I dati dello studio di Fase III SAFFRON - presentati a ESMO 2026 - dimostrano che osimertinib e savolitinib migliorano la sopravvivenza nei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule EGFR-mutato e alterazioni di MET
La combinazione di osimertinib e savolitinib migliora significativamente la sopravvivenza libera da progressione e la sopravvivenza globale rispetto alla chemioterapia a base di platino nei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) con mutazione di EGFR e alterazioni di MET, la cui malattia è progredita dopo il trattamento con osimertinib. È quanto emerge dallo studio di Fase III SAFFRON, che ha evidenziato una riduzione del 45% del rischio di progressione della malattia o di morte e del 32% del rischio di morte con la combinazione mirata.
I risultati sono stati presentati al Congresso 2026 della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), a Madrid, e pubblicati contestualmente dal The New England Journal of Medicine.
La sopravvivenza libera da progressione (PFS) mediana, valutata mediante revisione centralizzata indipendente in cieco (BICR), è stata di 7,6 mesi con osimertinib e savolitinib, rispetto a 5,4 mesi con la chemioterapia. A un anno, il 36% dei pazienti trattati con la combinazione era ancora libero da progressione, contro il 10% nel braccio di confronto. Il beneficio è risultato coerente nei sottogruppi predefiniti, compresi quelli caratterizzati da iperespressione o amplificazione di MET.
Anche la sopravvivenza globale (OS) è migliorata significativamente. La combinazione ha ridotto del 32% il rischio di morte rispetto alla chemioterapia (HR 0,68; IC al 95%: 0,50-0,91; p=0,010), portando la mediana di sopravvivenza a 17,8 mesi contro 12,9 mesi, con un guadagno di 4,9 mesi. A un anno, si stima che fosse ancora in vita il 70% dei pazienti trattati con osimertinib e savolitinib, rispetto al 53% di quelli sottoposti a chemioterapia.
“Questi risultati – spiega Antonio Passaro, Direttore della Divisione di Oncologia Toracica all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano – segnano un passo decisivo verso un nuovo standard terapeutico per i pazienti affetti da carcinoma polmonare non a piccole cellule con mutazione di EGFR che sviluppano, dopo il trattamento con osimertinib, una resistenza acquisita mediata da alterazioni del gene MET, che si stima siano circa un terzo di questa popolazione. Attualmente non sono ancora disponibili terapie target in formulazione orale e in grado di intervenire su questa causa di progressione di malattia. La combinazione di osimertinib e savolitinib ha prolungato significativamente la sopravvivenza globale mediana di quasi cinque mesi in questo setting avanzato, stabilendo un nuovo punto di riferimento clinico e rafforzando la necessità di eseguire i test per le alterazioni di MET per orientare la cura dei pazienti”.
“Ogni anno, in Italia, vengono stimati circa 45.000 nuovi casi di carcinoma polmonare – afferma Silvia Novello, Presidente WALCE (Women Against Lung Cancer in Europe), Professore ordinario di Oncologia Medica all’Università degli Studi di Torino e responsabile dell’Oncologia Medica presso l’AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano – Purtroppo, circa l’80% delle diagnosi avviene in fase avanzata, da qui l’importanza di opzioni terapeutiche sempre più efficaci per questi pazienti. La mutazione del gene EGFR è presente in circa il 10% dei casi di carcinoma polmonare non a piccole cellule, soprattutto nei non fumatori. I risultati dello studio SAFFRON dimostrano che la combinazione dell’inibitore di MET savolitinib con osimertinib garantisce un’efficacia clinica superiore e un controllo del tumore più a lungo termine rispetto alla chemioterapia standard a base di platino, offrendo ai pazienti un’importante opzione terapeutica per via orale”.
“Gli importanti risultati dello studio SAFFRON, presentati in sessione plenaria al Congresso ESMO, non sono applicabili a tutti i pazienti con tumore del polmone che presentano progressione di malattia e, in particolare, non sono applicabili a tutti i casi caratterizzati dalla presenza di mutazione di EGFR, ma richiedono una rigorosa selezione – spiega Massimo Di Maio, Presidente AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) – L’iperespressione o amplificazione di MET rappresenta uno dei meccanismi principali di resistenza acquisita a osimertinib. Agisce infatti come una vera e propria ‘via di fuga’, che permette al tumore di continuare a proliferare aggirando il blocco di EGFR. Di conseguenza, diventa fondamentale effettuare un ulteriore test molecolare alla progressione, per definire lo stato di MET e identificare i pazienti che possano realmente beneficiare della nuova combinazione. Alla luce dei dati dello studio SAFFRON, diventa ancora più importante il lavoro del team multidisciplinare, per un adeguato e tempestivo inquadramento diagnostico e per la scelta della miglior terapia per ciascun paziente. La biologia del tumore può mutare nel tempo, e di conseguenza la caratterizzazione molecolare del tumore non è importante solo al momento della diagnosi e della scelta del trattamento di prima linea, ma anche in momenti successivi della storia del paziente”.