Salute 4 Novembre 2026 11:29

Parkinson, quando si associa all’Alzheimer il sistema immunitario diventa più attivo

La scoperta potrebbe contribuire a identificare precocemente diversi sottotipi della malattia e a sviluppare trattamenti più mirati

di Redazione
Parkinson, quando si associa all’Alzheimer il sistema immunitario diventa più attivo

Non tutte le persone con malattia di Parkinson seguono lo stesso percorso clinico. In alcuni casi, già nelle fasi iniziali, alla neurodegenerazione si affiancano alterazioni neuropatologiche caratteristiche della malattia di Alzheimer. Una condizione definita copatologia, associata generalmente a un’evoluzione clinica più sfavorevole. A distinguere questi pazienti potrebbe essere anche il comportamento del sistema immunitario: nel sangue è stata infatti osservata un’attività delle cellule immunitarie più intensa, accompagnata da una risposta infiammatoria accentuata. A individuare queste differenze è uno studio condotto dall’Università di Roma Tor Vergata e dall’IRCCS Neuromed di Pozzilli, in collaborazione con l’IRCCS Santa Lucia, e pubblicato sulla rivista scientifica npj Parkinson’s Disease. La ricerca ha analizzato le caratteristiche delle cellule immunitarie circolanti, mettendo in evidenza un possibile legame tra la presenza di alterazioni tipiche dell’Alzheimer e una maggiore attivazione delle difese immunitarie periferiche nelle persone con Parkinson. Un risultato che aggiunge un tassello alla comprensione di una malattia complessa e caratterizzata da manifestazioni ed evoluzioni molto diverse da persona a persona. Negli ultimi anni, infatti, l’attenzione della ricerca si è concentrata sempre più sull’interazione tra i processi neurodegenerativi e il sistema immunitario, chiamato a svolgere un ruolo non soltanto nella difesa dell’organismo, ma anche nei meccanismi che possono contribuire all’infiammazione e al danno neuronale.

Parkinson e Alzheimer, quando le due patologie si incontrano

La malattia di Parkinson è una condizione neurodegenerativa che può presentare caratteristiche differenti nei diversi individui. In una parte delle persone, ai processi patologici propri del Parkinson si associano anche alterazioni tipiche della malattia di Alzheimer. Questa combinazione, definita copatologia, può contribuire a un quadro clinico più complesso e a un andamento della malattia meno favorevole. Comprendere perché alcuni pazienti sviluppino forme più aggressive rappresenta una delle sfide della ricerca neurologica. Da una parte, gli studiosi stanno approfondendo il peso delle diverse alterazioni neuropatologiche; dall’altra, cresce l’interesse per il coinvolgimento del sistema immunitario nei processi che accompagnano e alimentano la neurodegenerazione. In questo scenario si inserisce il nuovo studio, sostenuto da un finanziamento PRIN del Ministero dell’Università e della Ricerca, che ha cercato di individuare eventuali differenze biologiche tra le persone con Parkinson, distinguendo quelle che presentano anche una copatologia Alzheimer da quelle che non ne sono interessate.

L’analisi su 47 persone con Parkinson e 50 soggetti sani

La ricerca ha coinvolto 47 persone con malattia di Parkinson nelle fasi iniziali e 50 persone sane. Per identificare la presenza di alterazioni riconducibili alla copatologia Alzheimer, gli studiosi hanno analizzato alcuni biomarcatori presenti nel liquido cerebrospinale, il fluido che circonda il sistema nervoso centrale. Questa prima valutazione ha permesso di individuare, all’interno del gruppo con Parkinson, 15 persone con copatologia Alzheimer e 32 senza tali alterazioni. Successivamente, i ricercatori hanno approfondito le caratteristiche del sangue dei partecipanti, esaminando diversi indicatori: i mediatori dell’infiammazione, la distribuzione delle popolazioni cellulari del sistema immunitario e i meccanismi attraverso i quali queste cellule producono energia. Il confronto con il gruppo di controllo ha consentito di osservare le modificazioni immunitarie associate alla malattia di Parkinson. L’analisi tra i due sottogruppi di pazienti ha invece permesso di individuare le caratteristiche maggiormente associate alla presenza della copatologia Alzheimer.

Più infiammazione e maggiore attività dei globuli bianchi

Dai risultati emerge che le persone con Parkinson e copatologia Alzheimer presentano manifestazioni motorie e non motorie più accentuate rispetto a quelle senza alterazioni riconducibili all’Alzheimer. Ma la differenza più interessante riguarda proprio il sistema immunitario periferico. In questo gruppo sono state osservate una risposta infiammatoria più intensa e una maggiore attività metabolica dei globuli bianchi, con un incremento della produzione di energia. Anche la composizione delle popolazioni cellulari risulta modificata: diminuiscono le cellule con funzioni di regolazione della risposta immunitaria, mentre aumentano quelle coinvolte nei processi infiammatori, che mostrano anche una maggiore reattività. Un insieme di caratteristiche che suggerisce una diversa modalità di funzionamento delle difese immunitarie nelle persone che presentano entrambe le condizioni patologiche. “Quello che abbiamo osservato – spiega il professor Tommaso Schirinzi, Università Tor Vergata e I.R.C.C.S. Neuromed – è che la presenza di copatologia Alzheimer si accompagna a cambiamenti importanti del sistema immunitario, già dalle prime fasi del Parkinson. È come se vi fosse una riprogrammazione delle cellule immunitarie circolanti verso un assetto di maggiore attività e reattività, che potrebbe essere legata al maggiore carico di neurodegenerazione e al più rapido declino clinico che subiscono queste persone, sebbene sia ora necessario condurre studi di conferma più ampi e strutturati.”

Cellule immunitarie come possibili nuovi indicatori della malattia

Le differenze individuate potrebbero avere implicazioni importanti per la ricerca futura. Se confermate da studi più ampi, le caratteristiche delle cellule immunitarie presenti nel sangue potrebbero infatti contribuire a riconoscere precocemente alcuni sottotipi di Parkinson, distinguendo le persone che presentano anche alterazioni neuropatologiche tipiche dell’Alzheimer. L’obiettivo è arrivare a una maggiore caratterizzazione biologica della malattia, superando una classificazione basata esclusivamente sulle manifestazioni cliniche e individuando strumenti utili a orientare percorsi terapeutici più personalizzati. “Uno degli obiettivi più urgenti della ricerca sul Parkinson – commenta il professor Diego Centonze Vice Direttore Scientifico dell’IRCCS Neuromed e professore ordinario di Neurologia dell’Università di Roma Tor Vergata – è comprendere sempre meglio le differenze tra i pazienti, per arrivare a trattamenti più mirati. I risultati di questo studio aprono una prospettiva interessante: le cellule immunitarie nel sangue potrebbero offrire nuovi indicatori utili a identificare precocemente alcuni sottotipi della malattia e, allo stesso tempo, suggerire nuovi bersagli su cui intervenire con future terapie”. La ricerca apre dunque una nuova prospettiva sul rapporto tra neurodegenerazione e sistema immunitario. Le alterazioni osservate nel sangue potrebbero diventare, in futuro, strumenti per comprendere meglio l’eterogeneità del Parkinson e individuare strategie di intervento più selettive. Un percorso ancora da approfondire, che richiederà studi di conferma su casistiche più ampie, ma che rafforza l’interesse verso il ruolo dell’immunità nella progressione delle malattie neurodegenerative.

Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato