One Health 23 Settembre 2026 11:50

Bambini e smog, cosa cambia quando l’aria diventa più pulita

Uno studio della Columbia University su 1.109 bambini di New York seguiti per oltre vent’anni indaga il legame tra inquinamento atmosferico in gravidanza e sviluppo cognitivo nei primi anni di vita

di Viviana Franzellitti
Bambini e smog, cosa cambia quando l’aria diventa più pulita

Uno studio della Columbia University, pubblicato il 15 agosto 2026 su Environmental Health, ha analizzato il rapporto tra esposizione prenatale all’inquinamento atmosferico e sviluppo cognitivo nei primi anni di vita. La ricerca ha coinvolto 1.109 bambini di Northern Manhattan e South Bronx, a New York, seguiti nell’ambito di tre coorti tra il 1998 e il 2020. Gli studiosi hanno valutato l’esposizione durante la gravidanza a PM2.5, biossido di azoto (NO2) e idrocarburi policiclici aromatici (PAH) e hanno confrontato questi dati con le capacità cognitive dei bambini a 1, 2 e 3 anni. Nel periodo osservato, mentre l’esposizione agli inquinanti diminuiva, i punteggi cognitivi aumentavano. L’associazione è risultata particolarmente evidente nei bambini maggiormente esposti e soprattutto a 3 anni.

Uno studio che segue tre coorti per oltre vent’anni

La ricerca ha permesso di osservare un cambiamento nel tempo difficilmente rilevabile attraverso uno studio condotto in un unico momento. I bambini appartenevano infatti a tre coorti seguite in periodi diversi, dal 1998 al 2020, nelle stesse aree di New York. Complessivamente sono stati considerati 1.109 bambini con almeno una valutazione dello sviluppo cognitivo. Per misurare le capacità mentali è stato utilizzato il Mental Development Index delle Bayley Scales of Infant and Toddler Development, valutato a 1, 2 e 3 anni. L’analisi ha permesso così di mettere in relazione l’andamento dell’esposizione agli inquinanti con quello delle performance cognitive nel corso delle generazioni osservate.

In vent’anni l’esposizione agli inquinanti è diminuita

Uno degli elementi più interessanti emersi dalla ricerca riguarda proprio il cambiamento della qualità dell’aria. Tra il 1998 e il 2016, l’esposizione prenatale stimata a PM2.5 è diminuita del 51%, mentre quella al biossido di azoto è scesa del 48%. Per gli idrocarburi policiclici aromatici, la riduzione osservata tra il 1998 e il 2020 è stata ancora maggiore, pari al 66%. Nello stesso arco temporale sono aumentati progressivamente i punteggi ottenuti dai bambini nelle valutazioni dello sviluppo mentale: l’incremento medio annuo è stato di 0,607 punti a 1 anno, 0,853 a 2 anni e 1,396 a 3 anni.

Più esposizione, punteggi cognitivi più bassi

Quando i ricercatori hanno analizzato il rapporto tra gli inquinanti e i risultati dei test, è emersa un’associazione inversa: alle concentrazioni più elevate di PM2.5, NO2 e PAH corrispondevano punteggi cognitivi più bassi. Per il PM2.5, dopo gli aggiustamenti statistici, una diminuzione di una unità della concentrazione era associata a un aumento di 0,377 punti del punteggio cognitivo a 1 anno, di 0,821 punti a 2 anni e di 1,413 punti a 3 anni. L’associazione è rimasta dopo aver considerato diversi fattori che possono influenzare lo sviluppo infantile, tra cui sesso, età gestazionale, istruzione materna, etnia materna e presenza di fumatori nell’ambiente domestico.

Il segnale più forte emerge a tre anni

L’associazione tra inquinamento e sviluppo cognitivo è risultata particolarmente evidente nella coorte iniziale, composta da oltre 700 bambini, che era anche quella caratterizzata dai livelli di esposizione più elevati. In questo gruppo il rapporto tra esposizione a PM2.5, NO2 e PAH e punteggi cognitivi era soprattutto evidente a 3 anni. Secondo gli autori, questa età può offrire una misura più stabile dello sviluppo rispetto ai primi anni, quando le capacità valutate dai test possono essere maggiormente variabili. Il risultato non significa però che l’inquinamento sia l’unica causa delle differenze osservate: lo studio è osservazionale e, anche dopo gli aggiustamenti statistici, non può escludere completamente l’influenza di altri fattori.

Perché l’inquinamento può interessare lo sviluppo del cervello

Il possibile legame biologico riguarda diversi meccanismi già studiati dalla ricerca scientifica. L’esposizione agli inquinanti atmosferici durante la gravidanza è stata associata a stress ossidativo, processi infiammatori e alterazioni dello sviluppo neurologico. La fase prenatale e i primi anni di vita rappresentano inoltre un periodo particolarmente delicato per la maturazione del cervello. PM2.5, NO2 e PAH non hanno necessariamente gli stessi meccanismi d’azione, ma l’esposizione combinata a diversi contaminanti può rappresentare un fattore ambientale rilevante proprio durante questa finestra di sviluppo.

Le politiche per l’aria pulita e la salute dei bambini

Il periodo analizzato coincide con importanti interventi messi in campo da New York per ridurre le emissioni. Nel corso degli anni la città ha introdotto misure rivolte, tra gli altri, a combustibili per il riscaldamento, autobus e taxi, con l’obiettivo di diminuire l’inquinamento urbano. Il Clean Heat Program, per esempio, ha favorito la sostituzione dei combustibili più inquinanti utilizzati per il riscaldamento degli edifici. Lo studio non permette di stabilire quale specifica politica abbia determinato la riduzione degli inquinanti né di dimostrare che gli interventi sulla qualità dell’aria siano direttamente responsabili del miglioramento dei punteggi cognitivi. Il dato interessante è però la coincidenza temporale tra riduzione dell’esposizione e miglioramento delle performance cognitive osservata nelle coorti.

Un tema di salute pubblica che riguarda già la gravidanza

La ricerca porta quindi l’attenzione su un aspetto della qualità dell’aria che va oltre le conseguenze più immediate sull’apparato respiratorio e cardiovascolare. L’esposizione agli inquinanti durante la gravidanza può essere rilevante anche per lo sviluppo neurologico del bambino, e la riduzione dell’inquinamento potrebbe rappresentare una componente della prevenzione ambientale nelle fasi più vulnerabili della vita. I risultati vanno interpretati con cautela, perché non dimostrano un rapporto di causa-effetto, ma mostrano un’associazione coerente tra la diminuzione dell’esposizione a diversi inquinanti e l’aumento dei punteggi cognitivi nei bambini seguiti nel corso di oltre vent’anni.

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