Contributi e Opinioni 7 Ottobre 2020

Lettera al Presidente Conte

Mi chiamo Martina Nicole e ho 24 anni. Sono un medico. Ho aspettato il 5 ottobre col cuore colmo di curiosità e speranza. Ora il 5 ottobre è arrivato, ma l’unica cosa che penso è andare via dall’Italia. Sono nata in Calabria e ho studiato medicina all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Mi sono […]

di Dottoressa Martina Nicole Modesti

Mi chiamo Martina Nicole e ho 24 anni. Sono un medico. Ho aspettato il 5 ottobre col cuore colmo di curiosità e speranza. Ora il 5 ottobre è arrivato, ma l’unica cosa che penso è andare via dall’Italia.

Sono nata in Calabria e ho studiato medicina all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Mi sono laureata a giugno con una tesi in neurologia su una malattia rara, la distrofia di Becker. Mi piace volgere lo sguardo ai dimenticati, ai reietti, quelli che non fanno numero. Purtroppo, oggi, quelli che non fanno numero siamo proprio noi medici.

Oggi avremmo dovuto scoprire più o meno cosa avremmo potuto fare delle nostre vite, ma ciò non ci è stato concesso. Oggi sarebbe dovuta uscire la graduatoria del concorso nazionale di specializzazione, ma nessuno l’ha vista. Al suo posto, ci hanno lasciato un comunicato che diceva che la graduatoria era rimandata a data da destinarsi, perché è in corso la valutazione di ricorsi presentati da alcuni colleghi che avrebbero voluto impugnare il bando, e tali colleghi sono già vincitori di borsa di specializzazione (la chiamiamo così, perché di fatto non è uno stipendio, è una borsa di studio), ottenuta nei concorsi degli anni passati. Ora, da bando, tali colleghi non avrebbero diritto ai punti di bonus ottenibili per la carriera (media degli esami, voto di laurea) poiché giustamente avrebbero già una borsa statale in mano, che eventualmente, prendendone una nuova, getterebbero e sprecherebbero. Perché metterli al pari degli altri concorsisti? Il Consiglio di Stato deve esprimersi, ma questi colleghi vogliono avere e verosimilmente avranno questo bonus, supereranno in graduatoria me e gli altri colleghi che invece, pur di partecipare legalmente al concorso, si sono “licenziati” per tempo, rinunciando anche a mesi di stipendio, per poter ottenere il bonus alla carriera.

Ora Lei, Presidente, immagini che cosa possano significare 2,3,5 punti in un concorso che ha visto 27.000 medici sudare e studiare per anni, quanti posti in graduatoria possano differenziare. Sono tanti. Possono significare dover finire lontano dal proprio marito e figli, dalla propria famiglia, non poter fare la specializzazione che si desidera, o, ancor peggio, non prendere alcuna borsa di specializzazione. Per alcuni che ci provano da 2 o 3 anni, data l’ampiezza dell’imbuto formativo, vedere altri colleghi che invece sprecano una borsa per prenderne un’altra grazie a tali mezzi traversi, fa venire rabbia, fa venire tanta rabbia. E questa storia è solo l’ultimo di tanti avvenimenti del genere. Di tante prese in giro da parte del Ministero nei confronti dei suoi giovani (ma non solo) medici.
Fa venire rabbia anche a me, che ho 24 anni e mi sono laureata poco fa. Fa venire rabbia perché questo stesso giorno ho scoperto che invece qualsiasi altro Paese europeo sarebbe disposto a darmi un lavoro da medico ben valorizzato, retribuito, accolto. Mi fa arrabbiare perché a questo punto non trovo un motivo per cui restare in un Paese che non sa valorizzare i sacrifici dei giovani, che lascia la classe medica – che tanto è stata decantata come eroe di questa pandemia ancora in corso – alla mercè di bandi scritti all’ultimo minuto, di ricorsi, mezzi non meritocratici. Per mesi abbiamo cercato di farci sentire, di chiedere altre borse di specializzazione, perché le borse di quest’anno bastano a coprire la metà dei candidati, e l’altra metà non potrà curare e perseguire i carismi di questo lavoro tanto nobile quanto faticoso.

La prego, Presidente, di tenere a mente e a cuore le mie parole, che non sono solo le mie. Oggi ho creato un gruppo per continuare a muoverci su questo fronte – in poche ore siamo diventati tremila. Domani mi sveglierò e probabilmente saremo ancora di più. E io non posso e non voglio accettare che 3000 e più giovani medici siano arrabbiati, non valorizzati, e che vogliano scappare da un Paese che non permette loro di continuare a formarsi, e di lavorare bene. Per questo Le scrivo.

Io volevo fare la neurologa. Il punteggio che ho fatto al concorso non mi permetterà verosimilmente di rientrare in questa specializzazione, che è piuttosto ambita. Ma per fortuna mi piacciono altre cose. La cosa che mi piace più di tutte è dare voce a chi non si sente ascoltato, e accolto, e Le ripeto, che purtroppo questa volta siamo proprio noi camici grigi a non avere più voce.

Spero che mi darà qualche modo di ricredermi, perché dal basso dei miei pochi 24 anni, voglio credere e sognare in questo Paese, e sperare che possa aiutare me e migliaia di altri giovani che vogliono restare, a poterlo fare. A poter credere e sperimentare che, come scriveva De Andrè nella sua canzone “un medico”, non è vero che “la scienza non puoi regalarla alla gente, se non vuoi ammalarti dell’identico male, se non vuoi che il sistema ti pigli per fame”, ma che invece “i ciliegi possono tornare in fiore”, e che questo ciliegio può fiorire proprio su questa nostra bella terra, nel giardino di casa, e non altrove.

 

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