Contributi e Opinioni 24 Gennaio 2023 10:13

Lettera aperta su tennis e scoliosi

di Prof. Rodolfo Lisi

di Prof. Rodolfo Lisi

Si è a lungo dibattuto sul possibile ruolo patogenetico esercitato dalla pratica dello sport del tennis nella insorgenza e/o nella evoluzione di una scoliosi. Di fatto, però, il rapporto tennis-scoliosi non è stato ancora affrontato in maniera chiara ed esauriente sia per le ridotte informazioni emergenti dagli studi a disposizione, sia per un diffuso scetticismo da parte degli ambienti medici. Alla base di questo scetticismo c’era il presupposto che, data la natura prettamente asimmetrica dell’attività tennistica, un ragazzo scoliotico fosse tenuto a orientare la sua futura formazione fisico-motoria e sportiva soprattutto verso le discipline natatorie, alle quali venivano attribuite notevoli proprietà terapeutiche. L’evidenza scientifica non supporta l’assunto. Alcune ricerche (1, 2) hanno infatti dimostrato l’infondatezza di tale convinzione. In sintesi, il nuoto esclude qualsiasi ricostruzione posturale per l’impossibilità di far leva su punti fissi statici e stabili di riferimento e, meccanicamente, non consente di controllare le torsioni del rachide, le inevitabili antiversioni del bacino e le altrettanto inevitabili forze vettoriali a trazione dei muscoli del dorso (3).

D’altra parte, però, dal momento che non esistono studi scientifici rigorosi (letteratura scientifica docet), non si può escludere a priori una influenza diretta dello sport delle racchette, soprattutto se tale attività sportiva viene eseguita per molte ore al giorno come nel caso di giovani tennisti agonisti.

Il tutto, nonostante molti addetti ai lavori continuino a tranquillizzare le famiglie su tale aspetto. Questi addetti ai lavori, cioè, si riferiscono a studi di dubbia validità scientifica, sebbene pubblicati su riviste indicizzate (3). Tali criticità sono state ampiamente documentate nel mio libro, unico al mondo nel suo genere, dal titolo “La scoliosi nel tennis, tutta la verità” (3).

Speriamo che le indagini epidemiologiche future siano condotte, rispetto al passato, con un maggiore rigore metodologico e con un modus operandi più coerente e incisivo. È purtroppo innegabile che le scienze mediche non hanno finora saputo o potuto affrontare l’argomento se non in maniera frammentaria e con criteri a volte discutibili.

Le conseguenze? Pochi studi validi e troppe sentenze affrettate. Sentenze che non di rado hanno risentito di un certo costume del nostro tempo: una sterile prevalenza di discussioni e astrazioni di tipo fisiopatologico, senza la necessaria attenzione alla “evidence-based medicine”, ovvero a quella “medicina basata sulle prove di efficacia” che, come è stata definita da David Sackett, uno dei suoi pionieri, altro non è che l’uso coscienzioso, esplicito e giudizioso delle migliori prove disponibili.

La maggior parte degli studi consiste in un’indagine conoscitiva di tipo trasversale. La metodologia utilizzata consente di rilevare solo la prevalenza e non è possibile parlare di fattori di rischio, protettivi o ininfluenti. I suddetti parametri, cioè, si dimostrano solo con uno studio prospettivo caso-controllo o di coorte, ossia uno studio che permette di verificare l’insorgenza della patologia tra gli esposti e non esposti. Da questo, poi, dimostrare o negare la presenza del fattore di rischio.

In questa ottica, mi sembra opportuno soffermarmi su detti percorsi di studio.

Lo studio di coorte, sicuramente il più accurato, richiede una scrupolosa pianificazione, una popolazione da campionare molto vasta e una disponibilità di risorse tali da rendere praticamente proibitiva la sua realizzazione. L’approccio caso-controllo, invece, potrebbe risultare meno arduo. Esso consiste nel reclutare un gruppo di soggetti con scoliosi, possibilmente (anche se non necessariamente) incidenti, per evitare modifiche nel comportamento e possibili “bias” di informazione, e un adeguato numero di controlli. Un altro approccio, molto più costoso e a maggior rischio di bias da non rispondenti, è lo studio caso-controllo di popolazione, dove i controlli vengono selezionati dalla popolazione generale con procedura randomizzata (semplice, oppure con appaiamento rispetto alle caratteristiche dei casi): tale selezione può avvenire, ad esempio, attingendo al database dell’anagrafe sanitaria. Nel caso in questione occorrerebbe prestare molta attenzione a eventuali bias di selezione o di confondimento dovuti, in particolare, al fatto che i soggetti che praticano lo sport del tennis appartengono, in genere, a strati sociali medi o elevati, che potrebbero possedere caratteristiche diverse dalla popolazione generale (si metta in conto una maggiore attenzione diagnostica, con sovrastima dell’occorrenza della scoliosi, diversi fattori di rischio – o invece protettivi – per la stessa patologia).

Si tenga altresì presente che un’eventuale ricerca dovrà essere comunque sottoposta a studi biomeccanici rigorosi che tengano presenti anche le “catene cinetiche”, ovvero i movimenti e l’attivazione muscolare “a valle e a monte”. Questi studi, a loro volta, si avvarranno di strumentazione adeguata, come EMG di superficie, sistemi optoelettronici per l’analisi 3D del movimento e complessi modelli biomeccanici: il tutto, ovviamente, rapportato al morfotipo, alla racchetta e al grado di tensione dell’incordatura. E, ovviamente, in linea con i princìpi della ormai ben nota “evidence-based medicine” (la cosiddetta “Medicina basata sulle prove di efficacia”, e non sulle evidenze, come alcuni autori, erroneamente, continuano a riportare), le future pubblicazioni scientifiche richiederanno prove oggettive e ripetibili.

Non credo, quindi (ma spero di essere smentito), sia possibile giungere ad una conclusione definitiva sul rapporto tennis e scoliosi. Per i tempi, le metodologie e i costi che le tipologie di studi dianzi accennati richiedono.

In conclusione: per quanto personalmente orientato a escludere un significativo ruolo etiopatogenetico del tennis nel determinismo della scoliosi, ritengo tuttavia che, oggi come oggi, data la carenza di studi cui possa essere attribuita una valenza scientifica risolutiva, sia quanto meno prematuro archiviare il problema (3).

Bibliografia:

1) Vercauteren M et al. Trunk asymmetries in a Belgian school population. Spine 7: 555-562, 1982.

2) Geyer B. Scoliose thoracique et sport. XIV Journées d’Etudes GKTS. Palavas-les-Flots, France, 1986.

3) Lisi R. La scoliosi nel tennis, tutta la verità. Il Trifoglio Bianco, Latina, 2018.

 

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