One Health 4 Novembre 2026 12:25

Cambiamenti climatici, le disuguaglianze sociali aumentano i rischi per la salute

Uno studio pubblicato su Health Affairs evidenzia una discrepanza negli Stati Uniti tra i territori maggiormente colpiti dagli effetti dei cambiamenti climatici e quelli dotati di politiche di protezione sociale più avanzate

di Isabella Faggiano
Cambiamenti climatici, le disuguaglianze sociali aumentano i rischi per la salute

Ondate di calore, incendi boschivi, alluvioni, siccità e inquinamento atmosferico non rappresentano soltanto emergenze ambientali. Sono fenomeni che incidono direttamente sulla salute pubblica, aumentano la mortalità e aggravano le disuguaglianze già presenti nella popolazione. Ma non tutti i territori sono esposti allo stesso modo e, soprattutto, non tutti dispongono degli strumenti necessari per proteggere i propri cittadini. richiamare l’attenzione su questo aspetto è uno studio pubblicato su Health Affairs, dal titolo “Challenges In Weathering The Storm: The Mismatch Between Climate-Health Burdens And Social Protection Policies”. La ricerca, firmata da Vijay S. Limaye e colleghi, ha analizzato gli impatti dei cambiamenti climatici sulla salute nei diversi Stati degli Stati Uniti, mettendoli in relazione con il grado di maturità delle politiche di protezione sociale. Il risultato principale evidenzia una significativa discrepanza geografica: le aree che sopportano il carico più elevato di danni climatici alla salute non coincidono con quelle che dispongono dei sistemi di protezione sociale più strutturati. Gli effetti più pesanti si concentrano negli Stati meridionali e sud-orientali, mentre le politiche più avanzate si trovano soprattutto lungo le coste occidentali e nord-orientali. Il messaggio della ricerca va oltre la necessità di rafforzare le infrastrutture e i sistemi di allerta. Per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute occorre intervenire anche sulle condizioni economiche e sociali che rendono alcune comunità più vulnerabili.

Stati Uniti, i territori più colpiti non sono quelli più protetti

Per valutare il carico dei rischi climatici, i ricercatori hanno preso in esame i dati relativi a vent’anni, dal 2005 al 2024, considerando quattro indicatori: i costi economici delle catastrofi meteorologiche e climatiche, la mortalità prematura associata a questi eventi, i decessi provocati dal caldo estremo e l’esposizione al fumo degli incendi boschivi. L‘analisi ha incluso siccità, alluvioni, tempeste violente, cicloni tropicali e incendi, integrando i dati della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) con quelli dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) relativi alla mortalità da caldo. Per valutare l’esposizione al fumo degli incendi sono state utilizzate anche le stime elaborate da precedenti ricerche scientifiche. La classificazione ha evidenziato il carico complessivo più elevato negli Stati meridionali e sud-orientali, seguiti da quelli occidentali. Anche un’analisi di sensibilità, condotta utilizzando due indici alternativi di vulnerabilità e rischio, ha confermato la particolare esposizione degli Stati del Sud-Est. La seconda parte dello studio ha valutato il grado di maturità di 21 politiche di protezione sociale, attuate tra il 2019 e il 2025 e suddivise in cinque ambiti: salari e congedi, alimentazione, salute, abitazione ed energia, trasporti. Per ciascuna misura sono stati considerati diversi aspetti: l’entità dei benefici economici, i requisiti per accedere ai programmi, la percentuale di persone aventi diritto che riceve effettivamente il sostegno, la disponibilità di attrezzature e infrastrutture e la presenza di norme vincolanti a livello statale. Anche in questo caso sono emerse differenze significative. Le politiche di protezione sociale più mature si concentrano prevalentemente negli Stati della costa occidentale e nord-orientale. Al contrario, gli Stati centrali e quelli del Sud-Est presentano generalmente sistemi meno strutturati. È proprio questa sovrapposizione tra maggiore esposizione climatica e minore capacità di protezione sociale a rappresentare uno dei risultati più rilevanti della ricerca.

Dieci Stati a confronto: nessuno ha un sistema davvero completo

Per approfondire il rapporto tra rischi climatici e politiche sociali, gli autori hanno condotto una revisione qualitativa in dieci Stati: Arizona, California, Louisiana, New York, Carolina del Nord, Oregon, Carolina del Sud, Texas, Washington e Wisconsin. Cinque di questi – Arizona, California, New York, Oregon e Washington – hanno già integrato le politiche di protezione sociale nelle strategie di adattamento climatico. Gli altri cinque non hanno ancora sviluppato un’integrazione analoga e risultano quindi meno preparati ad affrontare gli effetti sanitari del caldo estremo, del fumo degli incendi e degli altri fenomeni climatici. Tra gli esempi più avanzati figurano California, New York e Oregon, che hanno utilizzato specifiche deroghe nell’ambito di Medicaid per estendere il sostegno anche all’acquisto di condizionatori. Insieme allo Stato di Washington, hanno inoltre introdotto maggiore flessibilità nell’utilizzo dei fondi LIHEAP, il programma di assistenza energetica per le famiglie a basso reddito, con l’obiettivo di aumentare i benefici economici destinati alle persone con condizioni di salute aggravate dal caldo. New York rappresenta il modello più articolato di integrazione tra protezione sociale e adattamento climatico. Il suo piano d’azione contro il caldo estremo combina sostegni attraverso Medicaid, aiuti per le bollette energetiche, attrezzature e interventi abitativi, compresa la fornitura di condizionatori e i servizi per ridurre i fattori ambientali che aggravano l’asma. Anche California e Oregon hanno utilizzato gli strumenti previsti dalla sezione 1115 di Medicaid per finanziare interventi di raffrescamento, filtrazione dell’aria e sostegno abitativo, con particolare attenzione ai rischi per le persone con patologie cardiovascolari e respiratorie. Un quadro differente emerge nel Sud-Est. Louisiana, Carolina del Nord, Carolina del Sud e Texas presentano politiche meno mature e una più debole integrazione delle misure sociali nei piani di adattamento. La Carolina del Nord costituisce un’eccezione parziale per alcune innovazioni introdotte attraverso Medicaid, ma gli altri ambiti della protezione sociale non sono ancora adeguatamente inclusi nella pianificazione climatica. Il Wisconsin ha compiuto alcuni progressi, prevedendo il divieto di interrompere la fornitura di energia durante le ondate di calore per le persone iscritte al programma di assistenza energetica. Restano tuttavia lacune nella copertura sanitaria. Nonostante le differenze, la conclusione della revisione è netta: nessuno dei dieci Stati esaminati ha sviluppato un sistema complessivo di protezione sociale capace di ridurre in modo adeguato gli impatti climatici sulla salute. Tra le criticità ricorrenti figurano i finanziamenti insufficienti per sostenere le spese energetiche e alimentari, la scarsa adesione ad alcuni programmi di assistenza da parte delle persone aventi diritto e la mancanza di criteri che permettano di indirizzare le risorse verso le popolazioni maggiormente esposte ai rischi climatici.

Italia, 17.828 decessi attribuibili al caldo tra gli over 65 nel 2022

La relazione tra cambiamenti climatici, salute e disuguaglianze sociali è stata analizzata anche in Italia. Un precedente studio, pubblicato su The Lancet Regional Health – Europe e intitolato “Socioeconomic and geographical disparities in heat-related mortality in Italy: a nationwide small-area study”, ha esaminato la mortalità associata alle temperature elevate in 7.895 Comuni italiani, nel periodo compreso tra il 2011 e il 2023. La ricerca ha stimato 114.812 decessi attribuibili al caldo tra le persone di almeno 65 anni nell’intero periodo considerato. Il picco è stato raggiunto nel 2022, con 17.828 decessi, pari al 7,1% della mortalità estiva nella popolazione anziana. Nel 2023 il dato è sceso a 12.542 decessi, rimanendo comunque elevato. Anche nel nostro Paese la distribuzione del rischio non è uniforme. Lo studio individua una vulnerabilità particolarmente elevata nell’Italia meridionale e sud-orientale. In numerosi Comuni del Mezzogiorno la quota di mortalità attribuibile al caldo supera il 6%. I ricercatori segnalano inoltre oltre 80 decessi ogni 10.000 abitanti attribuibili alle temperature estive in diversi Comuni della Pianura Padana, della Toscana, delle Marche, della Puglia e della Sicilia. Ma il dato più interessante riguarda il peso delle condizioni sociali e ambientali. La mortalità associata al caldo risulta maggiore nei Comuni caratterizzati da temperature medie più elevate, minore presenza di aree verdi, maggiore prevalenza di obesità e una quota più alta di residenti con almeno 85 anni. Tra i fattori che contribuiscono maggiormente alle differenze territoriali figurano anche il livello di istruzione e l’occupazione. In particolare, la deprivazione socioeconomica emerge come uno dei principali determinanti della vulnerabilità. Al contrario, una maggiore copertura di aree verdi è associata a una riduzione della mortalità: ogni aumento di una deviazione standard nella disponibilità di verde corrisponde a circa 4,4 decessi in meno ogni 10.000 abitanti. I fattori ambientali, demografici e socioeconomici considerati dai ricercatori spiegano complessivamente il 44% della variabilità geografica della mortalità in eccesso associata al caldo.

Due studi, un messaggio comune: la vulnerabilità climatica è anche sociale

Le due ricerche, pur utilizzando approcci differenti, convergono su un punto: gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute non dipendono esclusivamente dall’intensità e dalla frequenza degli eventi estremi, ma anche dalle condizioni in cui vivono le persone e dalla possibilità concreta di proteggersi. Lo studio italiano si concentra sulla mortalità associata al caldo e analizza le differenze tra Comuni, individuando il peso delle caratteristiche ambientali, demografiche e socioeconomiche. La ricerca statunitense adotta invece una prospettiva più ampia: mette in relazione il carico dei rischi climatici con la capacità dei singoli Stati di attuare politiche di protezione sociale in cinque ambiti, dalla salute all’abitazione, dall’energia all’alimentazione e al lavoro. Non si tratta, quindi, di risultati direttamente sovrapponibili. Tuttavia, il confronto permette di osservare un elemento comune: le comunità più fragili rischiano di essere anche quelle meno attrezzate per affrontare le conseguenze del cambiamento climatico. Nel caso italiano, le persone che vivono in territori caratterizzati da maggiore deprivazione socioeconomica possono avere un accesso più limitato a risorse fondamentali per proteggersi dal caldo, come abitazioni adeguate, sistemi di raffrescamento, servizi sanitari e spazi verdi. Negli Stati Uniti, invece, la ricerca evidenzia come proprio le aree maggiormente esposte ai rischi climatici siano spesso quelle con politiche di sostegno meno mature. È questo il punto di contatto tra i due lavori: l’adattamento climatico non può essere considerato soltanto una questione ambientale o infrastrutturale, ma deve comprendere anche la riduzione delle disuguaglianze sociali e sanitarie.

Oltre le allerte: servono politiche integrate

Per gli autori dello studio americano, i risultati indicano la necessità di superare una concezione tradizionale dell’adattamento climatico, spesso limitata alla realizzazione di infrastrutture, ai sistemi di allerta e alla creazione di centri di raffrescamento durante le ondate di calore. La protezione della salute richiede anche interventi sulle condizioni economiche e sociali che determinano la vulnerabilità delle persone. Avere accesso a un’abitazione adeguata, poter sostenere i costi dell’energia, disporre di una copertura sanitaria e beneficiare di tutele sul lavoro può fare la differenza nella capacità di affrontare un evento climatico estremo e di recuperare dopo le sue conseguenze. Le politiche sociali possono quindi contribuire all’adattamento in tre direzioni: aumentare la consapevolezza dei rischi per la salute, preparare le comunità ad affrontare gli eventi climatici e rafforzare la resilienza attraverso strumenti economici e assistenziali. Anche la ricerca italiana sottolinea che non sono sufficienti strategie uniformi su tutto il territorio. La marcata variabilità tra i Comuni richiede interventi calibrati sulle caratteristiche locali, con particolare attenzione alle comunità più svantaggiate. Gli autori dello studio italiano evidenziano, tuttavia, alcuni limiti: non è stato possibile considerare fattori individuali come l’accesso all’aria condizionata, la qualità delle abitazioni e i comportamenti adottati durante il caldo estremo. Inoltre, alcuni indicatori relativi alla salute e alle condizioni socioeconomiche erano disponibili soltanto a livello regionale o in un singolo momento temporale. Anche lo studio statunitense segnala limiti nella disponibilità dei dati e nella valutazione dell’effettiva attuazione delle politiche sociali. Saranno quindi necessari ulteriori approfondimenti per individuare quali interventi siano più efficaci nel ridurre l’esposizione ai rischi climatici, i danni alla salute e le difficoltà economiche. Il messaggio che emerge dalle due ricerche è chiaro: contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici significa anche proteggere le persone che hanno meno risorse per difendersi. Rafforzare i sistemi di protezione sociale, ridurre le disuguaglianze territoriali e indirizzare gli interventi verso le comunità più vulnerabili rappresentano passaggi fondamentali per tutelare la salute in un pianeta sempre più caldo.

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