Contributi e Opinioni 25 Marzo 2019

Sedie grigie e umori neri: 48 ore in un pronto soccorso…

di Giulia Cavalcanti

Mio malgrado, ho trascorso le ultime 48 ore nella sala d’attesa del pronto soccorso di un grande ospedale di Roma. Qualcuno una volta mi ha detto «ora che lavori nel settore, se vuoi capire la sanità italiana devi viverci dentro almeno per un breve periodo». Avrei preferito trascorrere il weekend a fare ben altro, ma un parente si è sentito male. Per fortuna niente di grave, ma ha avuto qualcosa di abbastanza serio da rendere necessario il ricovero per una notte.

Ci sono una quarantina di sedie di metallo grigie, nella sala d’attesa. Perennemente tutte occupate. Davanti al vetro dell’accettazione la fila non si sfoltisce mai. Ogni tanto un operatore, o la guardia giurata che cerca di dare una mano quando la situazione diventa insostenibile, urla «chi deve fare pronto soccorso?». Non ci sono numeretti, solo una fila disordinata di persone, tutte che ritengono comprensibilmente di essere più gravi delle altre.

A chi attende il triage si uniscono i tanti familiari che vogliono informazioni sui cari che stanno dentro. È la difficoltà di avere notizie che ti sfianca. Ogni tanto provi ad avvicinarti all’infermiere ma non può dirti niente. Provi a intercettare un medico ma quando esce è perché sta arrivando un codice rosso in ambulanza e ha giustamente ben altro a cui pensare. Il nervosismo è palpabile, ogni tanto qualcuno alza i toni. Le regole sono queste, sono sotto organico, non riescono a gestire tutto. Alla fine è di nuovo quella guardia giurata a dirci qualcosa di quello che accade al di là della porta arancione.

È quella che divide i sani dai malati, impossibile da oltrepassare se non nella mezz’ora al giorno in cui i codici gialli, quelli che mi riguardano direttamente, possono ricevere la visita di «un parente alla volta, per favore, sennò chiudiamo la sala e vi rimandiamo tutti fuori».

In quei pochi minuti in cui posso entrare ho modo di rendermi conto della situazione drammatica al di là di quella porta arancione. Chi ci lavora ci sarà abituato, ma chi vi entra per la prima volta, nonostante possa immaginarlo, rimane sconcertato. La sala dei codici gialli è piccola ed è un girone dantesco. Ci sono una quarantina di barelle tanto incastrate da rendere quasi impossibile il passaggio tra l’una e l’altra. Dentro c’è di tutto: una distesa di lenzuola bianche, coperte beige e teli dorati, sacche di sangue per terra, anziani e meno anziani, flebo, monitor, ferite. Chi piange, chi urla, chi si lamenta. Forti luci bianche accese 24 ore al giorno, un’unica dottoressa che deve occuparsi di tutti.

Giusto il tempo di un saluto e un abbraccio veloce, e in quei pochi minuti i pazienti in attesa fuori sono aumentati in modo impressionante. Tante braccia rotte, caviglie slogate, spalle lussate. Sedie a rotelle, stampelle, bambini che frignano, cellulari che squillano in continuazione. Una signora si affaccia al vetro e inizia a urlare: «Mia madre è là dentro da 18 ore in codice rosso, mi fate sapere almeno se è viva?».

Arriva una bambina di circa 8-9 anni. Il vestitino della domenica, un piede in un calzettone giallo e l’altro in una fascia nera. Aspetta pazientemente con la mamma, ma dopo 5 ore senza sentire chiamare il suo numero al microfono, che 2 volte su 3 non funziona, scoppia a piangere. Sono le 9 di domenica sera, pare che non ci sia più l’ortopedico. La madre inizia a urlare e dopo 2 minuti la fanno entrare.

C’è l’umanità più varia, qui. Tutte le età, tutti i colori, tutte le lingue. Stessi abbracci, stesse lacrime. Allo stesso microfono, quello che due volte su tre non funziona, ogni tanto chiamano i familiari di qualcuno. Appena senti “i parenti di” ti si contorce lo stomaco, raddrizzi la schiena, pronto a scattare per sapere cosa debbano dirti. Non sai mai se sono buone o cattive notizie, ma poi dicono il nome di qualcun altro, allora continui ad aspettare, e a non sapere niente.

Le ambulanze arrivano senza soluzione di continuità e vomitano barelle trasportate di corsa attraverso le porte arancioni. Dopo parecchie ore, il rumore che fanno ogni volta che si aprono é snervante. Qualcuno parcheggia al posto delle ambulanze che non riescono a passare, «ma io non posso camminare, non posso spostarla».

«Mio marito aveva 20 di glicemia ieri sera, stava morendo. Ho chiamato l’ambulanza pregandoli di fare presto. Io vivo a Grottaferrata, ci hanno chiuso tutti gli ospedali vicini. Mi hanno detto di tornare a casa e ripresentarmi stasera perché tanto prima non mi fanno sapere niente. Ma io non guido, come faccio?», si sfoga una signora sulla settantina, con una felpa rosa scuro e una margherita sulla schiena.

Qualcuno cerca di spiegare la situazione: i medici, gli infermieri e gli operatori di supporto sono pochi, devono fare troppe cose contemporaneamente. «Io vi capisco ma stanno facendo di tutto per fare al meglio il loro lavoro». E continua così tutto il giorno, tutti i giorni. «Chi deve fare pronto soccorso?”. Ambulanza. «I familiari di». Urla. «Fatemi sapere qualcosa vi prego». Ma dalla porta arancione non arrivano altre notizie. Basterebbe un po’ di dialogo, qualche parola o informazione in più per fare in modo che l’umore di chi deve stare giorni e giorni su quelle sedie grigie possa essere un po’ meno nero.

 

 

 

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