei Paesi Bassi e pubblicato su Psychological Medicine, che ha confrontato due ampie coorti di adulti a distanza di 12 anni. La persistenza complessiva a tre anni di disturbi d’ansia, dell’umore o da uso di sostanze è passata dal 42,7% al 57,9%. Nello studio più recente, il 55,2% degli adulti che presentavano un disturbo mentale all’inizio del periodo di osservazione continuava ad avere un disturbo tre anni dopo, mentre quasi quattro persone su dieci presentavano ancora una condizione appartenente alla stessa categoria diagnostica. I ricercatori hanno utilizzato i dati del Netherlands Mental Health Survey and Incidence Study (NEMESIS), confrontando NEMESIS-2, condotto tra il 2007 e il 2009, e NEMESIS-3, realizzato tra il 2019 e il 2022.
Il confronto tra le due coorti mostra innanzitutto un aumento della frequenza dei disturbi mentali nella popolazione adulta olandese. Tra il 2007-2009 e il 2019-2022, la quota di adulti con un disturbo d’ansia in un determinato anno è passata dal 10,1% al 15,6%. Per i disturbi dell’umore, la prevalenza è aumentata dal 6,0% al 10,8%, mentre quella dei disturbi da uso di sostanze è salita dal 5,5% al 7,1%. L’aumento della frequenza dei disturbi, tuttavia, non chiarisce da solo perché il peso complessivo delle malattie mentali sia cresciuto. Studi precedenti avevano valutato il possibile ruolo di cambiamenti nella composizione per età della popolazione, nel reddito e nell’ambiente di vita, senza riuscire a spiegare interamente la tendenza osservata.
Da qui la domanda alla base della nuova analisi: l’aumento è dovuto soprattutto a un maggior numero di persone che sviluppano per la prima volta un disturbo oppure alla maggiore difficoltà, per chi si ammala, di recuperare nel tempo? I ricercatori hanno concentrato l’attenzione proprio sulla seconda possibilità, analizzando la durata dei disturbi e la loro eventuale persistenza o ricorrenza.
Si tratta di un aspetto rilevante perché ansia, depressione e disturbi da uso di sostanze possono non seguire un decorso lineare e possono ripresentarsi anche dopo periodi di remissione. Confrontare gruppi di popolazione osservati in momenti differenti consente quindi di capire se la traiettoria delle malattie mentali sia cambiata nel tempo.
Per analizzare l’evoluzione dei disturbi, i ricercatori hanno utilizzato due indagini rappresentative della popolazione adulta olandese. I partecipanti sono stati selezionati casualmente dai registri anagrafici nazionali e comunali, con l’obiettivo di ottenere campioni riferibili alla popolazione dell’intero Paese. NEMESIS-2, realizzato tra il 2007 e il 2009, comprendeva 6.646 adulti, mentre NEMESIS-3, condotto tra il 2019 e il 2022, ne comprendeva 6.194.
In entrambe le coorti, i partecipanti sono stati valutati all’inizio dello studio e nuovamente tre anni dopo. Questo ha permesso di verificare non soltanto la presenza di un disturbo mentale, ma anche se la condizione fosse ancora presente nel successivo periodo di osservazione. Il confronto tra le due coorti ha evidenziato un incremento della persistenza sia considerando la permanenza nella stessa categoria diagnostica sia considerando più in generale la presenza di un disturbo mentale comune.
La cosiddetta persistenza ristretta è aumentata dal 24% al 40% per i disturbi d’ansia e da circa il 34% al 49% per i disturbi dell’umore, tra cui la depressione. Un incremento analogo è stato osservato per i disturbi da uso di sostanze. Anche la persistenza ampia, definita come la presenza di un qualsiasi disturbo mentale comune tre anni dopo la valutazione iniziale, è aumentata di oltre 15 punti percentuali.
Secondo i risultati, quindi, l’aumento del peso dei disturbi mentali nella popolazione non sembra essere riconducibile esclusivamente a un maggior numero di nuovi casi. Una parte della variazione potrebbe essere associata anche al fatto che, una volta comparso, un disturbo tende oggi a persistere più a lungo. Lo studio non stabilisce però le cause di questo cambiamento e non dimostra che uno specifico fattore sia responsabile dell’aumento della persistenza. I dati descrivono una differenza tra due periodi temporali e indicano una tendenza che dovrà essere ulteriormente studiata.
Gli autori sottolineano che il risultato può avere implicazioni per l’organizzazione dell’assistenza. Se i disturbi comuni hanno una durata maggiore, un modello concentrato esclusivamente sulla diagnosi e sul trattamento nella fase iniziale potrebbe non essere sufficiente a intercettare l’intero decorso della malattia. Il monitoraggio nel tempo potrebbe consentire di individuare più rapidamente la persistenza dei sintomi, eventuali ricadute o la comparsa successiva di un disturbo appartenente a una categoria diversa. L’attenzione alla continuità assistenziale si aggiungerebbe quindi agli interventi di prevenzione e ai trattamenti nella fase acuta. I servizi potrebbero mantenere un contatto con le persone anche dopo la prima fase terapeutica, valutando nel tempo l’evoluzione della condizione. L’obiettivo non sarebbe soltanto ridurre l’incidenza dei nuovi disturbi, ma anche comprendere e affrontare meglio la loro durata.
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