Uno studio coordinato dalla University of Florida su oltre 96mila studenti universitari statunitensi ha esplorato il rapporto tra uso della GenAI per problemi di salute e sintomi di ansia e depressionw
Chiedere a un chatbot «Che cos’ho?» potrebbe essere diventato un nuovo modo di cercare informazioni sulla propria salute. Ma chi utilizza l’intelligenza artificiale generativa per questo scopo presenta anche più frequentemente sintomi compatibili con ansia e depressione. È quanto emerge da un’analisi condotta da ricercatori guidati dalla University of Florida su 96.205 studenti universitari statunitensi, utilizzando dati di un campione nazionale. L’obiettivo era capire se il ricorso alla GenAI per questioni di salute fosse associato alla presenza di sintomi psicologici rilevanti. I risultati sono stati pubblicati il 16 settembre 2026 sul Journal of Counseling & Development.
I ricercatori hanno analizzato i dati di 96.205 studenti universitari negli Stati Uniti, applicando modelli statistici di regressione logistica multivariata e tenendo conto delle caratteristiche demografiche. Il confronto ha riguardato gli studenti che dichiaravano di utilizzare strumenti di intelligenza artificiale generativa per affrontare questioni di salute e quelli che non li utilizzavano con questa finalità. L’analisi non era quindi progettata per stabilire se l’AI peggiori la salute mentale, ma per verificare se esistesse una relazione tra questo specifico comportamento e gli esiti degli screening psicologici.
Tra gli studenti che utilizzavano la GenAI per problemi di salute è stata osservata una probabilità più elevata di risultare positivi allo screening per un livello clinicamente significativo di ansia. L’odds ratio aggiustato è risultato pari a 1,52, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 1,34 e 1,73. In termini statistici, a parità delle caratteristiche considerate nel modello, le odds di uno screening positivo erano quindi circa il 52% più alte tra gli utilizzatori della GenAI per questioni sanitarie.
È importante però precisare cosa significhi questo dato: uno screening positivo non equivale a una diagnosi di disturbo d’ansia. Lo studio rileva una maggiore frequenza di sintomi compatibili con una condizione clinicamente significativa, non stabilisce che gli studenti coinvolti avessero necessariamente ricevuto una diagnosi psichiatrica.
Un andamento analogo è emerso per la depressione. Gli studenti che ricorrevano alla GenAI per problemi di salute presentavano odds più elevate di risultare positivi allo screening per sintomi depressivi, con un odds ratio aggiustato di 1,46 e un intervallo di confidenza al 95% tra 1,28 e 1,67. Anche in questo caso l’associazione è risultata statisticamente significativa. Il dato suggerisce, dunque, che il ricorso all’intelligenza artificiale per cercare risposte sulla propria salute potrebbe essere collegato a una maggiore vulnerabilità psicologica tra gli studenti universitari. Ma non permette di stabilire quale sia la direzione del rapporto.
È questo il punto più delicato dello studio. I dati sono osservazionali e l’analisi è di tipo trasversale: mostrano che due fenomeni sono associati, ma non dimostrano un rapporto di causa-effetto. Non è quindi possibile concludere che utilizzare ChatGPT o altri strumenti di GenAI per cercare informazioni sulla salute provochi ansia o depressione.
È plausibile anche l’ipotesi opposta: le persone che sono già più preoccupate per la propria salute o che presentano maggiori difficoltà psicologiche potrebbero essere proprio quelle più inclini a interrogare un chatbot alla ricerca di spiegazioni, rassicurazioni o indicazioni. Gli autori hanno inoltre verificato la solidità dell’associazione attraverso analisi di sensibilità che tenevano conto anche di precedenti diagnosi di ansia e depressione; i risultati sono rimasti sostanzialmente coerenti.
Il risultato si inserisce in un problema già noto nel rapporto tra salute mentale e ricerca di informazioni online: quando una persona è preoccupata per un sintomo, cercare continuamente spiegazioni può diventare parte stessa del comportamento di rassicurazione. Nella letteratura questo fenomeno è stato studiato anche attraverso il concetto di cybercondria, cioè una forma di ricerca online di informazioni sanitarie associata all’ansia per la salute. Con l’arrivo della GenAI cambia però il tipo di interazione. A differenza di una normale pagina web, il chatbot può rispondere direttamente, riformulare la spiegazione, proporre ulteriori ipotesi e continuare la conversazione. Per una persona preoccupata questo può significare ottenere una risposta immediata, ma anche tornare più volte sullo stesso dubbio. Lo studio non dimostra che questo meccanismo sia responsabile dei risultati osservati, ma apre una questione rilevante sul modo in cui gli strumenti conversazionali vengono utilizzati per la salute.
Gli stessi ricercatori invitano a non interpretare il risultato come una prova di un effetto negativo della GenAI sulla salute mentale. Il punto, sottolineano, riguarda soprattutto come viene utilizzata la tecnologia. In un commento riportato insieme alla ricerca, Yusen Zhai, Ph.D., assistant professor della University of Florida e autore principale dello studio, osserva che un’interazione che lascia l’utente più informato e capace di compiere un passo concreto può essere diversa da una conversazione che porta a ripetere continuamente le stesse domande. Da qui deriva anche una possibile implicazione per professionisti e università: conoscere il modo in cui gli studenti utilizzano l’intelligenza artificiale per cercare informazioni sanitarie potrebbe diventare parte della valutazione dei loro comportamenti di salute e della loro alfabetizzazione digitale. Gli autori suggeriscono, inoltre, di rafforzare la capacità di riconoscere informazioni sanitarie affidabili e i limiti delle risposte generate dall’AI.
Il dato più solido è quindi l’esistenza di una associazione tra l’uso della GenAI per questioni di salute e una maggiore probabilità di screening positivo per ansia e depressione in questo ampio campione di studenti universitari statunitensi. L’associazione è rimasta presente anche dopo gli aggiustamenti statistici e nelle analisi che consideravano precedenti diagnosi di ansia e depressione. Non emerge, invece, la prova che l’intelligenza artificiale provochi ansia, depressione o un peggioramento della salute mentale. Saranno necessari studi longitudinali e altri disegni di ricerca per capire se il ricorso alla GenAI preceda la comparsa dei sintomi, se sia soprattutto una conseguenza di una maggiore preoccupazione per la salute oppure se entrambe le dinamiche contribuiscano al fenomeno.
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