Contributi e Opinioni 21 Settembre 2022 15:33

La differenza tra terapia e cura

di Sergio Calzari, infermiere terapia intensiva
La differenza tra terapia e cura

Egregio direttore,

un recente episodio mi ha fatto riflettere sulla differenza fra terapia e cura.

Una semantica che spesso confonde sia pazienti che operatori della salute e su cui credo sia doveroso soffermarsi a riflettere.

Quasi sempre la cura, come se la immaginano i più, presuppone atti terapeutici (farmaci, procedure, interventi chirurgici) e molto spesso, purtroppo, i nostri ospedali si focalizzano solo su questo. Sembra quasi che non ci possa essere cura senza “un’aggressione terapeutica”.

Molto spesso pazienti, famiglie ed anche alcuni medici ultraspecialisti, pensano alla medicina in termini “matematici” vedendo come unico obiettivo il ripristino delle funzioni biochimiche di un organo malato, senza “accorgersi” (nel caso di alcuni medici) o ignorando (nel caso di pazienti e famiglie) l’impatto che le terapie aggressive proposte avranno sulla persona.

Tutti gli operatori sanitari conoscono (o dovrebbero conoscere) come un mantra la definizione di salute dell’OMS in cui si parla di completo benessere fisico, psicologico, sociale. Le terapie erogate, volte a far guarire un organo malato dovrebbero in realtà puntare a questo! Dovrebbero cioè essere orientate al benessere della persona nella sua globalità. Perché l’evento morboso non è un fatto “privato” dell’organo malato, ma è un qualcosa che coinvolge l’essere umano nella sua interezza.

Ecco allora che gli atti terapeutici, anche aggressivi, volti a far guarire da una malattia grave, consentono alla persona di riappropriarsi del presente e di riprogettare il futuro, consentono di rimodulare le relazioni, la vita sociale ed economica.

Ed è in questi casi che la terapia si affianca, anzi entra, alla cura.

Le decisioni terapeutiche, soprattutto se aggressive, dovrebbero essere prese allontanando lo sguardo dall’alterazione cellulare o dall’organo malato e considerando la persona nel suo insieme. È necessario guardare alla singola situazione con un grandangolo, ed avere l’onesta consapevolezza del benessere che si è in grado di restituire alla persona.

Per fare ciò diventano imprescindibili la narrazione, i racconti, la conoscenza, la relazione. Il curante deve conoscere la persona curata; deve conoscerne la storia, i legami familiari, le aspettative… deve conoscere il senso che la persona dà alla vita. Per questo ormai si dice che “il tempo di relazione è tempo di cura” anche se una sanità basata sui minutaggi è l’antitesi di una sanità umanizzata.

E se non fosse possibile arrivare ad una guarigione completa, diventa importante che la terapia permetta di raggiungere il massimo del benessere auspicabile e consenta di raggiungere una qualità di vita che nel sentire comune sia considerata accettabile…Sempre, ovviamente, con il coinvolgimento dell’interessato (che troppo spesso non viene interpellato).

Qualora poi si arrivasse ad un punto di non ritorno, bisogna avere il coraggio di parlare col paziente e con i familiari usando, se possibile, quella parola… morte… perché è l’unica parola che consente a paziente e familiari di capire…

E allora i medici, arrivati a quel punto, devono avere il coraggio di far uscire la terapia dalla cura. Cura che va continuata ed incrementata. Cura che non ha più il fine di guarire, ma di preservare ed aumentare il benessere della persona, anzi… la persona stessa.

 

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